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Si fa presto a dire Polexit. Battaglia senza uscita contro Ungheria e Polonia

KATOWICE, POLAND - JUNE 30: Poland's Prime Minister, Mateusz Morawiecki welcomes the Prime Minister of Hungary, Viktor Orban during a Heads of State meeting of the Visegrad group at International Congress Center on June 30, 2021 in Katowice, Poland. The heads of state of Poland, Hungary, Slovakia and the Czech Republic have gathered as Poland closes the Visegrad presidency and passes it to the Hungarian Government. (Photo by Omar Marques/Getty Images)

Si fa presto a dire Polexit. Ma, almeno per ora, non è questa la posta in gioco del nuovo scontro tra l’Ue e Varsavia, tanto che in Commissione Europea non commentano un’ipotesi del genere. Non è nelle cose, la Polonia è troppo dipendente dai fondi europei per poter immaginare una performance in stile ‘british’. Però, pur senza uscita, lo scontro c’è ed è forte, tra l’Unione e i due paesi capofila del nazionalismo europeo: la Polonia e l’Ungheria di Viktor Orban. Ma forse un’uscita c’è: le elezioni ungheresi l’anno prossimo.

L’accerchiamento è su più fronti. Oggi la Commissione ha inviato una lettera formale ai governi di Varsavia e Budapest, primo passo per una procedura di infrazione per via delle misure anti-Lgbtq adottate nei due paesi. Per l’Ungheria è nel mirino la legge che vieta o limita l’accesso a contenuti che “promuovono o ritraggono la cosiddetta ‘divergenza dall’identità personale’ corrispondente al sesso alla nascita, al cambio di sesso o all’omosessualità” per i minori di 18 anni. Quanto alla Polonia, la contestazione è sulle zone ‘Lgbtqi free’ istituite in alcuni comuni e regioni.

I premier Viktor Orban e Mateusz Morawiecki hanno due mesi di tempo per replicare, altrimenti la Commissione potrà ricorrere alla Corte di giustizia europea, tribunale dal quale oggi è ufficialmente partito un altro attacco contro Varsavia. Stavolta la questione riguarda il regime disciplinare per i giudici che, secondo la Corte di Lussemburgo, viola il diritto dell’Unione sull’indipendenza dei magistrati. I togati europei hanno di fatto accolto un ricorso della Commissione Ue e la decisione era già nell’aria, tanto che ieri la Corte costituzionale polacca aveva contestato la sentenza in via preventiva: “Non in linea con la Costituzione di Varsavia”.

“Accogliamo con favore i risultati della sentenza della Corte di giustizia dell’Ue –  dice la vicepresidente dell’Esecutivo comunitario, Vera Jurova, su Twitter – il regime disciplinare per i giudici in Polonia non è compatibile col diritto dell’Unione. La Corte ha accolto tutti gli addebiti fatti dalla Commissione. La sentenza della Corte di giustizia deve essere pienamente rispettata e attuata”.

Di carne a cuocere ce n’è tantissima, ma per ora sia Morawiecki che Orban restano sulle loro posizioni. Il primo contrattacca. Secondo lui, la Polonia ha adottato riforme della giustizia molto simili o identiche a quelle di altri Paesi europei. E, tra le altre, cita il precedente tedesco, quando l’anno scorso i giudici di Karlsruhe chiesero alla Bce di giustificare il piano di acquisto di titoli di Stato disposto all’epoca della presidenza di Mario Draghi, senza tener conto di una sentenza della Corte di giustizia europea che già nel 2018 aveva definito il ‘Quantitative easing’ in linea coi trattati Ue. “Non posso consentire che la Polonia sia trattata peggio e venga discriminata”, è la conclusione di Morawiecki.

Per non parlare delle leggi anti-Lgbtqi: di ritirarle non se ne parla. Su questo attacca il governo di Budapest. “Se l’Unione europea vuole interferire in questioni e leggi coperte dalle Costituzioni di altri Paesi, ciò potrebbe mandare in frantumi l’intera Ue”, dice Gergely Gulyas, il capo di gabinetto del premier Viktor Orban, sostenendo che le motivazioni di Bruxelles sono “politiche”.

La battaglia potrebbe trascinarsi per mesi. Ma intanto lascia dei feriti sul campo: i due piani di ripresa e resilienza polacco e ungherese sono ancora bloccati nelle discussioni tra Bruxelles e le due capitali dell’est. La condizionalità sullo stato di diritto non è soddisfatta nei progetti presentati e il clima di sfida totale non aiuta. “Useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per applicare il diritto europeo”, sottolineano fonti della Commissione. Diritto che, secondo i trattati, prevale su quello nazionale, per dire di quanto sia nevralgico lo scontro in atto.

Ma, appunto, potrebbe non concludersi in pochi mesi. Un punto di arrivo sono sicuramente le elezioni in Ungheria. La mancata approvazione del recovery plan ungherese lascia a secco di nuovi fondi il premier Orban, che intanto non riceverà l’anticipo del 13 per cento che gli Stati con i piani approvati incasseranno quest’estate. Non è un mistero che a Bruxelles scommettano sulla sconfitta di Orban alle prossime elezioni, confidando sulla inedita coalizione di sei partiti dell’opposizione decisi a sfidarlo. Senza Orban al potere, anche Morawiecki sarebbe più solo.

Intanto, mentre sui canali di comunicazione europea lo scontro si inasprisce, il vicepremier polacco Jaroslaw Gowin è in visita a Roma, dove incontra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro allo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti. Obiettivo: rafforzare i rapporti economici, commerciali tra Polonia e Italia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia