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Patricia McKillop, eroina dell’hockey su prato: dallo Zimbabwe ai Giochi di Mosca

Patricia McKillop. Non vi sarà facile trovarla in rete. Vi verrà proposta una Patricia McKillip, scrittrice americana, e soltanto aggiungendo al nome “Zimbabwe” comincerà a uscire qualcosa, in inglese. 

Patricia, che il 15 luglio compie sessantacinque anni, è invece stata, ed è, la protagonista di un pezzo di storia africana. Ieri, protagonista involontaria. Oggi, consapevole e determinata promotrice del dialogo e della libertà in una società in cui, troppo spesso, queste sono ancora soltanto parole.

Patricia diventa una specie di eroina nazionale quando, nelle Olimpiadi di Mosca del 1980, torna a casa due volte vincitrice: la sua squadra di hockey su prato ha vinto, e lei ha segnato due gol.

La partecipazione dello Zimbabwe è stata possibile perché, deciso che per la prima volta si sarebbero disputate le gare di hockey femminile su prato, Mosca si è vista costretta a invitare squadre minori, dato che le cinque classificate hanno rinunciato a partecipare a causa del boicottaggio contro l’Urss dopo l’invasione dell’Afghanistan.

Siamo nel 1980, lo Zimbabwe è nato da poco dalle ceneri della Rhodesia del Sud, dopo tre anni di guerra civile. Nel 1979 le prime libere elezioni hanno portato al potere Robert Mugabe, ex guerrigliero a cui la popolazione guarda con fiducia ma che preso si rivelerà un feroce dittatore.

A poche settimane dalle elezioni, è proprio la moglie di Mugabe a chiamare Patricia e chiederle di far parte della squadra di hockey che andrà alle Olimpiadi di Mosca. Il tempo per prepararsi è pochissimo, Patricia è una casalinga che ama praticare hockey, golf, basket, ma non è certo una professionista. Però accetta.

Strana squadra: nonostante il 90% della popolazione del Paese sia nera, l’intero team è di donne bianche per le quali l’hockey non è mai stato più che un passatempo. Compresa Patricia.

Vuoi perché molto motivate, vuoi per uno di quei miracoli che a volte nello sport avvengono proprio quando è il momento giusto che avvengano, le donne bianche dello Zimbabwe si dimostrano subito fantastiche. Il 25 luglio, a pochi minuti dall’inizio, Patricia segna il primo gol nella partita inaugurale contro la Polonia, e nella finale i suoi due gol contro l’Austria permettono alla squadra di salire sul podio.

Racconta tutta la vicenda il giornalista e storico catalano Toni Padilla, che nel suo L’Atlante dei sogni olimpici – 34 storie incredibili di campioni e campionesse che non hanno mollato mai (ed. Bur Rizzoli) propone personaggi ammirevoli, personaggi delle Olimpiadi di cui magari avevamo dimenticato il nome o che non conoscevamo affatto, e che sono caduti e si sono rialzati, hanno portato a termine imprese epiche, sono stati di esempio e di ispirazione.

A proposito di dimenticare, difficile che ci dimenticheremo di Patricia non fosse altro che per l’aneddoto legato all’inno nazionale. Perché l’inno… non c’era. Al momento di ricevere l’oro, le giocatrici si guardarono sorprese: gli altoparlanti stavano diffondendo il quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven. Per forza. Lo Zimbabwe era diventato indipendente pochi mesi prima, non aveva ancora un inno.

Niente inno, ma la prima medaglia olimpica. Le giocatrici verranno accolte in patria da migliaia di persone festanti. Peccato che dopo poco, delle diciotto della squadra, ne rimarranno sedici. Le altre sono state costrette ad emigrare a causa della caccia ai bianchi scatenata da Mugabe.

Delle due che coraggiosamente hanno deciso di restare, una è Patricia McKillop. Che da quel momento si impegna per rendere il suo Paese migliore.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia