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Il flop di Gianfranco Fini: il “Che fai? Mi cacci?” che fu l’inizio della fine del delfino di Almirante

DiRed Viper News Manager

Lug 15, 2021

L’Italia nel pallone che ha vinto a Londra è un perfetto misuratore dell’oggetto misterioso e controverso che è la destra sentimentale, diversa dalla destra economica. Cercherò di non perdere il filo del discorso originario di questi articoli che sta nell’idea annunciata da Silvio Berlusconi di voler procedere a una alleanza o confederazione con la Lega e altre eventuali forze di centro-destra come l’Udc, per arrivare a un oggetto nuovo e non al solito rito della fusione. La fine è nota: quando due partiti o movimenti si uniscono, il più grosso mangia il più piccolo, con violenta fuoruscita di fuggiaschi che si affrettano a coprire i vuoti lasciati aperti dalla fusione.

Io ne ho vissuti due, di diversissima natura. Ero un giovane redattore del quotidiano socialista Avanti!, quando Nenni e Saragat decisero di riunire le forze socialiste che si erano separate dopo la scissione di Palazzo Barberini del 1947, quando Saragat abbandonò il Psiup che era legato ai comunisti di Togliatti, totalmente sdraiati sulla linea sovietica di Stalin. I due tronconi socialisti da allora si odiarono con furia razzista e quando nel 1966, mentre i due partiti già cooperavano nei governi della nuova coalizione di centro-sinistra, ci comunicarono che l’indomani sarebbero venuti a sedersi ai desk del nostro giornale “i compagni socialdemocratici”, si innescò un violento rifiuto umano, rancoroso e mai sanato.

L’unificazione fu elettoralmente un disastro e si vide conti alla mano che uno più uno non faceva affatto due ma un po’ meno di uno. L’altra esperienza è stata quella della unificazione di Forza Italia con Alleanza Nazionale cui però io non partecipai essendo uscito dal partito di Berlusconi per protesta contro la condiscendenza nei confronti di Putin che aveva invaso la Georgia. Entrai nel gruppo misto e mi iscrissi al Partito Liberale, di cui diventai il vice segretario e poi Presidente dell’assemblea nazionale. Durante quel periodo assistetti dall’esterno al fallimento di un altro tentativo di fusione, quello dei liberali ed ex socialisti e democristiani di Forza Italia con gli ex neofascisti di Fini. Inutile ripetere la storia di quella vicenda recente e finita con il celebre “Che fai? Mi cacci?”, che determinò l’inizio della fine della vicenda politica di Gianfranco Fini che era stato il delfino di Giorgio Almirante, segretario del Msi e ai tempi della Repubblica Sociale sottosegretario del ministro di Mussolini Metasoma.

Il legame diretto e storico di Fini con il fascismo era allora visibile e cronologico, anche se Fini tagliò quel cordone ombelicale e ne risultò alla fine la scomparsa dalla scena politica italiana. Il risultato finale delle somme, divisioni e separazioni fu che alla fine del ciclo, la lavatrice sputò le ultime scorie di una memoria politica ancora molto fascista, cosa che gli antiberlusconiani ossessivi dimenticano spesso: l’arrivo della leadership del Cavaliere ha prima agglutinato e poi espulso la presenza attiva del neofascismo italiano, ma pochi se ne sono accorti. Si può obiettare che esiste l’elemento tutt’altro che residuale del partito di Giorgia Meloni nel cui simbolo compare graficamente la fiamma missina che fu creata a suo tempo per rappresentare quanto di più macabro il post-fascismo seppe inventare: l’idea di un fuoco fatuo alimentato dai gas del corpo di Mussolini. Il frammento della destra rappresentato dalla Meloni è dunque almeno graficamente l’ultimo e unico che si trascina dietro una traccia iconografica neofascista, anche se Guido Crosetto, un industriale piemontese di grande intelligenza, assicura che la Meloni ha imboccato ormai un sentiero conservatore che non porta più all’incrocio con il Salvini sovranista di qualche anno fa e alla LePen, sonoramente sconfitta in Francia.

La verità è che la destra italiana si nutre con una dieta molto elementare: quella reattiva all’immigrazione clandestina, che ha portato ai leghisti una quantità enorme dell’antica classe operaia comunista; e un vago nazionalismo identitario che si tiene però alla larga dalle tentazioni razziste. Sul razzismo degli italiani s’è detto molto e anche troppo, perché malgrado episodi marginali e banali, da stadio e da suburra, noi italiani non siamo istintivamente e animalmente razzisti. Neanche la nostra destra più rozza ha radici razziste. Ricordo, en passant, che nel suo Lessico familiare l’ebrea piemontese Natalia Ginzburg ricordava che per suo padre, un rigido conservatore ebreo, quando voleva alludere a qualcosa di inaccettabile e incivile, usava la parola (lessico famigliare) “negritudine”. Una questione razziale italiana storicamente non esiste come non esisteva nella Roma imperiale e persino a Venezia, dove c’era una classe mercantile e di “provider” di servizi nera, che compare nei quadri del Tintoretto.

Per quanto oggi possa apparire grottesco e ridicolo, lo stesso fascismo scelse come canzone propagandista colonialista Faccetta nera che puntava su un “African Dream” in cui lei, faccetta nera, avrebbe ottenuto la cittadinanza italiana per entrare con il suo sex appeal nell’immaginario dei coloni italiani incoraggiati a far razza e figli. Quando facevo le scuole medie avevo parecchi compagni di scuola con nome e cognome italiano e neri di pelle e a nessuno saltava in mente di avere verso di loro un atteggiamento offensivo. Paradossalmente, ho sofferto molto più io il razzismo italiano per i miei capelli rossi, con minacce di stupro (“A’ roscio! passa domani che oggi è moscio”) e accuse diaboliche che portarono molti rossi al rogo: “El più brav’ de’ ross ha gettà su’ madre ‘n t’el foss”, con maledizioni oscure: “Roscio malpelo, schizza veleno, magna pagnotte e schiatta stanotte”. Nessuno ricorda nulla di simile sui neri, come invece accadeva nelle colonie americane dove esisteva l’intero ciclo delle canzoncine razziste su Jim Crow, il piccolo negretto stupido, scansafatiche e bugiardo, sempre pronto a ballare e sbafare, con una naturale attitudine a stuprare la donna bianca.

Per non infastidire il lettore provo a riassumere la questione della destra, dell’essere, del sentirsi, dell’agire e dell’immaginare. Da lì eravamo partiti, e la questione razziale oggi, largamente importata dagli Stati Uniti dove ha una sua storia tragica e reale, costituisce una tappa obbligatoria nel vago e quasi disperato tentativo di definizione.
L’uomo più di destra nel senso tradizionale e storico nel secolo scorso è stato certamente Winston Churchill, il primo ministro di ferro che pronunciò il celebre discorso “We shall never surrender!” (noi non ci arrenderemo mai), e non Adolf Hitler che fu uno dei più grandi killer di massa della storia. Può essere irritante da rievocare, ma il primo Paese che adottò la festa del Primo Maggio come giorno festivo pagato per tutti i lavoratori, fu il regime nazionalsocialista tedesco che, per quanto sembri assurdo e venga trascurato, era fortemente sostenuto dai sindacati dell’auto e metalmeccanici.

Churchill invece fu il perfetto reazionario conservatore, nazicomunista radicale, fautore fanatico dell’imperialismo inglese e per questo anche molto odiato dagli americani. Era lui la destra. E considerava, almeno prima che venisse alla luce l’enormità della Shoah, i bolscevichi di Lenin prima ancora che di Stalin, come banditi internazionali. Accadde così che quando Stalin finalmente si convinse dopo dieci giorni di stordimento durante i quali non credeva all’invasione tedesca in corso (lo raccontò fra gli altri il maresciallo Zukhov) che era davvero in guerra con la Germania, Winston Churchill compì un viaggio aereo rocambolesco da Londra al Sud Africa a Teheran e poi a Mosca per battere l’americano Roosevelt e andare a mettersi d’accordo con il nuovo alleato, che era anche l’uomo da lui più odiato.

Il sentimento era reciproco: Stalin considerava l’inglese come il più marcio rappresentante di un mondo capitalista corrotto e nemico della classe operaia e i due si guardarono e parlarono in cagnesco per due giorni, finché Stalin non ebbe l’idea di ammorbidire l’inglese con la vodka, operazione che riuscì benissimo, ma solo per il tempo necessario per finire la guerra. Al termine della quale fu Churchill a coniare l’espressione “The iron courtain”, la Cortina di Ferro come confine diabolico tra il mondo del bene occidentale e quello del male comunista e fu l’inizio della guerra fredda. Chi era più di destra fra i due? O più di sinistra? Il fatto è che la guerra, o per dir meglio la seconda parte del conflitto che si chiuse nel 1945, dette una potente rimescolata al mazzo delle carte che stabilivano le vecchie regole per distinguere ciò che è conservatore da ciò che è progressista.

Erano entrate in campo nuove categorie armate, le ingegnerie con cui sopprimere o spostare o annichilire etnie, erano nati i militarismi rivoluzionari che stavano cominciando ad aggredire i resti degli imperi coloniali francese, inglese, belga, e dunque cambiava con tumultuosa rapidità la lista delle connotazioni consolidate e storiche. La nuova situazione determinata dalla caduta del fascismo, la guerra partigiana, l’avvio della nuova democrazia repubblicana, sfasciarono strutturalmente e anche emotivamente la destra che non sapeva più se riconoscersi o no nel decaduto regime e nell’ideologia fascista o se convertirsi al liberalismo o al comunismo, come invitava astutamente Togliatti, che fu il miglior cacciatore di idee e di talenti. La storia della nostra storia, in particolare quella della destra italiana si era fatta molto complicata e confusa, sicché ancora oggi risente di quelle caos terminale anziché originale, di cui parleremo nel prossimo articolo.

(2/continua)

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