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Ha vinto la protesta. Erdogan rimuove per decreto dalla Boğaziçi il “suo” rettore

Turchia

È arrivato in una notte con decreto presidenziale ed è stato rimosso in una notte sempre con decretoIl rettore Melih Bulu è andato viacosì come era venuto: il presidente Erdoğan ha firmato nella notte del 14 luglio un decreto presidenziale licenziando il rettore che lui stesso aveva nominato il primo gennaio 2021 e del quale studenti e professori chiedevano la rimozione da circa sette mesi.

La Boğaziçi, la prestigiosa Università del Bosforo, ha resistito.

Con arguzia, coraggio e pratica nonviolenta, tutto il corpo accademico, studenti e professori, da 195 giorni, quotidianamente, ha respinto la pratica delle nomine calate dall’alto, quella dei fiduciari (in turco “kayyum”), ritenuta una forma di commissariamento delle università che lede l’autonomia accademica e che infrange prassi e consuetudini che erano in vigore da sempre nell’ateneo già ribelle nel 2018, il più aperto al mondo occidentale, cuore del pensiero libero dove vive anche il dissenso e dove le pratiche reazionarie dei militari, che dal 1997 avevano imposto il divieto del velo nei luoghi istituzionali, venivano rifiutate.

Alla Boğaziçi si era sempre stati molto tolleranti, le donne potevano entrare anche con il turban; si aggirava il regolamento con finti controlli all’ingresso dell’accademia. Solo alcuni professori non permettevano l’accessoalle classi alle donne velate che, per aggirare il divieto, indossavano una parrucca o un cappello di lana.

L’antica accademia fondata nel 1863 è culla della cosiddetta “Civiltà del Bosforo” che ha avuto origine dal Robert College quando, a seguito della dichiarazione dell’Editto di riforma nel 1856, l’impero ottomano consentì il diritto di cooperazione economica con gli occidentali e il diritto di proprietà agli stranieri nelle terre ottomane.

Fu così che nacque l’idea di fondare istituti di istruzione superiore in stile occidentale.

Al presidente turco dopo il tentato golpe del 2016, dopo aver messo sotto il suo controllo il potere giudiziario, esecutivo, legislativo e quasi tutti i media, non restava altro che estendere tale controllo all’istruzione superiore e nella notte del 2 gennaio 2021 era venuto il turno dell’Università del Bosforo con la nomina a rettore di Melih Bulu, un professore esterno al corpo docente della prestigiosa accademia, ma soprattutto esponente politico del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) al potere in Turchia. Un rettore non scelto e non eletto come da regolamento del Senato accademico, ma nominato per decreto dal Presidente della Repubblica; ciò aveva scatenato le proteste di giovani universitari e professori in gran parte del paese.

Quali che siano le motivazioni di Erdoğan alla base della rimozione di Melih Bulu al Rettorato della Boğaziçi, la lotta nonviolenta di studenti e professori in Turchia ha ottenuto un seppur parziale e provvisorio successo.  

Erdoğan è stato costretto dunque a cedere agli studenti e ai professori e a fare un passo indietro davanti alla resistenza nonviolenta quotidiana durata 195 giorni ininterrotti.

Gli studenti erano increduli la mattina del 15 luglio e, sorpresi per questa decisione, si chiedevano come mai il potente presidente turco avesse accolto una delle richieste avanzate durante la loro tenace protesta.

Anche se è vero che bisogna attendere le ulteriori mosse del capo dello stato, per il momento si può dire che questa lotta rigorosamente nonviolenta,senza precedenti in Turchia,siastata vincente.

Il vicerettore ha assunto l’incarico ad interim fino ai primi di agosto quando

i professori proporranno un loro candidato al Consiglio per l’istruzione superiore (YÖK, Yüksek Öğretim Kurulu).

Presidi, forum aperti (tenuti anche attraverso l’app Clubhouse), marce, canti e balli, al ritmo dei Metallica e del rap,hanno caratterizzato da sei mesi e mezzo la mobilitazione degli studenti.

Dal 4 gennaio, ogni mattina alle ore 12, nel campus centrale, l’intero corpo docente,con tutti in piedi e distanziati, perfettamente immobili, in silenzio, per trenta minuti, ha voltato le spalle all’ufficio del rettore.

È la pratica del Duran Adam (in turco: persona immobile, in piedi) adottata dalla generazione di Gezi nella primavera del 2013 durante le proteste antigovernative di piazza Taksim.

Una pratica silenziosa perché a parlare era il corpo, in quei trenta minuti c’era la forza della nonviolenza che si sprigionava e restituiva speranza.

La solidarietà ai giovani del Bosforo era giunta da tutto il mondo accademico del paese oltre che da centinaia di intellettuali come il premio Nobel Pamuk, da economisti, artisti, cineasti, sceneggiatori e giornalisti.

Al centro della protesta vi era non solo l’autonomia degli atenei, ma anche il rifiuto dell’autoritarismo, la libertà di espressione, di religione, la libertà sessuale, i diritti umani e l’ambiente. I giovani turchi non vogliono essere ingabbiati e, per questo, repressione, detenzioni, arresti, gas, proiettili di gomma non li hanno scoraggiati.

Ciò indica che la vena democratica in Turchia continua a pulsare nonostante tutto.

Le vittorie dell’opposizione nelle elezioni locali del 2019 possono essere considerate un esempio di una società che non si arrende e che rivendica i propri diritti e li difende come fanno le donne che rivogliono la Convenzione di Istanbul.

La persistente resistenza nonviolenta dei docenti, come sottolineano analisti e accademici in queste ore è una situazione a cui si assiste per la prima volta in Turchia.

Non si può dire che sia analoga a quella del 1977, quando alcuni accademici presero parte alla resistenza iniziata dopo che il governo del Fronte nazionalista ebbe nominato Hasan Tan rettore della METU, l’Università Tecnica del Medio Oriente di Ankara, altro ateneo ribelle, ma la locomotiva di quella resistenza furono gli studenti e non i professori e non si trattò di una protesta rigorosamente nonviolenta.

Quarantotto anni dopo i giovani universitari sono stati brutalmente caricati dalla polizia, picchiati, trascinati a terra, detenuti e processati, banditi dai loro istituti ed è stato chiuso il club LGBTI dell’Università, ma hanno però resistito e, guidati dall’intero corpo accademico, hanno costretto il Presidente a ritirare la nomina di Bulu con la quale si voleva mettere in riga l’ateneo inclusiva per eccellenza.

Il leader turco potrebbe aver deciso la rimozione di Bulu perché in questi giorni le cose rischiavano di sfuggirgli di mano, la polizia aveva infatti assediato l’Università ed aveva espulso studenti e professori dal campus.

Un imponente schieramento di forze dell’ordineaveva cinto di barricate l’intero ateneo e da giorni era quasi impossibile accedere ai dormitori e agli alloggi dei professori.

Inoltre erano state presentate al Consiglio dell’istruzione superiore (YÖK) le denunce di plagio nei riguardi del rettore Bulu, accusato di aver copiato lavori altrui.

La permanenza di Bulu a capo dell’Università del Bosforo rischiava di diventare troppo imbarazzante per il Presidente e dunque avrebbe anticipato tutti licenziandolo.

Vedremo se Erdoğan preferirà un nome che sarà accettabile per il corpo docente del Bosforo, se sarà dunque un accademico di prestigio, non di partito, con indiscutibili competenze reali e non un suo fedelissimo, esponente dell’AKP e candidato al parlamento, come era Bulu.

La notizia della rimozione avviene come un bel regalo nel giorno di festa del 15 luglio (15 Temmuz Bayramı), la mattina del quinto anniversario della sconfitta del tentativo di golpe militare.

Chissà se questa decisione è avvenuta in questo giorno non a caso.

Lo capiremo presto.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia