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Green Pass, libertà o sicurezza?

“Il green pass in salsa francese è costituzionalmente irricevibile”. Il giudizio, sicuramente autorevole e tecnicamente fondato, è della vice presidente dell’autorità garante della privacy Ginevra Cerrina Ferroni, ordinario di diritto costituzionale comparato all’università di Firenze.

Si ripropone così, esattamente nei termini di un anno mezzo fa, il dilemma che soffocò sul nascere l’app Immuni: libertà o sicurezza?

Allora, su sollecitazione esplicita dei titolari dei due sistemi operativi che dominano il mercato della telefonia mobile, come Google e Apple, si inibì il dispositivo che doveva tracciare i contatti con i positivi dall’usufruire del GPS, il sistema di georeferenziazione, che rende cosi precisamente collocabile sul territorio un evento. Immuni divenne una lapide sui nostri telefonini, inerte e inutile, incapace di dare informazioni decifrabili e tanto meno supportata da un sistema di assistenza efficace.

Ora si riapre la querelle: il modello francese impone infatti la necessità di esibire all’entrata di luoghi pubblici il certificato di vaccinazione, escludendo di fatto i non vaccinati, da occasioni di assembramento.

Due i nodi che sottolinea la professoressa Cerrina Ferroni: la limitazione di circolazione, come diritto individuale, e la possibilità che l’esibizione di un certificato in luoghi pubblici implichi forme di catalogazione di ognuno di noi.

A fronte di queste considerazioni un principio che più volte ha ricordato il professor Sabino Cassese, padre del diritto amministrativo nazionale, oltre che eminente giurista e già membro della Corte Costituzionale, per il quale lo stato di pandemia sospende una serie di diritti individuali, in virtù di un prevalente interesse pubblico.

A questo principio si è riferito il legislatore francese imponendo l’uso del pass green all’interno del paese. Ma più in generale si tratta di affrontare una volta per tutte un altro tema, che ha più volte sollecitato il professor Andrea Crisanti, ossia se le condizioni di imprevedibilità e di mobilità del contagio non debbano comportare, dinanzi a ricorrenti fasi di recrudescenza una rinegoziazione del concetto stesso di privacy, e una riorganizzazione dei sistemi che l’amministrano.

Siamo infatti nel pieno di una ripresa esponenziale della diffusione virale. La variante delta sta aggirando in non pochi casi la stessa barriera vaccinale. Bisogna subito comprendere a che livello della progressione siamo: procediamo con un’altalena di positivi o già ci troviamo nella fase ascendente di un raddoppiamento sistematico del contagio? In questo secondo caso in poche settimane saremmo a numeri che ci riportano all’inverno scorso, con almeno 30/40 mila positivi al giorno. Certo l’intensità delle conseguenze al momento sembra bassa e il numero dei ricoverati e ancora più quello dei decessi non tende a preoccupare. Ma siamo pur sempre in un quadro di incertezza e soprattutto dinamico, in cui il virus sembra imparare dalle nostre azioni e, come spiegano i virologi, se permane un alto livello di contagio prima o poi capirà come bucare anche la barriera vaccinale.

Questo ci porta a tre considerazione che non vediamo nel dibattito politico e soprattutto nell’azione del CTS, il comitato tecnico scientifico che supporta il ministero della sanità.

Il primo aspetto che muta gli atteggiamenti disinvolti che continuano ad affermarsi riguarda la durata e permanenza dello stato di infezione. Parliamo di anni non di mesi. Siamo in una transizione che ci sta conducendo in un nuovo mondo che non conosciamo non di una crisi che si esaurirà ripristinando usi e costumi del passato. Il distanziamento sarà una cautela endemica, come la mascherina. Come si chiedeva nel suo saggio Virus Sovrano? la filosofa Donatella De Cesare “viviamo in una libertà costrittiva o in una libera costrizione”.

In una emergenza che espone ognuno di noi a un rischio mortale inevitabilmente dovremmo rispondere a questo quesito, anche perché le differenze di condizione di vita e di tutela che ancora permangono amplificano la diversità di condizione fra i diversi ceti sociali. L’unica bussola in uno stato di mobilitazione generale rimane il bene comune, ossia la capacità di frenare la trasmissione incontrollabile della malattia come premessa per esercitare la libertà individuale. Almeno con la stessa tollerabilità con cui chiudiamo un occhio, e le istituzioni di garanzia li chiudono a volte tutti e due, dinanzi alle piattaforme commerciali che ci profilano e ci identificano nella mobilità territoriale in cambio di una supposta efficienza nel servizio.

Il secondo aspetto riguarda la relazione fra vaccini e sorveglianza: la barriera vaccinale indispensabile ma non basta. Bisogna corredare la strategia dell’immunizzazione con una politica di permanente sorveglianza territoriale che sia in grado sia di mappare la mobilità del virus, mediante testing di massa negli ambienti dei positivi e tracciabilità con un’app georeferenziata, sia che si possa controllare la mutazione dello stesso virus con sequenziamenti che rimangono ancora troppo bassi.

Come sostiene Andrea Crisanti nel libro che abbiamo scritto nella primavera Caccia al Virus, “abbiamo alle spalle “una sottovalutazione inconcepibile della situazione, e l’incapacità di decifrare la dinamica della trasmissione virale, questa è stata la causa reale della seconda ondata che ha colpito le nostre regioni… dobbiamo ora invece fotografare i cosiddetti grafi, le figure geometriche che in informatica descrivono le aggregazioni sociali: sono queste aggregazioni, questi addensamenti, questi affollamenti le vere fabbriche della pandemia“.

Infine una attenta ed efficace politica in grado di soffocare sul nascere i focolai di re innesto del contagio. Siamo alla viglia del completamento dell’azione di vaccinazione. Il prossimo anno non è pensabile ricominciare con la stessa poderosa mobilitazione. Il virus, nelle sue mutazioni, va intercettato e bloccato sul territorio, con una rete di interventi e di controlli che inevitabilmente coinvolgerà la libertà di movimento individuale.

I bruschi balzi di borsa di questi giorni ci ricordano che non si tratta solo di un’azione sociale: frenare il contagio è la vera base per assicurare una ripartenza completa del paese, senza illudersi di poterci liberare dall’incomodo negandolo.

In questo quadro il tema della libertà diventa un tema non ideologico ma nemmeno puramente giuridico: si tratta di dare forma a un’idea di convivenza, di socialità, di comunità. La pandemia è un’eccezione, e l’eccezione è il modo in cui si manifesta l’autorità dello Stato, ci ricordava Carl Schmitt.

La sicurezza, come recita appunto la nostra carta costituzionale, è il primo compito dello stato democratico. Una sicurezza inclusiva e condivisa. In queste ore di questo bisogna discutere e decidere.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia