• Dom. Set 19th, 2021

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Gilberto Corbellini: “Piano con l’obbligo vaccinale, la libertà è un tema delicato”

Gilberto Corbellini

“Quello che è necessario comprendere in prima battuta è che la Francia ha un problema drammatico: oltre il 30% delle persone dichiara di non volersi vaccinare; e il 15-20% si dice esitante. Macron è terrorizzato: per questo, forse, ha deciso di estendere l’obbligo di green pass, perché ha capito che rischia di non tagliare neanche il traguardo 50% delle vaccinazioni. Ma in Italia la storia è diversa”. Gilberto Corbellini, Professore ordinario di storia della medicina presso l’Università La Sapienza di Roma, crede che la discussione sulla necessità di estendere le regole francesi anche all’Italia sia mal impostata. E, se vogliamo, la radici possono essere rintracciate anche storicamente nel percorso che l’obbligatorietà delle vaccinazioni ha avuto nel nostro Paese e nel resto del mondo.

Dunque, Professore, la Francia fa un balzo in avanti in direzione dell’obbligo vaccinale, in Italia se ne sta cominciando a discutere. Di fatto rendere il green pass necessario per alcune attività è un obbligo vaccinale mascherato…

Si e no. È ancora un incentivo. Esiste sempre la possibilità di introdurre sanzioni penali o amministrative, con i carabinieri che vengono a casa o multe da pagare.

E non è necessario in Italia?

Noi in Italia non abbiamo il 30% di persone che dichiarano di non volersi vaccinare come in Francia, ma meno del 10%. E un 20% fluttuante di esitanti. Vede, la distorsione sta nel fatto che si guarda quel che succede in Israele, quel che succede in Svezia, quello che succede in Danimarca e poi si vuole applicarlo anche in Italia. Bisognerebbe studiare la situazione italiana e vedere se è pertinente una scelta come quella di Macron. Nessuno porta argomenti o prove, ognuno dice “secondo me”, “sarebbe meglio”, “non s’ha da fare”, etc. Le prove si cercano, curiosamente, guardando al di fuori dei confini nazionali.  

È importante anche guardare la storia dal punto di vista socioculturale e sanitario di un Paese?

Certamente. Vede, il tema dell’obbligatorietà dei vaccini è scottante. È antico di oltre due secoli e non andrebbe liquidato come una discussione da bar. L’on. Meloni ha fatto un tweet rivendicando la libertà individuale di scelta, ma mi sembra che ci sia stata polemica politica o ideologica, senza che nessuno abbia discusso nel merito della questione. Perché il punto è che alla libertà individuale, alcune persone ci tengono e hanno il diritto di chiedere prove che giustifichino una limitazione. Abbiamo parlato per decenni del valore della libertà individuale, dell’indipendenza nelle scelte, dell’autodeterminazione e adesso si vuole reintrodurre l’obbligatorietà d’emblée, senza che sia evidente una necessità? A me può star bene l’obbligatorietà, ma detesto essere trattato paternalisticamente.

Mi pare che tuttavia si è ricorso storicamente a questa strategia…

Certo, quando i sistemi politici erano meno liberali e le malattie infettive uccidevano i bambini come fossero mosche, l’obbligatorietà veniva regolarmente usata. La Gran Bretagna dovette però affrontare mezzo secolo di disordini dopo la legge che obbligava alla vaccinazione antivaiolosa intorno al 1850. Prima della fine del secolo l’obbligatorietà fu revocata e non fu più reintrodotta per nessuna vaccinazione. Nel corso del Novecento nei paesi nordeuropei l’obbligatorietà delle vaccinazioni è sparita e questi paesi hanno tra le più altre coperture vaccinali.

Questo cosa vuol dire?

Che c’è da costruire un senso civico. L’obbligatorietà serve quando la situazione, per un’infezione specifica, rischia di uscire da un controllo sanitario. Un esempio eclatante è relativo al fatto che la Gran Bretagna non ha introdotto obbligatorietà anti-morbillo neanche a seguito del famoso caso Wakefield (conosciuto soprattutto per una pubblicazione scientifica del 1998 in cui sosteneva l’esistenza, ormai smentita, di una correlazione tra la somministrazione del vaccino trivalente MPR – morbillo, parotite, rosolia – e l’insorgenza di patologie come autismo e malattie intestinali, ndr) e le persone hanno cominciato a ridurre le vaccinazioni, con conseguente aumento di malati gravi e morti. Ha mantenuto la sua strategia: sensibilizzare le famiglie alla vaccinazione. 

In Italia le cose come sono andate?

Il primo obbligo vaccinale è stato introdotto per il vaiolo nel 1888; nel 1939 c’è stato quello contro la difterite, nel 1966 quello contro la poliomielite, nel 1968 contro tetano e difterite. Poi nel 1977 c’è stata la sospensione dell’obbligo di vaccinazione contro il vaiolo perché era stato ovviamente eradicato, nel 1981 c’è stata l’abolizione e nel 1991 è stato introdotto l’ultimo obbligo di vaccinazione contro l’epatite B. In definitiva, l’obbligatorietà per i vaccini in Italia va dal 1939 agli anni ’60 con sanzioni penali a carico dei genitori che omettono di vaccinare i figli e con obbligo delle scuole di verificare. In questi anni la sensibilità per le libertà civili e di obiettare decisioni dello Stato erano ridotti. Era uno Stato paternalista che sanzionava la decisione di non vaccinare i figli.

Poi che è successo?

Gli anni ’60 e ’70 sono anche anni di lotte civili per non caricare di penalità i comportamenti individuali che potevano essere derubricati a illeciti amministrativi. E infatti nel 1981 diventa illecito amministrativo disattendere l’obbligo vaccinale. Mentre i paesi nordeuropei non hanno mai avuto problemi in assenza di obbligatorietà, in Italia le sanzioni ribadite anche nel 1998 non sono mai state applicate, ma soprattutto non si è fatto nulla per diffondere una cultura delle vaccinazioni, per cui l’esitanza è aumentata e le coperture sono calate. Nel 2017 abbiamo quindi dovuto fare una legge che rende obbligatorie una decina di vaccinazioni, ovvero i bambini che non si vaccinano sono estromessi dalla scuola e solo su basi mediche si può chiedere l’esonero.

Lecito aspettarsi che lo stesso accadrà se si introdurrà il green pass per i ristoranti al chiuso, ad esempio?

Ovviamente. È abbastanza inutile probabilmente sul piano dell’impatto che potrebbe avere sulla vaccinazione, e potrebbe avere come conseguenza una polarizzazione della discussione sul Covid. Qui si discute sempre della stessa cosa: come limitare la libertà delle persone, visto che come si muovono rischiano di infettare? Ci sarà sempre chi dice “non ce ne frega nulla della libertà delle persone” e chi dice “state attenti perché senza garantire le libertà che rendono operativi nel sociale, si rischia di ritrovare più gli spazi per esercitarla”. E poi la libertà è po’ come l’immunità, se non viene costantemente stimolata si esaurisce….

Sta dicendo che l’obbligatorietà vaccinale allontana la gente dal vaccino? Ci sono casi nella storia in cui è avvenuto questo?

Gli inglesi nell′800, come le dicevo, facevano manifestazione di piazza per non accettare l’obbligatorietà del vaccino contro vaiolo. Cosa che non succedeva in Francia o in Germania, sistemi non liberali e più autoritari, dove le persone si vaccinavano tranquillamente.

L’Italia storicamente è un popolo che si vaccina?

Si, non abbiamo mai avuto problemi fino agli ultimi due decenni. Abbiamo sempre avuto grandi coperture vaccinali che si riducevano progressivamente al Sud, perché le regioni non applicavano la legge o comunque i sistemi sanitari sono meno efficienti.

Cosa è successo negli ultimi decenni?

Comportamenti complottisti o antivaccinisti che andavano sottotraccia sono diventati più visibili attraverso internet e i mezzi di informazione catalizzando l’attenzione di altre persone incerte, sospettose e non convinte. Le ragioni di un antivaccinista sono molteplici: hanno matrice filosofico-religiosa, di percezione del rischio e anche ideologica, quindi contro le ingerenze dello Stato sulle scelte individuali. Dopo il caso Wakefield il fenomeno no vax è stato studiato e maneggiato da molti, portandolo ad assumere un rilievo sociale e culturale che senza questo clamore probabilmente non avrebbe. In altre parole se non si danno loro argomenti e pretesti per salire sulle barricate, se ne stanno buoni e magari qualcuno si vaccina pure.

Ma è una realtà che dopo la decisione di Macron, ci sono state già oltre 2 milioni di prenotazioni per il vaccino. Una spinta che potrebbe essere utile anche all’Italia?

Due milioni di prenotazioni non sono tante rispetto ai numeri che mancano. Se questi livelli di prenotazione persisteranno, allora Macron avrà avuto ragione. Glielo auguro. Peraltro, non c’è alcuna relazione dimostrata tra livelli di contrarietà ai vaccini e tassi di vaccinazione: in Francia il 97% dei bambini è vaccinato. In Italia, per fortuna, ad oggi le vaccinazioni procedono abbastanza speditamente e secondo me superato il 50% diventerà un po’ più difficile trovare persone che abbiano voglia di vaccinarsi. E poi ci sono ancora 2,5 milioni di over 60 non vaccinati, sarei preoccupato per quelli… 

E infatti ci si preoccupa per quelli…

Ma molti di loro non vanno neanche su Internet. Dubito che limitando l’accesso ai treni e ai ristoranti si convinceranno gli over 60 a vaccinarsi. Se qualcuno ha prove in senso contrario, pensiamoci. In realtà, si dovrebbero usare i dati anagrafico-sanitari e le persone per tracciarli, andando casa per casa. O usando  strategie comunicative come quelle che stanno usando negli Stati Uniti.

Quello che mi sta dicendo è che agli over 60 interessa poco delle limitazioni di accesso del Green Pass. Come si possono convincere? Cosa stanno facendo negli Stati Uniti?

Un metodo elaborato all’Università della Pennsylvania consiste nell’inviare messaggi alla popolazione con frasi mirate, del tipo “hai un vaccino pronto che ti aspetta”. Anche Biden nella pubblicità dice “c’è un vaccino che ti aspetta”. Questa idea che c’è qualcuno che sta pensando a te, non come americano generico, ma come individuo, ed è lì che ti aspetta per vaccinarti, ha aumentato del 20% l’adesione alla vaccinazione. Ma questo nella psicologia cognitiva è l’abc.

In Italia c’è uno spot…

Sì, Mancini, Mara Venier e sei a posto. Veniamo trattati come un gregge pronto ad abbeverarsi alla bocca dei testimonial. Il che va anche bene per un target di persone. Non vale per tutti. Un po’ più di immaginazione non guasterebbe, ma la comunicazione istituzionale non è esistita o è stata pessima durante la pandemia. 

Eppure la necessità di un obbligo vaccinale c’è stata fino al 1981. Solo “colpa” di uno Stato paternalista e della mancanza di sensibilità sulle libertà individuali?

Non solo, naturalmente. In quegli anni c’erano davvero le malattie infettive: la difterite era letale, morbillo, varicella e parotite erano accettate come norma, la poliomielite era una cosa seria e in pochi giorni spariva un compagno di giochi e ricompariva paralitico. Noi tendiamo a sottovalutare il fatto che fino agli anni ’50 circa anche nel mondo occidentale, così come oggi nell’Africa Subsahariana, i bambini si ammalavano e potevano morire di malattie infettive, che erano ancora le principali cause di morte. Dagli anni 60-70 le malattie infettive si sono progressivamente ritirate e grazie ai vaccini sono rare e non letali nel mondo occidentale. La paura che c’era ai primi del ’900 delle malattie infettive oggi non c’è più. Allora la percezione del rischio vaccino era contrastata dalla percezione del rischio vaiolo, morbillo, difterite, tubercolosi, polio, adesso no. Non si vedono quasi più bambini e persone che ti muoiono vicino per malattie infettive. Questa sparizione di uno stimolo ambientale che consentiva alle persone di accettare un rischio vaccino o l’ingerenza dello Stato, adesso si è quasi del tutto assottigliato. Dipendiamo da altri fattori se vogliamo che le persone partecipino alle campagne vaccinali: il primo è la fiducia nel funzionamento della democrazia e delle istituzioni. Cosa che in Italia rimane ai minimi. Ciò nonostante, e nonostante siano stati commessi errori imbarazzanti, stiamo riuscendo a far fronte alla pandemia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia