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Arrestato e assolto dopo venti anni. Una storia per l’avvocato del popolo

ROME, ITALY - JUNE 28: Former Prime Minister Giuseppe Conte delivers his speech during a press conference to discuss his role in the FIve-Star Movement (M5S), on June 28, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Se al giurista e avvocato del popolo Giuseppe Conte, oggi capo di quel che resta dei Cinquestelle, che promette di fare fuoco e fiamme in Parlamento per smontare il compromesso sulla giustizia e farne una moina, simile a quelle a cui ci ha abituato nei suoi due anni a Palazzo Chigi, se a costui venisse fatto in queste ore il nome di Ciccio Addeo, probabilmente risponderebbe come don Abbondio nei Promessi Sposi: Ciccio Addeo, chi era costui? Eppure, come tutti i carneadi che il passare degli anni sbiadisce nella memoria dei posteri, Ciccio Addeo fu, un tempo, tutt’altro che uno sconosciuto. La mattina del 23 marzo 2001, in cui entrò a Poggioreale, era ancora un luminare all’apice della sua carriera. Cinquantotto anni, capo del Cnr di Avellino, ordinario di agraria alla Federico II, presidente del consorzio per la mozzarella di bufala, direttore di centri di ricerca sperimentale a Lodi e in Corsica, Addeo era considerato uno dei massimi esperti in Europa in materia lattiero-casearia. 

Nell’ordine di cattura che con la potenza dell’assurdo squartò la sua vita e quella dei suoi familiari, c’erano accuse da far tremare i polsi: associazione per delinquere, falso in atto pubblico, truffa aggravata. Il chimico veniva accusato di aver falsamente garantito la genuinità del burro sofisticato, che dall’Italia si immetteva nel mercato francese. Non destò nessun sospetto il fatto che i suoi accusatori uscirono dal carcere dove lui entrava. Scarso seguito aveva allora, e meno ne avrebbe avuto poi, il monito di Giovanni Falcone ai pm: se dimostri di avere interesse per qualcuno, l’imputato sarà pronto a coinvolgerlo come complice pur di darti soddisfazione. Molta soddisfazione agli inquirenti diedero Paolo Cecere e Raffaele Viglione, tirando in ballo Addeo e guadagnando i domiciliari dopo mesi di detenzione. Il professore era il gancio per legare le trame di oscuri diavoli e trafficanti dell’agroindustria alle complicità istituzionali, e così proiettare un’inchiesta di provincia sulle prime pagine dei quotidiani nazionali.

Ciccio Addeo rimase in carcere quattro mesi, durante i quali invano professò la sua innocenza, cercando di spiegare ai magistrati i marchiani errori scientifici e probatori in cui erano caduti. Altrettanti ne passò ai domiciliari. E poi attese sette lunghi anni la sentenza di primo grado, che lo assolse da tutti i cosiddetti reati fine, e cioè falso e truffa aggravata, ma lo condannò a un anno e mezzo di carcere per concorso esterno in associazione per delinquere. Rinunciò alla prescrizione e trascorsero altri sette anni per la sentenza di secondo grado, che ricopiò integralmente quella del primo, e altri due per quella di Cassazione, che annullò i due giudizi, dimostrando il gravissimo travisamento delle prove di cui si erano macchiati, rinviando gli atti alla Corte d’appello per un definitivo pronunciamento di assoluzione. Che è giunta, trattenete il fiato, dopo altri due anni, cioè il 10 febbraio scorso, a venti esatti di distanza dall’inizio della vicenda. Nel frattempo Ciccio Addeo, che di anni ne ha settantanove e ha subito un trapianto di fegato, si è rifugiato nella tentazione consolatoria tipica di molti perseguitati dalla giustizia italiana: quella di scrivere le proprie memorie, immaginando che interessino a qualcuno e servano a scongiurare che l’orrore si ripeta. È un’illusione utile per non impazzire.

I due legali che gli sono rimasti vicini in questo tempo, Alberto Barletta e Giuseppe Saccone, si sentono come medici delle terapie palliative: quanto vale, infatti, nella vita devastata di un uomo innocente, un’assoluzione che giunge dopo vent’anni? E quanto valgono i modesti risarcimenti per ingiusta detenzione e per irragionevole durata del processo che, tra qualche anno, gli saranno riconosciuti dallo Stato? C’è una sola cosa che vale: l’onore. Per l’onore Addeo chiederà e otterrà di essere reintegrato, anche per un solo giorno, a capo del Cnr di Avellino. Questo sarà il suo unico vero risarcimento.

  La storia che qui abbiamo raccontato pare utile per riportare i piani e i proclami della politica alla vita dei cittadini. Che cosa avrebbe cambiato la riforma della giustizia, in discussione in questi giorni, se fosse stata in vigore al tempo in cui i fatti si svolsero? Non avrebbe impedito l’onta e il supplizio della custodia cautelare, che dalla riforma non è stata intaccata. E che, a dispetto delle modifiche di legge intervenute negli ultimi due decenni, continua a essere adottata ben oltre i confini della norma. Oggi come ieri uno dei presupposti degli arresti è il rischio che il reato si ripeta. Rischio che per legge dovrebbe ricavarsi da una condotta concreta e attuale dell’indagato e che invece viene desunto in via potenziale dal mero esercizio della funzione che questi esercita. Che vuol dire: ritengo che Ciccio Addeo abbia certificato una volta il falso, e presumo che possa tornare a farlo in quanto chimico, anche se non ho nessun elemento in concreto per prevedere che lo farà. Perciò lo arresto. Questo sillogismo aberrante continua a regalarci la più alta percentuale di detenuti in attesa di giudizio d’Europa.

  Quanto alla lunghezza del processo, la riforma della prescrizione ipotizzata dal guardasigilli Marta Cartabia, pur con tutti gli stimoli organizzativi a tagliare i tempi, non esclude che tra le indagini preliminari e il giudizio di primo grado trascorrano sette anni. Se a questo tempo si aggiungono i nove mesi per il deposito della sentenza, i tre anni previsti per l’appello, e l’anno e mezzo del giudizio di Cassazione, si arriva a dodici anni e tre mesi. Vi sembra che essere assolti dopo dodici anni e tre mesi sia molto diverso dall’essere assolti dopo venti?

  Quando Ciccio Addeo fu processato, la prescrizione del reato sarebbe intervenuta, in base alla legge vigente, dieci anni dopo la data dell’arresto. Il processo durò un tempo doppio solo perché il professore rinunciò a questa via d’uscita, pur di ottenere un’assoluzione piena in giudizio. Vuol dire che le modifiche proposte oggi dal governo fermano la barbarie di un processo senza fine sancita dalla maggioranza Cinquestelle-Lega su impulso del guardasigilli Buonafede, e confermata dalla maggioranza Cinquestelle-Pd, ma non ripristinano il livello di garanzie previste vent’anni fa.

 Questo confronto dà la giusta misura di ciò che rappresenta per la giustizia italiana la riforma Cartabia. Un primo piccolo passo, che non migliora la sorte di chi capiti sotto il maglio del pm. Ma che pure inverte un decennio di feroce giustizialismo. E per questo raccoglie il plauso unanime di maestri del diritto penale come Giovanni Fiandaca, Domenico Pulitanò, Francesco Palazzo ed Emilio Dolcini. Non quello, tuttavia, del giurista Giuseppe Conte, che annuncia battaglia nelle Camere a difesa di una prescrizione che, interrompendosi dopo il giudizio di primo grado, trasforma l’indagato in un presunto colpevole a vita. Se questo può chiamarsi ancora un avvocato del popolo, il popolo è senza speranza.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia