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Senato e poltrone, la Costituzione a misura di like

DiRed Viper News Manager

Lug 14, 2021

L’attuale legislatura, la XVIII, può vantare molti motivi per passare alla storia. Basti pensare che ha visto il medesimo presidente del Consiglio a capo prima di un governo di destra e, poi, di un governo di sinistra. Ma si tratta, in genere, di circostanze destinate a scolorare nel tempo, per diventare aneddoti. Vi è un tema, tuttavia, sul quale la presente legislatura è destinata a lasciare un segno duraturo: quello delle riforme costituzionali. Che sono state ben due e di rilievo assai significativo. La prima ha riguardato la riduzione del numero dei parlamentari, che ha visto il numero dei deputati ridotto da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. La seconda, appena varata in via definitiva, è quella che ha esteso ai diciottenni il voto per il Senato, in precedenza riservato a chi avesse già compiuto i 25 anni di età. Con questa riforma il Senato diventa un doppione, sotto tutti i profili, della Camera: stessa platea di elettori e stesse competenze.

Appare evidente, già a prima vista, che si tratta di riforme destinate a incidere significativamente sugli assetti della rappresentanza politica, quali furono delineati dal costituente nel 1948. Con quale risultato? Ed è questo il punto che lascia profondamente interdetti. Riforme di tale portata da incidere su di uno dei capisaldi della architettura di un sistema democratico, quale è la disciplina della rappresentanza politica, sono state portate a compimento senza una visione di insieme e senza alcuna chiarezza circa i risultati che ne sarebbero discesi sul piano della struttura delle istituzioni rappresentative del paese. Appaiono riforme da influencer, totalmente ispirate dalla filosofia dei like. La riduzione del numero dei parlamentari è avvenuta al grido di “abbasso la casta”, con lo scopo dichiarato di diminuire il numero delle poltrone, e così abbattere il costo della politica. Senza tenere in alcun conto le esigenze di rappresentatività che presenta un paese, come l’Italia, in cui i campanili sono il simbolo di storie, culture, talvolta vere e proprie lingue diverse.

La riduzione del numero dei parlamentari si risolverà, perciò, nella inevitabile mortificazione delle diversità presenti. Con il rischio che alcuni potranno sentirsi discriminati e non sentirsi coinvolti appieno nel concetto di unità nazionale. A sua volta, l’estensione del voto ai diciottenni per l’elezione del Senato ha l’effetto implicito, ma non certamente secondario, di rendere le due camere un doppione l’una dell’altra e, quindi, di accrescere la sfiducia nelle istituzioni. Quale credibilità e prestigio, difatti, può avere una istituzione quando è percepita come inutile? Si aggiunga che l’urgenza di dare il voto ai diciottenni per il Senato mal si concilia con il disinteresse che il governo del paese ha avuto, specie negli ultimi anni, verso il diritto al lavoro dei giovani.

A ben vedere, si è in presenza di una vera e propria demolizione dell’architettura del sistema democratico del paese, senza che sia supportata da un chiaro disegno riformatore, portatore di una diversa visione delle strutture necessarie per l’attuazione di una democrazia compiuta. Colpisce, in particolare, che fendenti così profondi alle istituzioni democratiche siano il frutto di leggerezza, avventatezza, superficialità. Riforme portate avanti senza alcuna consapevolezza delle loro conseguenze, pur essendo destinate ad incidere profondamente sulle istituzioni disegnate dal costituente. La sorpresa è ancora maggiore ove si compari la leggerezza, con cui tali riforme sono state portate a compimento, con la sacralità, pensosamente evocata da molti, quando si svolse il dibattito, prima alle Camere e poi in sede referendaria, in ordine alla riforma costituzionale elaborata durante il governo Renzi. In quella occasione, la Costituzione fu presentata come intoccabile, e ogni modifica era indicata come uno sfregio sacrilego alla sapienza dei costituenti.

Oggi, gli stessi protagonisti della battaglia contro la riforma Renzi non hanno avuto alcuna esitazione a cambiare profondamente le regole della rappresentanza politica, nella assoluta ignoranza di quali saranno le conseguenze.
Il dato di riflessione, dunque, è il seguente: anche un tema, delicatissimo, quale quello della disciplina delle istituzioni che danno attuazione, in un sistema democratico, al principio della rappresentatività è governato dalla filosofia dei like. Non è più materia per politici preparati o per costituzionalisti. È materia per influencer, che non a caso hanno cominciato a partecipare, da leader, al dibattito politico. E c’è persino qualche partito che inizia a essere sensibile ai milioni di follower, che alcuni influencer possono schierare. Si tratta, forse, di una nuova evoluzione della politica italiana: dai magistrati star della politica agli influencer star della politica. La prospettiva è quella di una stagione di riforme, di cui la riduzione del numero dei parlamentari e il voto ai diciottenni costituiscono solo un’avvisaglia.

È una prospettiva semplicemente terrificante, alla quale è necessario reagire. E non è vero che il degrado in corso è dovuto a un generale degrado della popolazione. Il successo di sottoscrizioni, che si è registrato nei primi di giorni di raccolta delle firme per i referendum, testimonia che vi è, nel paese, un fortissimo desiderio di politica alta, capace di avere un’idea chiara di riforma e di modernizzazione del paese. È la politica, perciò, che ha la responsabilità di essere adeguata alle attese e alle esigenze del paese. Una politica che, negli ultimi trenta anni, è stata capace solo di gridare “al ladro al ladro”, nascondendosi dietro i magistrati, e che, come massima espressione delle proprie capacità intellettuali, si è misurata sul tema del berlusconismo e dell’antiberlusconismo è destinata, inevitabilmente, a essere sovrastata dagli influencer.

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