• Dom. Set 26th, 2021

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Rapporto Ispra: la cementificazione ci costa 5 miliardi all’anno

Consumo del suolo

L’Italia che respira ha perso altri 60 chilometri quadrati. È successo nell’anno del lockdown, nonostante il lungo fermo di buona parte delle attività. Ne dà notizia l’Ispra nell’edizione 2021 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia. Un’erosione continua che ha portato il suolo impermeabile a raggiungere un’estensione pari a oltre il 7% del territorio nazionale. Ogni italiano ha a disposizione circa 360 metri quadrati di cemento (erano 160 negli anni Cinquanta). In termini assoluti, il consumo di suolo ha intaccato ormai 23.039 chilometri quadrati del nostro territorio: una superficie equivalente a quella della Toscana.

Significa che circa un quattordicesimo dell’Italia ha una copertura che impedisce al suolo di respirare e all’acqua di venire assorbita. La continua espansione delle periferie, del sistema viario e delle infrastrutture di vario tipo ha creato una pellicola artificiale che blocca lo scambio tra gli elementi della natura. Un fenomeno che si concentra nelle aree a media o bassa densità, mentre meno del 10% dei cambiamenti avviene in contesti già compatti: si sta lentamente cancellando il confine tra città e campagna.

Una scelta che ha un evidente costo in termini di bellezza perduta, vista la qualità media delle costruzioni degli ultimi decenni. Ma anche in termini di danni che la collettività subisce per la perdita dei servizi che la natura offriva e che sono stati cancellati.

È un costo complessivo che per il periodo 2021 – 2030 varrebbe, se il consumo di suolo procedesse alla velocità attuale, tra gli 81 e i 99 miliardi di euro. In pratica, fa notare l’Ispra, è la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza: “Dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori) e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di chilometri. In altre parole due milioni di volte il giro della Terra”.

Per cercare in controtendenza una buona notizia, si può osservare che il tasso di consumo del suolo è sceso in maniera sensibile, dopo aver conosciuto una curva che ha cominciato a salire con decisione nel dopoguerra. Il consumo di suolo era del 2,7% negli anni Cinquanta e ha raggiunto il picco poco dopo il Duemila, toccando gli 8 metri quadrati di territorio al secondo. La crisi economica del 2008 – 2013 ha portato a un rallentamento (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo). E poi a una discesa: 4 metri quadrati al secondo tra il 2013 e il 2015. Per attestarsi attorno ai 2 metri quadrati al secondo.

Oggi però il problema che si pone non è più quantitativo ma qualitativo. L’Unione europea ha posto il traguardo del consumo di suolo netto zero entro il 2050. Si tratta quindi non più di porre un freno al vecchio meccanismo produttivo ma di fare il salto verso uno sviluppo del territorio collegato alla logica dell’economia circolare. Invece di continuare in tono minore un’espansione basata sulla sostituzione di aree naturali e agricole con asfalto, cemento, fabbricati, strade, insediamenti commerciali occorre rilanciare pensando a un riuso delle superfici già occupate migliorando qualità e funzionalità delle strutture. Un salto che permetterebbe non solo di azzerare il consumo netto di suolo ma di dare slancio all’economia.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia