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Pierluigi Battista: “Il mio podcast contro la censura, perché sono un estremista della libertà d’espressione”

04/12/2019 Roma. Più libri più liberi. Fiera nazionale della piccola e media editoria, 18° edizione. Incontro su 'Il valore della memoria'. Il giornalista Pierluigi Battista

Pierluigi Battista, giornalista e scrittore, da qualche mese in forza all’HuffPost con la rubrica quotidiana “Uscita di sicurezza”, anche tu un podcast?

Sì, è la mia prima volta, spero sia venuto bene. Sono molto attratto da questa nuova forma espressiva, una combinazione di ascolto, parole e musica, che genera un racconto che vuole catturare l’attenzione. Ho fatto molta radio nella mia vita, da una parte credo ci sia una certa somiglianza, dall’altra una forte integrazione tra diverse forme espressive che genera un prodotto nuovo, ma anche antico. Qualcosa che si lega al grande successo recente che hanno gli audiolibri, ma anche ai cantastorie che giravano il Paese, incontravano fasce di popolo accompagnati dalla musica. La parola raccontata è una formula vecchissima.

E il tuo, di podcast?

Si chiama “Storia della censura in cinque atti”. Ogni atto è dedicato al tema. Il primo al sesso, poi la censura religiosa, quella politica, la censura nella musica e infine la cancel culture, del politicamente corretto, minacciosa perché fatta in nome di ideali progressisti. In questo quadro generale, naturalmente ci sono delle connessioni, perché spesso si tratta della stessa mannaia censoria che colpisce. 

Qualche esempio?

Egon Shiele venne messo al bando per oscenità per i suoi nudi conturbanti nel primo Novecento, oggi perché recherebbe offesa al corpo delle donne. Balthus vietato per incitamento alla pedo-pornografia. Un libro di Mark Twain, decisamente antirazzista, oggi al bando perché compare la parola “negri” che al suo tempo era correntemente usata. Fino ad arrivare all’assurdo di cambiare recentemente il finale alla Carmen di Bizet a Firenze perché indurrebbe al femminicidio. D’altro canto la censura è un tema a me caro di cui ho scritto due libri in passato, “Libri al rogo”, “I libri sono pericolosi: perciò li bruciano”.

Te ne sei occupato tanto, perché sei sorpreso ora?

Non mi aspettavo che un valore non negoziabile e imprescindibile come la libertà d’espressione potesse subire un arretramento così forte. Anzi, con la fine dei totalitarismi e delle ideologie pensavo che la secolarizzazione del dibattito culturale avrebbe portato a un’apertura. Invece sta accadendo il contrario, non solo in gran parte del mondo – in Cina, nei paesi islamici e nell’Ungheria di Orban – ma anche in occidente. E non va sottovalutata la controffensiva delle università americane che hanno messo in discussione persino la tragedia greca. Ecco, lo specifico odierno è che siamo davanti a una combinazione di fanatismi religiosi – pensiamo a Charlie Hebdo e Salman Rushdie – e alla cancel culture che nell’occidente liberale e democratico annulla il passato secondo criteri anacronistici. Non puoi sostenere che nelle Metamorfosi di Ovidio ci siano le origini dello stupro. Non puoi giudicare la cultura greca con i parametri del suprematismo bianco.

Come difendersi?

In questo contesto, vorrei essere un fanatico estremista della libertà d’espressione. Non vorrei concedere molto spazio ai forse, ai ma, alle eccezioni, perché ogni volta che lo fai c’è un varco che si apre. E premesso che la libertà d’espressione non si limita al bello, ma contempla l’osceno, considero illiberale e persino inutile vietare per legge cose che sembrano orrende.

Inutile?

In Francia esiste una legge più dura della nostra legge Mancino contro il negazionismo della Shoah, eppure non ha impedito gli attentati contro le sinagoghe e gli ebrei che girano per strada in kippah. Ma le persone che vogliono uccidere gli ebrei non hanno mai letto un libro in vita loro. Delegare alla magistratura e alla polizia quello che tu non sei capace di fare; vietare; vuol dire mettere in moto un meccanismo repressivo, che porta necessariamente agli abusi. Invece bisognerebbe ridurre al minimo l’intervento dello Stato. Non esistono motivazioni buone per mettere al bando un romanzo, per imbavagliare un’opposizione. 

Non vedi proprio nulla di positivo nei tentativi di difendere il linguaggio comune? Uno scudo estremo della democrazia?

Ritengo paradossale che la democrazia per difendersi sia antidemocratica. La democrazia liberale si fonda sul principio che ci sia una diversità, una distanza, tra le parole e le cose. Posso dire che il mio nemico politico vada abbattuto, ma dire questo e il farlo fisicamente c’è una distanza che non può essere annullata. Non può essere che ogni parola sia istigazione a compiere fatti concreti. Guarda che negli anni ’70 fu la sinistra a subire quest’offensiva, pensiamo ai “cattivi maestri” che venivano visti come i mandanti delle Br. Toni Negri parlò della “geometrica potenza” dell’attacco di via Fani, che venne considerato apologia, il che secondo me era sbagliato. E confesso che anche l’apologia del fascismo è senza senso. Non posso dire ‘il fascismo è stato una cosa buona’? È un’opinione. Altra cosa organizzare una strage fascista a piazza Fontana. Si può duramente criticare il Quirinale, e addirittura con Cossiga la sinistra chiese l’impeachment. Ha senso il vilipendio al capo dello stato? Ma se a ogni pensiero vanno chiamati i poliziotti apri il varco a una deriva autoritaria. 

Restiamo nel campo progressista, che mi sembra quello che più ti interessa mettere al centro della tua critica. 

Perché una volta nella sinistra italiana essere contro il vilipendio, il reato d’opinione, l’apologia di reato, era una cosa normale. Ora purtroppo siamo assistendo a una sterzata conservatrice molto forte. Sempre a fissare norme, regole, paletti, questo si può o non si può dire. Una volta lo facevano i preti… “Non ti puoi toccare figliolo”. Ecco, quelli della sinistra italiana sono diventati i nuovi preti. Ma io vengo da una certa idea di sinistra libertaria – non il Pci  – che non c’è più.

A proposito di sesso, perché parti da lì?

In effetti dei 5 temi 3 sono molto legati al sesso. Perché il sesso è il chiodo fisso del censore. Penso alle canzoni di Lucio Dalla, al finale di 4 marzo 1943. Addirittura a Nicola Di Bari. Il primo esempio di censura di canzonette nell’Italia democratica ha coinvolto Renato Carosone con “Che bella pansé che tieni, che bella pansé che hai, me la dai?”. In America hanno censurato la mossa di Elvis Presley. In Francia si sono scagliati contro i gemiti di Serge Gainsbourg e Jane Birkin in “Je T’aime…”. Poi c’è il sesso nei libri. Nell’Ulisse di Joyce, ne L’amante di Lady Chatterley, Madame Bovary. Ora con la cancel culture da accuse di oscenità, si è passato ad abuso mercificato del corpo delle donne. Va anche considerato che la libertà d’espressione, come la democrazia, hanno una storia relativamente giovane e limitata a pochi posti del mondo. Risale appena a tre secoli fa, a Locke, è una storia fragile. E ora è attaccata da destra e da sinistra, da sopra e da sotto, con buone intenzioni che devono insospettire.

Cover del Podcast di Pierluigi Battista, Storia della censura in cinque atti

Articolo proveniente da Huffington Post Italia