• Sab. Set 18th, 2021

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Volendo dare un titolo letterario (magari con un pizzico di ‘’giallo’’) alla relazione con la quale il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha presentato un pregevole XX Rapporto dell’Istituto riservato all’anno orribile della pandemia, potremmo chiamarla ‘’La confessione’’.

Infatti, Tridico – ex cathedra ed avvalendosi delle statistiche ufficiali –  smentisce ‘’in disordine e senza speranza’’ gli esiti annunciati delle due principali misure di politica sociale varate dal Conte 1: quota 100 e il reddito e la pensione di cittadinanza.

Per quanto riguarda il primo aspetto le parole di commento sono pietre:

“La misura sperimentale e triennale di Quota 100 ha permesso il pensionamento anticipato di 180mila uomini e 73mila donne nel primo biennio 2019-20. Dall’analisi del take-up di Quota 100 emerge che la misura è stata utilizzata prevalentemente da uomini, con redditi medio-alti e con una incidenza percentuale maggiore nel settore pubblico. Se ci si limita invece ai dipendenti del settore privato, oltre al genere e al reddito, assume un ruolo chiave anche la salute negli ultimi anni di carriera. Rispetto agli impatti occupazionali attraverso la sostituzione dei pensionati in Quota 100 con lavoratori giovani, un’analisi condotta su dati di impresa non mostra evidenza chiara di uno stimolo a maggiori assunzioni derivante dall’anticipo pensionistico”.

Per evitare che rimangano dei dubbi, anche il Rapporto ribadisce il concetto:

“Con l’avvio di Quota 100, il saldo cumulato assunzioni-cessazioni sembra attestarsi su un trend non crescente. Se da un lato i valori positivi indicano un numero di assunzioni cumulativamente maggiore delle cessazioni, non appaiono evidenze chiare di uno stimolo alle maggiori assunzioni da parte dell’anticipo pensionistico. Tuttavia, la lieve tendenza “non-decrescente” dell’approssimazione lineare della curva porta a non escludere del tutto che Quota 100 abbia indotto alcuni effetti di turn over, seppur poco significativi. Tali effetti sono verosimilmente dovuti a quei lavoratori con un contratto in scadenza (o comunque cessato)”. 

Senza mai dimenticare, poi, che nel primo biennio sono stati meno di 30mila i soggetti che hanno azzeccato l’ambo secco con i numeri fatidici dei 62 e 38. Già la Corte dei Conti aveva verificato che l ’uscita anticipata (con quota 100), aveva attratto, soprattutto nel 2019, principalmente coloro che – per anzianità contributiva – avevano una distanza molto ridotta dalla soglia prevista per l’uscita anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini; 41 e 10 mesi per le donne).

Circa la metà dei ‘’centoquotisti’’ uomini è andato in pensione con almeno 41 anni di anzianità;  le donne con almeno 40 anni di anzianità risultano il 53 % del totale, oltre il 30 % ne ha almeno 41 anni. La lettura dei dati sulle pensioni accolte, disaggregati in base all’età, mostra un generale addensamento sui 63 anni (circa il 27 per cento). I pensionati da Quota 100 con almeno 66 anni di età (e quindi prossimi al pensionamento di vecchiaia a 67 anni di età) sono stati mediamente il 14 % del complesso.

Quanto al RdC, Tridico – pur ricordando che l’istituto è entrato in vigore pochi mesi prima della crisi sanitaria e dei suoi effetti – non può negare il sostanziale fallimento del suo impiego nell’ambito delle politiche attive del lavoro.

“La occupabilità dei percettori di RdC, purtroppo, è molto scarsa. Un gran numero di percettori di RdC/PdC – una misura la cui erogazione è pari in media a 552 euro per intero nucleo familiare – è costituito da minori (1.350.000), disabili (450mila), persone con difficoltà fisiche o psichiche non percettori di pensioni di invalidità, oltre a circa 200mila percettori di PdC. Soprattutto per essi – prosegue il presidente dell’Inps – la misura è stata un’àncora di salvataggio, uno strumento di inclusione sociale prima di tutto, una leva contro la regressione nella povertà assoluta. Le politiche attive – Tridico corregge il tiro – sono indipendenti dal RdC. Sulle politiche attive, separatamente dal RdC, va concentrato un grande sforzo da parte di questo e dei successivi governi, in termini di risorse, di rigenerazione organizzativa e di governance”.

Era evidente fin dall’inizio che sarebbe finita così non solo sul versante dell’occupazione (l’illusione delle tre offerte di lavoro nell’arco di 18 mesi), ma su quello della stessa occupabilità in conseguenza delle caratteristiche di quanti  vivono in condizioni di povertà, disagio ed esclusione sociale. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia