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Intervista a Piero Fassino: “Strage di Srebrenica, solo l’Europa può scacciare lo spettro di quell’orrore”

DiRed Viper News Manager

Lug 14, 2021

«Non basta dire mai più una Srebrenica. Occorre costruire le condizioni politiche perché altre tragedie non accadano più. L’Unione europea si liberi delle sue reticenze. I Balcani sono ancora un’area a rischio». Srebrenica, ventisei anni dopo. Il Riformista ne parla con Piero Fassino, presidente della Commissione Affari Esteri della Camera.

Il peggiore massacro in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale iniziò l’11 luglio e si concluse il 19 luglio del 1995:il massacro di Srebrenica. Oltre 8mila musulmani bosniaci trucidati dalle squadracce del generale serbo Radko Mladic. Cosa ha rappresentato Srebrenica per l’Europa e che monito ci lascia?
Sono passati ventisei anni, ma quel massacro resta come una tremenda testimonianza dell’abiezione e della disumanità cui può condurre l’esaltazione etnica. Perché proprio quella fu la radice delle guerre balcaniche: la pretesa di fondare gli Stati sull’omogeneità etnica, i croati con i croati, i serbi con i serbi, cancellando il diritto a vivere ed esistere di chiunque non facesse parte della propria etnia. I Balcani sono una di quelle aree che nel linguaggio geopolitico vengono chiamate “le cerniere del mondo”, laddove s’incontrano Occidente e Oriente, Europa e Asia, cristianità e islam, cattolicità e chiesa ortodossa, in un crogiolo di popoli, etnie, nazionalità, religioni, culture, alfabeti. Una regione che nel corso dei secoli è sempre stata teatro di guerre, invasioni, dominazioni, che hanno poi investito l’intero continente. E la storia, fin dai tempi dell’impero romano e delle invasioni barbariche ne è piena. Risalendo i Balcani le armate turche dell’impero ottomano arrivarono due volte alle porte di Vienna. I Balcani come terra di incontro e scontro tra imperi portò nel 1878 alla Conferenza di Berlino sulla Questione orientale che tuttavia non risolse l’assetto della regione. Non dimentichiamo che la prima Guerra mondiale scoppiò con l’attentato di Sarajevo. Tra la prima e la seconda Guerra mondiale, i Balcani videro nascere regni e regimi politici in conflitto tra loro. E furono anche terra d’invasione del nazismo e del fascismo durante la seconda Guerra mondiale…

E poi?
Poi avvenne “l’intuizione” di Tito che fondò la Federazione jugoslava come una entità statale multietnica e multiculturale, mettendo insieme tutti i popoli slavi della regione, vedendo che nel confronto bipolare tra campo occidentale e campo comunista, c’era lo spazio per un’area di non allineamento, tant’è che Tito fu uno dei leader del Movimento dei non allineati. E la Federazione jugoslava divenne una sorta di “area cuscinetto” che evitava il confronto diretto tra i due blocchi politici e militari contrapposti. Un equilibrio che ha consentito alla Federazione jugoslava, dal secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino, di diventare un’area di stabilità, funzionale all’equilibrio bipolare.

Poi l’89…
Con la caduta del muro di Berlino si dissolve il campo sovietico, non c’è più bisogno di avere nei Balcani un’area di cuscinetto tra i due blocchi, e questo fa esplodere la Federazione jugoslava sotto l’incalzare delle spinte etnocentriche e separatiste. E la guerra che dal ’91 al’95 insanguina i Balcani, fino al massacro di Srebrenica, è la guerra dei nazionalismi, degli Stati etnocentrici che passa per efferatezze che restano nella memoria.

E qual è la “memoria” di questa storia che dovrebbe guardare al futuro?
L’unico modo per fare uscire i Balcani da questa condizione è l’integrazione europea. Che è esattamente quello che si promise ai popoli balcanici all’indomani della pace di Dayton che nel 1995 pose fine alla guerra. Il messaggio era chiaro: la vostra prospettiva è l’integrazione nell’Unione Europea e nella NATO, uno spazio comune in cui si costruisce il futuro insieme al vicino e non contro di esso. E così superare la storica conflittualità dei Balcani, che ha introdotto nel linguaggio geopolitico il termine “balcanizzazione”, sinonimo di una situazione di permanente conflittualità, lacerazione e instabilità. Dopo essere stato deciso nel Consiglio europeo di Salonicco del 2003, l’allargamento iniziò con la Slovenia nel 2004, insieme ai Paesi dell’Europa centrale, proseguì con Bulgaria e Romania, cioè i Balcani orientali, nel 2013 arrivò la Croazia. E negli altri 6 Paesi della regione si generò l’aspettativa di un’integrazione rapida, anche perché nel frattempo la NATO aveva aperto le sue porte non solo a Slovenia, Croazia, Bulgaria e Romania, ma anche ad Albania, Montenegro, Nord Macedonia.

Cosa non ha funzionato in chiave europea?
Quel processo che sembrava essere rapido si è bloccato. La crisi economica, pensiamo alla Grecia, dal 2008 al 2015; le spinte euroscettiche, Brexit e Visegrad; il conflitto russo-ucraino alle porte dei Balcani; i flussi migratori che hanno nella rotta balcanica uno dei punti di massima criticità. Tutto questo ha spinto l’Ue a chiudersi e a rallentare, suscitando delusione e frustrazione nelle opinioni pubbliche e nelle cancellerie dei Paesi balcanici, i quali vogliono entrare in Europa, gli si dice che saranno accolti nell’Unione, salvo poi vedere che quel traguardo non arriva mai e anzi lo si dilaziona sempre di più. E l’incertezza europea apre spazi ad altri attori oggi molto attivi, Cina, Russia, Turchia. Una cosa è chiara: l’attuale status quo non può reggere e si profilano rischi di destabilizzazione. Lo conferma il “non paper” diffuso qualche settimana fa – anonimo, ma qualcuno lo ha pur scritto e fatto circolare – in cui si propone la disarticolazione dell’attuale assetto dei Balcani per lasciare il posto a tre grandi entità etniche: una Grande Serbia, una Grande Croazia, una Grande Albania. Se dovesse realizzarsi, sarebbe una sorta di rivincita postuma di Milosevic, che quella visione me la prospettò in un incontro che ebbi con lui nel ‘97 su incarico di Dini. «I passeri con i passeri, i merli con i merli» mi disse. Ventiquattro anni dopo quella visione è tutt’altro che cancellata. E non ci vuol molto a capire che aprirebbe un’altra stagione di conflitti e guerre.

E qui ricompaiono i fantasmi di Srebrenica…
Mai più Srebrenica se decidi le cose giuste, perché se non le fai, rischi in futuro altre Srebrenica. L’Unione europea deve cambiare passo, accelerando i negoziati in corso con Serbia e Montenegro, aprendoli con Albania e Macedonia, decisione di un anno fa tuttora bloccata da un inaccettabile veto bulgaro. Occorre riconoscere lo status di candidato alla Bosnia, sempre esposta a spinte separatiste, con le comunità serba e croata che guardano sempre agli Stati-madre. E dare un segnale al Kosovo, concedendo, come raccomanda la stessa Commissione europea, la liberalizzazione dei visti d’ingresso nell’Ue.

Ma i negoziati, la storia insegna, richiedono tempo. Che fare da subito?
Mentre i negoziati si sviluppano, compiere atti di inclusione. Ricomprendere i Balcani nell’area di approvvigionamento dei vaccini, che oggi vengono dati da Russia, Turchia, Cina. Sostenere loro politiche economiche armonizzandole con gli assi del Recovery fund. Coinvolgerli in una nuova politica migratoria offrendo così soluzioni alla rotta balcanica. E chiamarli a essere parte attiva della Conferenza sul futuro dell’Europa.

In tutto questo, l’Italia?
L’Italia è il Paese che con più determinazione sostiene le ragioni dei Balcani, una regione geostrategica per noi fondamentale. Siamo il primo o il secondo partner economico di tutti questi Paesi. Abbiamo relazioni storiche, politiche, culturali intense. Siamo partner della loro integrazione europea. La scorsa settimana, il presidente Draghi, alla Conferenza di Berlino sui Balcani, si è rivolto con parole chiare agli altri primi ministri: è tempo di decidere. E di fare ciò che abbiamo promesso a quei popoli. Se non le facciamo, quel vuoto sarà riempito, come già sta accadendo, da altri. E le conseguenze di questa inazione ricadranno su di noi, con l’esplodere di nuovi conflitti etnico-religiosi e l’insorgere di spinte nazionalistiche destabilizzanti. Ecco perché non basta dire mai più Srebrenica. Perché quella tragica storia non si ripeta, l’Europa è chiamata ad agire. Contro i sovranismi nazionalisti, l’antidoto è l’inclusione. Come scrisse Alex Langer, pochi giorni prima di mettere fine alla sua vita: “l’Europa muore o rinasce a Sarajevo”.

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