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I dati di genere ancora mancanti in Italia

DiRed Viper News Manager

Lug 14, 2021

Quando si parla di disparità di genere e di politiche volte a ridurre questa lacuna spesso non si fa riferimento agli strumenti di analisi di genere, mirati proprio a definire meglio una criticità da sanare con misure ad hoc. Infatti, uno degli strumenti utili a comprendere quanto una politica abbia avuto un effettivo impatto nel ridurre la disparità di genere è la valutazione di impatto di genere.

La valutazione di impatto di genere è uno strumento che esamina gli effetti delle politiche e dei provvedimenti amministrativi volti a ridurre la disparità di genere.
Vai a “Che cos’è la valutazione di impatto di genere”

Tuttavia, affinché questo sia possibile c’è bisogno di dati da cui far scaturire questo processo. Nello specifico, c’è bisogno di dati di genere e liberi da stereotipi e che seguano l’approccio strategico del gender mainstreaming. Già da questo concetto si delinea la prima problematica. Infatti, viene mantenuta la dicitura in inglese, in quanto nella lingua italiana non è stata ancora individuata un’adeguata traduzione. Questo non è un dettaglio irrilevante, perché ha conseguenze sia sul piano linguistico che sulla programmazione dell’azione politica.

L’approccio strategico del mainstreaming di genere è un metodo che prevede l’integrazione della prospettiva di genere nell’attività di realizzazione delle politiche: dal processo di elaborazione all’attuazione, includendo anche la stesura delle norme, le decisioni di spesa, la valutazione e il monitoraggio.
Vai a “Che cos’è il bilancio di genere”

Il concetto di mainstreaming di genere fu formalmente presentato a Pechino nel 1995 in occasione della quarta conferenza mondiale delle donne che, grazie alla partecipazione di 30.000 attiviste da 189 paesi, ha proposto l’agenda più completa fino ad oggi, sull’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne.

I dati di genere sono dati raccolti e presentati mettendo il sesso come principale e primaria classificazione

Come è stato sottolineato da organizzazioni internazionali come le Nazioni unite e la World economic forum, l’applicazione di questo approccio è impossibile in mancanza di dati di genere. Questa assenza di dati suddivisi per almeno due generi, maschile e femminile, viene chiamato “gender data gap”. La principale funzione di questo metodo è quella di rendere donne, ragazze e bambine visibili nelle statistiche in ogni sfera di analisi.

L’Onu segnala che, per colmare questa assenza o per ridurre la scarsità di dati di genere, sono necessari degli investimenti nella capacità degli istituti di statistica nazionali. Un incremento potrebbe ampliare la copertura, la qualità e la storicità dei dati necessari al monitoraggio dell’equità di genere e degli obiettivi di sviluppo sostenibile inclusi nell’agenda 2030. Inoltre questi dati potrebbero permettere di rappresentare in modo più fedele la realtà della vita delle donne e delle bambine, nelle loro diversità e specificità, mettendo a fuoco gli stereotipi più radicati nei concetti, nelle definizioni, nelle classificazioni e nelle metodologie.

Inoltre, alcune economiste femministe sottolineano da anni la necessità che le statistiche di genere si basino,

su concetti e definizioni che riflettano adeguatamente la diversità delle persone in tutti gli aspetti della loro vita e devono garantire che i metodi di raccolta dei dati evitino stereotipi di genere tali da creare distorsioni statistiche, che ne possano inficiare la corretta rappresentazione della realtà

 

I dati di genere mancanti

Tra le iniziative promosse dall’Onu contro la disparità di genere c’è la costruzione di una serie di 72 indicatori di genere, volti a monitorare la situazione mondiale e dei singoli paesi in materia. L’obiettivo è quello di trasformare le promesse in realtà misurando costantemente i progressi raggiunti.

Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, si riscontra che meno della metà degli indicatori utili al monitoraggio degli obiettivi che includono un prospettiva di genere dell’Agenda 2030 sono disponibili.

I dati sono il risultato dell’analisi dei dati di genere condotta dall’Onu rispetto alla disponibilità dei dati dei 72 indicatori che ogni paese membro dell’Ue rende disponibile. I valori sono rappresentati in percentuale rispetto al totale degli indicatori.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Un Women
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2020)

38 indicatori di genere italiani su 72 di quelli proposti dall’Onu non sono disponibili.

In media in Europa, il 55,6% dei dati di genere non sono disponibili. La quota italiana non si discosta troppa da quella europea. Infatti, il 52,5% degli indicatori per l’Italia non hanno un riscontro in dati, solo il 21% viene, invece, reperito e considerato come di alto livello. Questa percentuale, tuttavia, è più bassa della media europea, pari al 24,8%.

 

Le lacune rilevanti dei dati di genere

Non vengono raccolti dati di genere sulle morti imputabili all’inquinamento atmosferico.

La questione dei dati di genere italiani si aggrava ulteriormente se si analizzano i settori in cui vi è questa mancanza. Infatti, questa carenza la si ritrova principalmente nelle aree più strategiche. Tra queste per esempio mancano gli indicatori sul mercato del lavoro, i dati sul tasso di disoccupazione femminile, il rapporto tra genere e povertà, violenza fisica e sessuale, l’accesso delle donne agli asset di sviluppo, l’indice del rapporto tra genere e ambiente.

Tra i settori in cui il gender data gap In Italia è più evidente è quello economico e quello sulle tematiche ambientali, come si riscontra dalle elaborazioni dell’Onu.

 

 

La mancanza di dati di genere in alcuni ambiti strategici come la povertà e l’esclusione è direttamente condizionata dagli stereotipi che possano portare a una ridotta percezione della realtà, come ad esempio la scelta di raccolta e analisi dei dati a livello familiare, piuttosto che a livello individuale.

Queste lacune sono fondamentali considerato che gli obiettivi dei piani europei e nazionali di ripresa e rilancio sono orientati alla trasformazione verde e digitale, alla riduzione delle disuguaglianze e un incentivo economico e lavorativo per i cittadini europei. Risulta pertanto evidente come la raccolta di questi dati e la loro pubblicazione sia urgente e determinante per misurare gli effetti delle politiche e degli investimenti.

È con questa ottica che già a giugno 2020 è stato pubblicato lo studio “Next generation Eu leaves women behind. Gender impact assessment on the Ec proposal for #nextGenerationEU”, un progetto condotto da Elisabeth Klatzer e da Azzurra Rinaldi. Nel documento si sottolinea la necessità di avere dati disaggregati per genere e l’importanza di introdurre la valutazione di impatto di genere in ogni progetto che viene presentato per evitare che le discriminazioni si protraggano. L’obiettivo è di scongiurare anche il pericolo che i grandi investimenti previsti in settori ad attuale bassa occupazione femminile, come la trasformazione verde e digitale, creino ulteriori discriminazioni di genere.

 

Dati per contare

Proprio per la mancanza di dati di genere analizzata e l’arrivo dei fondi legati al Pnrr, come associazione femminista Period Think Tank, ha deciso di promuovere da marzo 2021 la campagna #datipercontare per chiedere alle istituzioni, partendo da quelle locali, un impegno concreto a rendere aperti e pubblici i dati necessari a misurare il gap di genere. La campagna ha due obiettivi. Il primo è l’accesso ai dati disaggregati per genere, mentre il secondo è di impegnare gli enti locali affinché la valutazione di impatto di genere diventi uno strumento obbligatorio per la definizione delle politiche e degli investimenti economici finanziati dal Recovery fund.

I comuni metropolitani di Bologna e Palermo hanno già aderito alla campagna.

Photo credits: Christina @ wocintechchat.comUnsplash

 

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