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Belfast Boy, George Best l’irlandese povero e dannato nell’Olimpo del calcio

DiRed Viper News Manager

Lug 14, 2021

Il destino in un nome: Best. George Best è stata la prima rockstar del calcio, il primo influencer del campo da gioco, se fosse vissuto ai giorni nostri si sarebbe trovato decisamente a suo agio con i social, le storie di Instagram, Facebook. La sua sarebbe stata, probabilmente, una parabola ascendente più rapida, con un crollo in verticale più rovinoso. Invece George Best, per nostra fortuna, è vissuto in un’altra era, dove le sue gesta, mediate dallo spazio e dal tempo, per quanto (auto)distruttive ci giungevano eroiche e trasgressive, disegnando un’epica che avrebbe, nel tempo, prestato il fianco a una lettura lacrimevole della sua esistenza.

Belfast Boy, il libro scritto da Stefano Friani e pubblicato dalle Edizioni Milieu, si addentra nel mare magnum della vita di George Best senza ammiccare ai buoni sentimenti. Trecentodiciotto pagine corredate da una quantità di foto che ritraggono il calciatore nei momenti più salienti della sua carriera e della sua vita privata – soldi sperperati, alcol, donne, macchine veloci, sempre sotto gli occhi di tutti – in cui l’autore si muove con scioltezza ed esperienza. Friani, di professione editore – ha fondato con Emanuele Giammarco “Racconti Edizioni” -, è esperto di calcio, tifoso del Fulham e studioso di questioni irlandesi, e in questa biografia riesce nell’impresa tutt’altro che scontata di scrivere di un calciatore come George Best senza scomodare la retorica. Quattro anni di scrittura per dare alle stampe un libro che è testo e contesto.

Come si può raccontare George Best senza raccontare l’Irlanda del Nord del Dopoguerra? Come si può raccontare l’epopea di questo ragazzino che scorrazzava per le strade di Belfast con il pallone ai piedi, una madre alcolizzata e un padre portuale? George Best era la rivincita dei poveri, cattolici e protestanti, in un’Irlanda del Nord devastata da una guerra fratricida, tra la minaccia delle bombe allo stadio e i cecchini sui palazzi. La bellezza di questo libro risiede nella mano sicura e nell’occhio lucido e pieno di pietas dell’autore: in una biografia così densa e dettagliata sarebbe facile, fors’anche scontato, che l’abbondanza equivalesse a pesantezza. Così non è, perché quei particolari – a partire dalle sostituzioni durante una partita, per arrivare ai dettagli sulle rotture dei suoi fidanzamenti – costituiscono proprio il colore narrativo che fa brillare il libro.

Scopriamo che Best era un appassionato solutore di parole crociate, che nutriva la speranza di diventare scrittore di libri gialli. Lo seguiamo nella sua ossessione per la moda, le belle macchine, le feste. Veniamo a sapere che «Agli occhi di tutti gli altri giocava bene, ma non ai suoi». Quando morì, l’Irlanda del Nord si riunì sotto la bandiera di un calciatore che aveva reso grande il calcio irlandese nel mondo: “Maradona good, Pelé better, George Best” recitavano i tifosi. George Best è passato alla storia come “Il quinto Beatle”, e questo libro è musica per le orecchie dei lettori.

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