• Dom. Set 19th, 2021

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L’equilibrio precario dei rapporti umani

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L’equilibrio sui cui si reggono i rapporti personali è sempre molto precario, e lo è ancora di più se i legami sono affettivi, familiari. Il filo sul quale si cammina è molto sottile e poi non rimane mai uguale. Il filo una volta s’allunga, l’altra s’accorcia, qualcuno lo sposta. Un giorno ci pare d’aver avvicinato e perfino toccato chi arriva dall’altro capo, il giorno dopo un’epifania al contrario ci mostra quella persona, a cui teniamo così tanto, inavvicinabile, lontanissima, avvolta dalla nebbia.

Stiamo lungo quel confine tutta la vita e ogni giorno ci inventiamo qualcosa per accorciare le distanze, per arrivare a comprendere. Si tenta un avvicinamento alle amiche, agli amici, si prova a cercare la chiave, il codice d’accesso ai sentimenti, ai dolori; si interpretano i silenzi di un padre, le carezze di una madre; ci si perde negli abissi dei tormenti di una figlia, di un figlio. L’equilibrio. Si va per tentativi. Una storia scritta molto bene da Paola Moretti, al romanzo d’esordio, racconta in maniera attenta e luminosa la frammentarietà, la provvisorietà, le difficoltà, il pulviscolo che si disperde mentre una madre prova a capire una figlia che cresce, mentre una figlia prova a capirsi e per farlo si chiude, s’allontana, cresce. Il libro si chiama Bravissima ed è edito da 66thand2nd.

«Erano concentrate e tese come reclute in missione, ma facevano tutto come se se la stessero spassando. Era questo il vero sadismo di quello sport, la sua vera perversione».

Antonella e Claudio e la loro bambina Teodora si traferiscono da Milano a Feudi Marina, sono giovani e assecondano con questo spostamento il tentativo di miglioramento professionale di Claudio. Antonella non ha ancora quarant’anni, è lei la narratrice del libro, è lei il perno attorno al quale Moretti costruisce la storia. L’altro perno su cui il romanzo ruota è Teodora, questo è il filo, ai due capi stanno madre e figlia. Bravissima è un racconto di sport e devozione, di solitudine e di crescita, di piccoli abbandoni e ritrovamenti, di profondi silenzi, di angosce e desideri, di intime paure e di limpidi attimi di salvezza.

Teodora è in quel periodo di transito che la porterà dalle elementari alle medie, ha otto anni, scopre una passione potente per la ginnastica ritmica, che le prenderà ogni spazio, desiderio, tempo. La palla, le prove, gli allenamenti, le possibilità, le giravolte, la rovesciata che non viene, il terzetto formato con le amichette con la stessa devozione, la stessa ansia. Ogni istante che avvicina Teodora alla ginnastica la allontana dalla madre, non c’è un motivo, ci sono molti motivi. Antonella in questa nuova casa, nuovo posto, nuova vita, deve reinventarsi, il benessere di Teodora fino a questi giorni è dipeso da lei, è caduto da lei. Claudio per il lavoro che fa passa poco tempo a casa e con Teo, Antonella anche qui trova un lavoro che la impegna poco e che le consente di passare molto tempo con la figlia. Sarà  lei a prenderla da scuola e a portarla agli allenamenti, ad attenderla, a vederne e temerne i progressi, a notare (e a subire) l’autorità delle insegnanti di ginnastica diventare l’unica cosa che conta per la figlia. Sarà sempre lei che per ogni ora passata in più con Teodora scorgerà meno condivisione, meno comprensione. Il loro rapporto diventa una specie di sfida, Teodora procede per ricatti, Antonella per concessioni e timori.

La madre non sogna per la figlia lo sport come affermazione, rivalsa, successo, non è il papà di Agassi, delle sorelle Williams, di Steffi Graf, è una madre che teme l’allontanamento della figlia, delle problematiche di un corpo in crescita, inevitabilmente indirizzato da uno degli sport con la disciplina più rigorosa. Antonella rimette in ordine ogni pensiero nelle passeggiate che si concede in spiaggia, o in sporadiche conversazioni con Claudio, intanto Teo cresce, è sempre più brava, partecipa a gare regionali, poi nazionali, per lei si prospetta il salto di qualità, l’agonismo estremo, le gare internazionali. Arriva il momento delle scelte per la famiglia, Claudio crolla sui divani, Teo si chiude nei silenzi della sua cameretta, Antonella s’interroga, cerca il filo, pensa all’equilibrio, rivuole sua figlia.

«Cercando di mantenere un’intonazione neutra chiesi a cosa servisse fare l’esercizio bendate e Teo con lo sguardo trasognato rispose: “A sentire l’attrezzo”».

Il tempo e la sorte, si scoprirà che Teodora ha un problema alla schiena, indirizzeranno la vicenda in un’altra direzione, sembrano i giorni prima di un crollo, ma le vite sono stupefacenti e sorprendenti, e le ragazzine lo sono, l’amore pure è così. Paola Moretti ha costruito con Teodora e Antonella due personaggi molto riuscite, due attrici che tengono la scena e conducono il lettore nel campo complicatissimo dei legami familiari. Antonella mentre avversa la passione della figlia, prova comunque a comprenderla, non perderà mai coraggio e determinazione. Quell’avversione influenza il rapporto madre e figlia, così come lo salveranno le scelte dell’una e dell’altra, la maturità di entrambe.

«Aveva cominciato a scendere una pioggia leggera, di quelle che si vedono solo quando si guardano i lampioni, ma volli lo stesso andare al mare».

Paola Moretti scrive molto bene e riesce ad andare a fondo nelle vite delle protagoniste senza eccedere mai, non ne ha bisogno, non calca mai la mano e questo è un grande segreto del libro. La voce narrante di Antonella è misurata, non va mai su di tono, così da rendere credibili anche i giorni più complicati. Bravissima è perciò un romanzo molto bello, una storia di conflitti e d’amore.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia