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Le toghe di Md per l’amnistia: “La riforma non funzionerà senza. Serve coraggio”

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″È un’amnistia mascherata”. “No, anzi. L’amnistia serve”. Dopo aver infuocato il dibattito politico, con i 5stelle che in extremis l’hanno spuntata su una modifica alla norma sulla prescrizione, la riforma del processo penale fa discutere i diretti interessati: i magistrati. E le posizioni sulla proposta che andrebbe a far superare la legge Bonafede sono varie. Alcune di queste girano intorno a quella parola – amnistia – divisiva a tal punto da essere considerata impronunciabile. Nel weekend appena passato questa parola è stata pronunciata più volte – e un provvedimento di questo genere auspicato a più riprese – dalle toghe di Magistratura democratica, durante il congresso celebrato a Firenze. Cancellare i processi per i reati minori, magari commessi tanti anni fa – è la tesi di Md – sarebbe un modo per resettare il sistema lento e ingolfato dei processi d’appello e cominciare da capo, in condizioni ragionevoli.

L’amnistia altro non è che uno strumento con cui lo Stato, attraverso una legge che deve essere approvata dalla maggioranza dei due terzi di ciascuna camera, sceglie di rinunciare a perseguire un reato. Provvedimenti del genere vengono disposti per reati non gravi (già commessi, la norma non riguarda il futuro), quando c’è l’esigenza alleggerire il carico dei tribunali o di svuotare le carceri di soggetti non socialmente pericolosi. Non parliamo colpevoli che la fanno franca, insomma, ma di una scelta ragionata, strettamente connessa con il funzionamento della giustizia e con la sensibilità della società, che in un momento storico può ritenere possibile rinunciare all’accertamento processuale in nome di un altro, altrettanto importante, principio. Una scelta che il Parlamento è chiamato a ponderare bene. Talmente bene che l’ultimo provvedimento di questo genere è stato preso nel 1990. Una vita fa, prima che fosse introdotta una maggioranza così difficile da raggiungere.

Ma perché si  torna a parlare ora di amnistia? Per capirne le ragioni bisogna ricordare cosa prevede l’emendamento portato dalla ministra Cartabia al governo.

La proposta, alla quale un sofferto Consiglio dei ministri ha dato il via libera l′8 luglio, introduce – introdurrebbe – un meccanismo nuovo: dopo la sentenza di primo gravo si ferma la prescrizione del reato. Per tutti, che siano assolti o condannati. A quel punto, poi, la corte ha tempo due anni per finire il processo d’Appello, uno per la Cassazione, altrimenti scatta l’improcedibilità. Per alcuni reati – come ad esempio l’associazione per delinquere di stampo mafioso, i crimini legati al terrorismo e, dopo la mediazione con i 5 stelle, i reati più gravi contro la pubblica amministrazione, dalla corruzione alla concussione – i tempi si allunga: tre anni per l’appello, uno e mezzo per la Cassazione. Questo iter non vale per i reati che prevedono l’ergastolo.

È un sistema che, per citare le parole che Gherardo Colombo ha detto in questa intervista ad Huffpost, scongiura il pericolo dei processi a vita. Ma se i processi pendenti, in corte d’Appello soprattutto, sono tantissimi, come si fa? Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, intervistato dal Fatto si è scagliato contro la riforma, sostenendo che la nuova prescrizione “getta al macero migliaia di processi” e ha detto di essere d’accordo con Piercamillo Davigo che, su quelle stesse colonne, parlava di amnistia mascherata.

Eppure c’è chi, sempre tra gli addetti ai lavori, è convinto che l’amnistia sarebbe l’unico modo per rendere effettivamente operativa la riforma Cartabia.  “Se davvero si vuole far ripartire il processo penale, deve essere fatta una scelta coraggiosa e lungimirante, che abbia un effetto davvero decongestionante per le corti e i tribunali”, dice ad Huffpost Stefano Musolino, appena eletto nel consiglio nazionale di Magistratura democratica e sostituto procuratore alla Dda di Reggio Calabria. A guardare la composizione dell’attuale maggioranza si fa fatica a pensare che un provvedimento di amnistia possa trovare i numeri per passare in Parlamento. Eppure potrebbe essere l’unico modo per assicurare una operatività piena – e vera – alle modifiche che si andranno a fare al processo penale. “Riteniamo che questa riforma, che pure è ambiziosa perché risponde a una logica convincente di deflazione del carico processuale, accompagnata da una riduzione dell’esecuzione detentiva, senza un provvedimento di amnistia non possa trovare attuazione. Prima che la riforme entri in vigore, è necessario ‘resettare’ il sistema, mettendolo nelle condizioni di funzionare, altrimenti non immaginiamo come si possa ripartire”.

E che, soprattutto in alcune corti d’Appello, il sistema non funzioni lo dicono i numeri: a Napoli l’appello per un processo penale può durare in media 2.031 giorni, a Reggio Calabria 1.645; a Catania 1.247 ; a Lecce 1.111, a Roma 1.142; a Sassari 1.028 Sassari e a 996 Venezia. Ben più dei due anni previsti per il secondo grado dalla riforma Cartabia prima che scatti l’improcedibilità. In alcuni casi addirittura più dei tre destinati ai reati più gravi. Una norma transitoria non farebbe scattare l’improcedibilità per i reati commessi prima dell′1 gennaio 2020. I processi datati in questo modo non diventerebbero improcedibili, non c’è dubbio. Ma sarebbero lunghissimi. E questa più che un’ipotesi è una certezza. “Senza alcun intervento, si corre il rischio che le corti siano costrette a dare precedenza allo smaltimento di fascicoli più recenti, per celebrare il processo prima che arrivi il termine per l’improcedibilità, e di lasciare ancora indietro i casi più datati. Si tratta di una conclusione irragionevole che pone – di fatto – sulla magistratura un onere che spetta alla politica e che questa non può rifiutarsi di assumere”. Un provvedimento, insomma, il legislatore dovrebbe prenderlo: “Sarebbe un investimento per il futuro”, chiosa Musolino. Nel presente, però, un provvedimento del genere non si vede neanche all’orizzonte.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia