• Dom. Set 19th, 2021

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La questione morale del Reddito di Cittadinanza

Il reddito di cittadinanza, per come è stato sviluppato in Italia, è molto più simile a un sussidio di disoccupazione che a un sostegno universale. In nulla ricorda il reddito di base (ideato da Van Parijs e altri studiosi): una somma percepita da chiunque al fine di sopravvivere dignitosamente a prescindere dalla ricerca di un impiego.

L’idea del reddito di base è che nessun essere umano debba essere in miseria, a prescindere dalle scelte che compie intorno al proprio ruolo produttivo all’interno della società, l’idea del reddito di cittadinanza italiano è traghettare una persona disoccupata da un lavoro all’altro, a prescindere da che il lavoro sia dignitoso, stabile e in linea con i talenti degli individui.

I continui attacchi al RdC che provengono da attori politici e sociali non sono da rifiutare quindi in blocco a difesa dello strumento in sé: il RdC non basta alla maggior parte dei nuclei familiari in difficoltà per uscire dalla povertà, dunque non si può dire che abbia raggiunto il suo scopo primario, né consente di trovare una collocazione a chi lo percepisce, poiché l’offerta di lavoro in Italia è scarsa, frutto di investimenti sottodimensionati sia da parte del pubblico che del privato, caratterizzata da salari bassi, condizioni vessatorie e tempo determinato. Gli attacchi al RdC sono da rispedire al mittente per le motivazioni che vengono continuamente richiamate dai suoi critici: elogio del sacrificio, necessità di contrastare la pigrizia, educazione all’ozio che questo favorirebbe, necessità di esser produttivi.

Se prese sul serio, queste critiche, più che al reddito di cittadinanza, potrebbero tutte essere applicate a chi eredita le imprese o nasce in famiglie molto ricche: mancanza di educazione al sacrificio, propensione allo spreco, mancanza di necessità di ingegnarsi e darsi da fare, acquisizione di titoli e potere non guadagnati tramite sforzo proprio.

Tuttavia, nessuno mette in discussione il diritto alla felicità dei ricchi, sembra ovvio che chi nasce benestante possa fare del proprio denaro ciò che crede, benché non sia stato “sudato”. Il diritto alla felicità di chi per vivere ha bisogno di lavorare è invece continuamente sotto attacco: se si è disoccupati bisogna adattarsi, accontentarsi, sacrificarsi, anche a fronte di molti anni di studi o di molti anni di duro lavoro.

Se un cittadino in condizione di indigenza riceve del denaro pubblico, da più parti si leva la richiesta di condizionamento alla spesa: che sia impiegato solo per acquisti essenziali (chi decide cosa è essenziale alla vita?), che sia accompagnato da lavori socialmente utili, che l’aiuto venga tolto se il cittadino rifiuta un impiego che ritiene inadatto.

Laddove i contributi pubblici vadano alle realtà produttive imprenditoriali invece questi vengono dati senza alcuna necessità di accountability pubblica: le imprese possono usare i fondi senza rendicontare in quali investimenti e secondo quali criteri si allocano ai cittadini, non devono dimostrare quanti posti di lavoro creano e se l’attività produttiva è ecologicamente sostenibile.

Il problema del RdC non è mai di carattere economico: come è stato dimostrato, le diseguaglianze crescenti sono nemiche della crescita, dunque gli strumenti atti a diminuirle non possono che andare in senso opposto. Il RdC pone un problema morale, anzi, moraleggiante. Contribuire attivamente – come lavoratori o imprenditori – al benessere proprio e della società, dovrebbe essere una scelta di cittadinanza, partecipazione e autorealizzazione, non la diretta implicazione della miseria e dell’assenza di beni primari come la casa, il cibo, la connessione a internet.

Tale processo produttivo non dovrebbe essere caratterizzato da sacrificio e sforzo come fine ma, al più, da progettualità e sforzo come mezzo per il raggiungimento di finalità altre. I critici del RdC che lo considerano “diseducativo” e “incentivo all’ozio” sono semplicemente ipocriti: rifiutano l’idea di un mondo nel quale si lavori per il bene comune e per realizzarsi, puntando invece ad un mondo in cui la maggioranza delle persone sia spinta al lavoro da infelicità e sofferenze, mentre una minoranza possa godere le proprie enormi rendite oziando indisturbata. Ecco che il RdC pone dunque un problema morale: quello della doppia morale dei suoi detrattori.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia