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La folle teoria della Gabanelli: nelle prigioni c’è troppa libertà, per questo aumenta la violenza

DiRed Viper News Manager

Lug 13, 2021

Prima di parlare di carcere, cara Gabanelli, vada a parlare con il dottor Gian Carlo Caselli. E magari anche con l’ex detenuto Roberto Cannavò, lo trova al mercato di viale Papiniano, a Milano. Superficialità e ignoranza. Brutta cosa occuparsi delle cose che non si sanno. Orribile cosa se si gioca con la vita delle persone. Ieri (e l’altro ieri e l’altro ieri ancora) Travaglio, oggi Gabanelli. Nel momento in cui un faro di grandi dimensioni è acceso sulla vita nelle carceri e sulla violenza esplosa in quello di S. Maria Capua Vetere, ecco una nuova penna, intinta nel disprezzo per chiunque abbia assunto nel corso del tempo la veste di riformatore, affacciarsi addirittura sulle pagine del primo quotidiano italiano, il Corriere della sera di Urbano Cairo.

“Con le celle aperte aumentano le violenze”. Un vero colpo giornalistico. Ecco di chi è la responsabilità se i detenuti salgono sui tetti, o anche se sfasciano suppellettili, e anche se poi qualche squadretta di agenti di polizia penitenziaria organizza e mette in atto azioni punitive. Chi sono i veri responsabili? Possiamo mettere in fila i colpevoli: la riforma del 1975, poi la Legge Gozzini, le sentenze della Cedu, la ministra Cartabia e poi una sfilza di giudici e capi del Dap. Parliamo di quel mondo di riformatori che va da Alessandro Margara a Santi Consolo fino ad arrivare a quei magistrati di sorveglianza che un anno fa, in piena epidemia da Covid, misero in guardia sui rischi che il contagio avrebbe fatto correre a detenuti, agenti e personale amministrativo se non si fosse almeno un po’ sfoltito l’affollamento. Sono coloro che, proprio in ottemperanza della legge di riforma del 1975, non hanno neanche mai usato il termine “cella”, ma dicono sempre “camera di pernottamento”, cioè il luogo dove si va a dormire, non dove si passa la vita. Sono quelli che non userebbero la parola “secondino” per indicare gli agenti di custodia, ma neanche chiamerebbero “scopino” il detenuto addetto alle pulizie.

Dubbi che mai potrebbero solcare la fronte spaziosa di giornalisti come Travaglio e Gabanelli. Sono quisquilie. Così come importa poco se si scrivono due pagine -come ha fatto ieri il Corriere- più una bella colorata ricca di “torte” e schemi per dimostrare il disastro entrato nelle carceri a causa dei riformatori, senza neanche citare la fonte dei dati? Dove li hai presi quei numeri, Gabanelli? Ma, poiché sono numeri falsificati, possiamo discuterne anche senza conoscere da dove vengono. Spieghiamo subito perché sono falsificati. La persona incompetente e ignorante dell’argomento, che cosa fa? Agguanta qualche numero passato sottobanco chissà da chi e strilla: se le aggressioni prima erano 100 e ora sono 101, o anche 200, e se prima le “celle” erano chiuse e ora sono aperte, la colpa dell’aumento delle aggressioni è di chi ha aperto la “camere di pernottamento”.

Così, ricordando a spanne che un anno fa ci furono polemiche (di Travaglio, di Repubblica, di Giletti e di quelli più o meno di quegli ambienti) su una circolare del Dap sull’allarme Covid, si puntano riflettori e baionette sulle circolari. Si parte da una decina di anni fa, da quella diramata da Sebastiano Ardita, allora Direttore del trattamento detenuti, e poi a quella del successivo capo del Dap Giovanni Tamburino per arrivare a Santi Consolo. Che essendo il più riformatore di tutti è sicuramente il più colpevole. Ma è sufficiente prima di tutto ricordare le innovazioni che il Presidente del Dap aveva attuato durante la sua gestione per svelare la falsificazione. Trasparenza, conoscenza e verità erano il suo credo. Tutto era guardato con la videosorveglianza, tutto era conosciuto negli istituti di pena, in quel periodo, anche quegli episodi che prima non venivano denunciati magari perché qualcuno temeva di subire un rapporto e un procedimento disciplinare.

Quanti detenuti (lo vediamo persino nei film) con il corpo pieno di lividi dicono di essere caduti dalle scale per paura di rappresaglie? Se poi esaminiamo la famosa circolare di Consolo del 2015, se un’osservazione critica si può fare, non è certo dal punto di vista Travaglio-Gabanelli. Perché l’ex capo del Dap, pur evidenziando correttamente le linee-guida suggerite dalla Cedu, affida poi al comandante del reparto carcerario la selezione dei nominativi dei detenuti meritevoli della “custodia aperta”. Su cui poi avrebbe deciso l’équipe presieduta dal direttore dell’istituto. E visto che stiamo parlando di detenuti “comuni”, forse il concetto di selezione è stato anche troppo severo. Severo, ma lungimirante e sempre trasparente. Questo per quel che riguarda il “colpevole” numero uno. Ma non tralasciamo mai il suo successore Basentini, che la simpatica compagnia di giro ha addirittura portato alle dimissioni. Eppure si limitava a seguire i suggerimenti del mondo sanitario. Erano poi stati una serie di giudici e tribunali di sorveglianza a decidere alcune sospensioni di pena per reclusi anziani e gravemente malati.

La famosa “scarcerazione dei boss”. Che nella fantasia di qualche cronista di Repubblica dovevano essere più di trecento, ma in realtà erano cinque. Una sola domanda andrebbe fatta alla squadretta dei giornalisti assetati di manette: quando in seguito (e grazie anche ai loro strilli) quelle persone furono riportate in carcere, quanti di loro erano scappati? Nessuno. E quanti furono invece regolarmente trovati nel loro letto? Tutti. Rispondete a questa domanda retorica prima di aprire ancora il fuoco contro chi (come la stessa ministra Cartabia) preferisce l’articolo 27 della Costituzione rispetto alla legge del taglione. Anche per motivi di sicurezza, certo, visto che la recidiva di chi in carcere segue corsi di formazione, studia o anche lavora (i famosi “scopini”, cara Gabanelli) crolla dall’80% al 20%.

Ma è difficile far capire agli ignoranti e incompetenti che il detenuto non è il suo reato né la sua pena né il suo processo, ma una persona che è stata privata della libertà in seguito alla rottura di un patto sociale con la comunità e che va aiutato a ricucire quel patto. Signora Gabanelli se vive a Milano o se ci capita, vada un martedi o un sabato al mercato di viale Papiniano e cerchi la bancarella del signor Roberto Cannavò, ex detenuto del 41 bis a Opera che oggi aiuta nel reinserimento i giovani adulti di San Vittore.  Vada a parlargli e si faccia spiegare che il carcere non è il luogo del conflitto tra “secondini” e “scopini”. È anche quell’esperienza di Bollate che il procuratore Gratteri (e mi pare anche lei) considera solo “uno spot”, e invece è anche carne e sangue di quelli che lo abitano e dei tanti educatori e volontari che ci lavorano. Poi faccia un salto in Piemonte e si faccia raccontare dal magistrato Gian Carlo Caselli (che non è stato solo procuratore “antimafia”, ma anche capo del Dap, e forse qualche carcere l’ha visto) quello che ha scritto proprio ieri e proprio sul Corriere della sera, nelle pagine locali, sul carcere di Torino. Si faccia spiegare che cosa sono le attività trattamentali, che cosa sono state le aree omogenee negli anni del terrorismo, e anche il lavoro che si fa in tanti istituti di pena, a Torino come a Milano, per e con i giovani detenuti tossicodipendenti.

Capirà (forse) che il reinserimento dei detenuti non è solo un problema di “scopini”, ma di corsi di formazione, di studio, di collaborazione con i volontari e le tante Cooperative e Fondazioni che dall’esterno aiutano in questa colossale operazione di trasformazione del carcere in casa e delle celle in camere di pernottamento. Parli con il dottor Caselli, e con Consolo. E magari anche con Cannavò. E la prossima volta, le circolari le legga. Se vuole, gliele mandiamo. Noi le abbiamo.

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