• Dom. Set 19th, 2021

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Governare il futuro. Donald Trump chiede i danni ai social network

L’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha appena promosso una class action contro Google e YouTube, Facebook e Twitter.

È un’iniziativa che, comunque vada, farà discutere.

Probabilmente è la prima volta che accade nella storia degli Stati Uniti d’America: un ex Presidente, per di più titolare di un impero economico con pochi rivali, che propone una class action, il procedimento nato per difendere i consumatori contro le violazioni dei big dei mercati.

È l’ultima reazione in ordine di tempo alle decisioni assunte da Facebook, Google e Twitter di spegnere gli account dell’ex inquilino della casa bianca dopo i fatti di Capitol Hill.

Gli addetti ai lavori scommettono che si tratta solo dell’ennesima boutade dell’ex Presidente degli Stati Uniti d’America e che l’azione ha le gambe tanto fragili da non avere nessuna chances di successo.

Ma lui, Donald Trump, naturalmente, è convinto del contrario e ha appena chiesto ai giudici di condannare Google e YouTube, Facebook e Twitter a risarcire i danni arrecati a lui e a tutti gli altri utenti sbattuti fuori dalle piattaforme di social network per violazione dei termini d’uso.

Secondo Trump si tratta di un’azione che potrebbe costare alle big tech trilioni di dollari.

E sempre secondo l’ex Presidente si tratterebbe di un’azione che, tecnicismi a parte, avrebbe l’obiettivo di difendere la libertà di parola di tutti gli americani, libertà di parola minacciata dall’autonomia e discrezionalità con la quale i giganti del web, ormai, amministrerebbero le loro piattaforme.

Le prime opinioni degli addetti ai lavori probabilmente sono fondate: il primo emendamento della Costituzione americana è nato per difendere la libertà di parola dei cittadini nei confronti dello Stato e non nei confronti di soggetti privati e sembra difficile pensare di utilizzarlo, come pretenderebbe Trump, per contestare a un soggetto privato di non aver lasciato dire a qualcuno quello che avrebbe voluto dire attraverso i propri servizi.

Insomma, sostengono i commentatori, a casa propria, sulle pagine del proprio giornale, nella propria televisione o attraverso la propria piattaforma social il proprietario ha il sacrosanto diritto di decidere a chi dare la parola e a chi levarla.

E, d’altra parte, nelle scorse settimane, in Florida, i Giudici hanno sospeso, ritenendola illegittima, l’efficacia di una legge con la quale il Governatore, proprio per rispondere agli stessi fatti di Capitol Hill, aveva vietato ai social media di mettere alla porta, per violazione delle loro policy, personaggi politici.

Ma, come accade sin dall’inizio nella vicenda dell’ostracismo digitale al quale i social hanno condannato l’ex presidente americano dopo l’assedio del Campidoglio, la posizione di Trump sarà anche paradossale perché, appunto, viene da lui e, forse, sarà anche tecnicamente scomposta e democraticamente difficilmente difendibile in quanto proveniente, ancora una volta, da una persona che, oggettivamente, ha scoperto la centralità della libertà di parola in democrazia solo quando qualcuno ha provato a comprimere la sua ma solleva, comunque, una questione che esiste.

Perché ci si può girare attorno quanto si vuole o indugiare in discussioni tecniche dotte e pregevoli sui limiti del primo emendamento americano ma la circostanza che tre società private da sole siano, di fatto, in grado di ridimensionare così tanto la capacità di parlare al mondo persino di un tycoon come Donald Trump, ex Presidente degli Stati Uniti, qualche riflessione in più deve suggerircela.

Insomma Trump nell’azione che ha proposto avrà anche torto ma il problema che solleva esiste e far finta di non vederlo semplicemente perché è difficile immaginare alternative ne procrastinerà la deflagrazione ma non lo risolverà.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia