• Dom. Set 19th, 2021

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Dopo 67 giorni stop alle ricerche del corpo di Saman. Il fidanzato: “Sento che è viva”

Saman Abbas

Dopo 67 giorni vengono sospese le ricerche nell’area dell’azienda agricola di Novellara (Reggio Emilia) dove viveva la famiglia di Saman Abbas e dove si pensa sia stato sepolto il corpo della 18enne pachistana, che rifiutò un matrimonio combinato e che per questo motivo sarebbe stata uccisa dai familiari. In più di due mesi sono stati impiegati 500 carabinieri, diversi cani speciali, vigili del fuoco con natanti, polizia provinciale. Sono stati inoltre utilizzati geo scanner in hd, elettromagnetometri, droni e sono state fatte analisi delle informazioni satellitari e delle telecamere.

La ragazza, sparita senza lasciare tracce dalla notte del 30 aprile, è stata cercata in ogni luogo e con ogni mezzo, invano.

Si è deciso dunque di interrompere il dispendioso lavoro sul campo, ma proseguono comunque le indagini dell’Arma, sia per ritrovare il cadavere, pronti a tornare a scavare in caso di novità, che per catturare i familiari latitanti.
Per l’omicidio sono infatti indagati i due genitori, partiti per il Pakistan il primo maggio, Shabbar Abbas, 47 anni e Nazia Shaheen, 46 anni. Poi lo zio Danish Hasnain, 33 anni, considerato l’esecutore materiale, il cugino Nomanhulaq Nomanhulaq, 35 anni, ricercati in Europa mentre l’unico arrestato è un altro cugino, Ikram Ijaz, fermato il 28 maggio su un pullman che dalla Francia stava andando in Spagna e attualmente in carcere. Interrogato, ha detto di essere estraneo alla sparizione della giovane parente, ma gli investigatori non gli credono e sabato anche il tribunale del Riesame ha confermato per lui la custodia cautelare.

Tra gli elementi che portano gli investigatori a pensare che Saman sia stata uccisa, ci sono le dichiarazioni del fratello minorenne, che ha accusato lo zio del delitto e che è stato sentito in incidente probatorio. Lo stesso tipo di udienza, che anticipa un momento processuale, dovrebbe essere fissata a breve per acquisire un’altra testimonianza, quella del giovane fidanzato connazionale della ragazza, che risiede in un’altra regione e ha denunciato di aver subito minacce dai familiari di lei.

Il fidanzato è convinto che sia ancora viva: “La sogno tutte le notti: piange e dice di aiutarla a uscire dalla camera in cui è rinchiusa”, dice in un’intervista a La Stampa, dove racconta di come la famiglia della giovane volesse ostacolare la loro unione. Non mancano accuse alla comunità dove Saman viveva dopo aver rifiutato il matrimonio forzato: 

In sette mesi non le hanno fatto i documenti e lei è tornata a casa a prenderli. Se n’è andata da lì perché le dicevano che doveva lasciarmi, perché ero pakistano. Non la facevano uscire e le hanno bloccato tutto, compreso il pocket money, poteva usare il cellulare solo un’ora al giorno, noi non potevamo fare altro che vederci di nascosto, visto che senza di me, come me senza di lei, non poteva stare. Non poteva neanche andare a scuola perché non la facevano uscire. Se ci avessero lasciati liberi di parlare e di vederci, Saman non avrebbe mai lasciato la comunità.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia