• Ven. Set 17th, 2021

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Diario della riapertura. 16) Firenze/Roma, uno strepitoso Monteverdi e un Trovatore disturbato

Questo diario della riapertura, salvo varie ed eventuali, si chiude qui, col resoconto di una densa settimana di arte e musica fra Roma e Firenze. È stata una cavalcata di due mesi ricca e sorprendente, che in molti casi è andata crescendo sotto i nostri occhi col mutare, poco alla volta, delle condizioni della pandemia e delle regole sulle pubbliche aggregazioni. È stato, per lo spettacolo italiano, un anno molto difficile, affrontato in modi molto diversi. E probabilmente sarà un autunno ancora complicato, con molti strascichi e contraddizioni dal punto di vista economico ed artistico: si sta ancora lavorando, anzi, “sbigliettando”, molto al di sotto della normalità. Finché non si tornerà pienamente in presenza, istituzioni pubbliche e private, compagnie, tecnici e artisti non potranno davvero progettare serenamente la nuova stagione. Ma ci auguriamo che questo momento venga il più presto possibile.

Così comincio riavvolgendo il nastro di questi giorni da un meraviglioso epilogo in quadruplice firma: Robert Carsen regia, Ottavio Dantone concertazione e direzione di orchestra, Giacomo Badoaro poesia, Claudio Monteverdi musica. Che fra gli ultimi e i primi due corrano quasi 400 anni, decennio più decennio meno, è cosa paradossalmente irrilevante, visto che “Il ritorno di Ulisse in patria”, uno degli ultimi capolavori di Claudio Monteverdi, realizzatoa Venezia nel 1640, è andato in scena nei giorni scorsi al Teatro della Pergola di Firenze per il Maggio Musicale 2021. Spettacolo pienamente del nuovo millennio, sintonizzato col nostro sentire, con la nostra lingua, dove l’etichetta specialistica di “musica barocca” non regge più e la definizione “Tragedia di lieto fine in un prologo e tre atti” è solo l’indicazione antica di una forma. La storia, fra reminiscenze scolastiche e immaginario televisivo (“L’ Odissea” del 1968 di Franco Rossi, con Bekim Fehmiu e Irene Papas) è quella dell’ultima parte del poema omerico e del ritorno ad Itaca; con Telemaco scalpitante, Penelope triste e fedele, Ulisse che si fa scoprire poco alla volta, i Proci prepotenti oggetto di strage e gli dei dell’Olimpo spettatori/attori dell’umano destino. Non so che effetto feceagli spettatori nel 1640 al Teatro dei SS. Giovanni e Paolo in Calle della Testa, Sestiere di Cannaregio, ma a me ha sedotto dall’inizio alla fine, per il racconto semplice, intrigante, affascinante ed elegantissimo, la compagnia vocale perfetta, la concertazione misurata e raffinata. Non sono un gran frequentatore del genere: temo le fissità d’azione che quasi ogni regista contemporaneo applica all’antico recitar-cantando; temo le lunghezze inusitate di queste opere antiche; temo l’assenza in esse di azione teatrale. Ma col Monteverdi di Carsen niente di tutto questo: dominano movimento e racconto, qualche spruzzata di aulica immobilità solo dove serve, colori essenziali ma spesso inquietanti, trucchi visibilissimi e godibili, attualizzazioni assai ragionevoli.

Partiamo dall’opera. Nasce nel contesto di quella “Accademia degli Incogniti”, la più attiva e influente nella seconda metà del 600 a Venezia, cui appartenevano letterati ed intellettuali appassionati di soggetti omerici, in particolare di Ulisse e degli eroi troiani. Fra i membri più attivi Giacomo Badoaro/Jacopo Badoer (1602-1654), librettista che approntò con pazienza e dedizione il libretto accettando dal celeberrimo, acclamato ed anziano Claudio Monteverdi ogni tipo di correzione e modifica. Monteverdi nel 1640 era ormai ultrasettantenne, agli apici della carriera come maestro di San Marco e come notorietà internazionale; in aggiunta aveva preso gli ordini religiosi. Eppure si era buttato a capofitto nella nuova avventura imprenditoriale del melodramma in teatro, scoppiata a Venezia dopo lapertura nel 1637 del Teatro di San Cassiano. Era passato un bel po’ da quando il musicista aveva impresso per sempre il suo nome nella storia dellopera con l”Orfeo”, allestito alla corte di Mantova nel 1607. La vicenda segue fedelmente lOdissea (libri XIII-XXIII) e la coppia Badoaro-Monteverdi riescea caratterizzare i suoi personaggi con uno stile vocale molto diversificato e ancora oggi perfettamente intellegibile. Il maestro Ottavio Dantone la giudica molto moderna; il regista Robert Carsen (che con Dantone ha già fatto un «Orfeo» a Losanna) aggiunge: Ci sono vari livelli della storia che nascono tutti dal libretto: quello allegorico che viene da Omero (Tempo, Amore e Fortuna nel prologo), la nostra contemporaneità (Ulisse e Penelope) e quello degli Dei che viene da Monteverdi (Giove, Nettuno, Minerva). Lopera è anche molto shakespeariana e infatti ho voluto fare in modo di non avere tanti cambi di scena, ma solo un unico spazio in cui accade tutto”. Spazio che riproduce in palcoscenico, a specchio, una antico teatro all’italiana nei cui palchi siede il consesso degli dei, in elegantissimo velluto amaranto, che dall’alto si gode lo svolgersi in platea della vicenda, secondo la progressiva agnizione dell’Ulisse omerico che poco alla volta si svela alla sua comunità di Itaca.

Nota dolente: se causa Covid e non solo, uno spettacolo come questo, di assoluta, popolare godibilità, che potrebbe diventare come la brillante “Traviata” sempre di Carsen alla Fenice un must della scena italiana, può essere fruito per sole4 recite con capienza limitata di 425 posti a sera, qualcosa nel nostro sistema di spettacolo pubblico non funziona. Un prodotto così esemplare, anche sul piano musicale e dello splendido cast (Ulisse Charles Workman, Telemaco Anicio Zorzi Giustiniani, PenelopeDelphine Galou, Iro John Daszak, Giove Gianluca Marghera, Nettuno Guido Loconsolo, Minerva Arianna Vendittelli, Melanto Miriam Albano, accompagnati dall’ottima Accademia Bizantina) dovrebbe girare tutti i teatri del Paese, arrivando a più pubblico possibile.

E in fondo potremmo dire lo stesso per le quattro recite il 7, 10, 13 e 16 luglio 2021 all’Opera di Firenze, di “Siberia” di Umberto Giordano, ultima opera in cartellone del Maggio, con Gianandrea Noseda alla guida di Coro e Orchestra del Maggio e regia di Roberto AndòDefinita da Gabriel Faurè una delle opere più interessanti e singolari di inizio Novecento, Siberia di Umberto Giordano debutta alla Scala il 19 dicembre 1903. Giordano è già quello che ha trionfato al Piermarini con “Andrea Chénier, presto seguito da “Fedora” al Lirico con Caruso; rinnovata la collaborazione con Luigi Illica spera di fare il bis. Il soggetto si ispira alla grande letteratura russa, in particolare a “Resurrezione” di Tolstoj e “Memorie dalla casa dei morti” di Dostoevskij. Protagonista dei tre atti è la cortigiana Stephana:“La donna ama segretamente lufficiale Vassili e quando questultimo viene condannato ai lavori forzati, per aver ferito in duello il principe amante di Stephana, lei lo raggiunge in Siberia, pronta a condividere con lui il resto dei suoi giorni. Ma il destino le è ostile fino alla fine: raggiunta dal suo vecchio protettore, il criminale Gleby, Stephana verrà uccisa dalle guardie durante un tentativo di fuga”. In questo dramma che più verista non si può, Giordano insiste molto sull’ambientazione, restituita grazie allimpiego di melodie di impronta slava, di un’orchestrina di balalaike, di scale modali e soprattutto della “Canzone dei battellieri del Volga”, un anonimo canto di lavoro del XVI secolo che diventa una sorta di grandioso pedale musicale che accompagna il II e III atto.Dunque sapori definiti e colori orchestrali molto caldi e caratterizzati, che trovano in Noseda un interprete teso e appassionato.

Io la trovo un’opera meravigliosa – spiega di slancio il maestro, attualmente direttore della National Symphony Orchestra di Washington e direttore musicale generale dell”Opernhaus” di Zurigo -, forse la più riuscita tra tutte quelle scritte da Umberto Giordano, e ingiustamente dimenticata. Scritta agli inizi del 900, è stata eseguita varie volte per circa un ventennio, addirittura da Arturo Toscanini, poi è finita nel limbo. Qui al Maggio abbiamo la possibilità di farla vivere nuovamente grazie a delle grandi forze artistiche, Coro e Orchestra, e a un cast meraviglioso…Sono sicuro che sarà una grande sorpresa per il pubblico. “Siberia” è sicuramente unopera drammatica e ricca di sentimento: da non confondere però col sentimentalismo”. Il regista Roberto Andò aggiunge: “L’opera mette al centro un luogo che è concreto, identificabile e che, soprattutto, è anche diventato metafora della sofferenza umana: la Siberia. Per questo mi è sembrato necessario dare allopera una possibilità drammaturgica cinematografica: una Russia convocata” e ricostruitacome se si stesse girando un film per una storia damore. Questo mi consentiva di dare una plausibilità a tutti i passaggi cruciali dellopera. Per me “Siberia”, infatti, è come se fosse unopera al quadrato: sto raccontando lopera di Umberto Giordano ma anche le vicende di una troupe teatrale che sta girando una storia damore. Credo che metterla in scena qui al Maggio sia unoccasione per riscoprire un grande compositore e avere a che fare con un soggetto completamente inedito della nostra cultura operistica”.

Siberia” arriva al Teatro del Maggio per la prima volta con il maestro Gianandrea Noseda, anche lui al suo debutto operistico al Maggio Fiorentino. Il cast riunisce stelle di prima grandezza, come il soprano Sonya Yoncheva (Stephana) che debuttando nel ruolo si cimenterà con una delle tessiture più impervie di tutto il repertorio sopranile verista. Del suo ruolo dice: Stephana è una cortigiana molto affascinante che, come tutte le altre del repertorio operistico, sinnamora di un ragazzo bello e giovane, ma povero. È inevitabile, quindi, che tra loro nasca una bellissima storia damore che li fa riflettere sulla vita e che porterà Stephana a rinunciare a tutto. Purtroppo però, come tutte le cortigiane che conosciamo nellopera, lei è anche condannata a morire: lamore non è contemplato nella sua vita.

Con lei il tenore Giorgi Sturua (Vassili) in un ruolo altrettanto impegnativo e il baritono George Petean (Gleby). E poi in locandina Caterina Piva (Nikona), Giorgio Misseri (Il principe Alexis), Antonio Garés (Ivan), Francesco Verna (Il banchiere Miskinsky), Emanuele Cordaro (Walinoff), Francesco Samuele Venuti (Il capitano), Joseph Dahdah (Il sergente), Alfonso Zambuto (Il cosacco), Adolfo Corrado (Il Governatore), Amin Ahangaran (L’invalido), Caterina Meldolesi (La fanciulla). Solista del Coro: Alfio Vacanti. Il Coro è diretto da Lorenzo Fratini. Le scene e le luci sono di Gianni Carluccio, i costumi di Nanà Cecchi e i video di Luca Scarzella.

Ma fra la prima di Siberia e l’ultima di Ulisse ci sono alcune altre sorprese fiorentine, in piena sintonia col nostro “Diario”. La prima più che musicale è scultorea e riguarda, nelle Cappelle Medicee, gioiello del gruppo Musei del Bargello, la riapertura al pubblico dopo la fine dei restauri della Sagrestia Nuova di San Lorenzo, quella firmata Michelangelo. I lavori, iniziati nel 2013 con il restauro delle pareti, si sono conclusi a fine 2020 con la pulitura delle sculture delle tombe di Giuliano Duca di Nemours e di Lorenzo Duca d’Urbino. Per la prima volta sui sette capolavori di Michelangelo è stata sperimentata, grazie alla collaborazione dellENEA, una tecnica di biopulitura che usa dei batteri per rimuovere in sicurezza le macchie dal marmo. I restaurisvoltisi sotto la guida di Monica Bietti, funzionario storico dellarte e già responsabile del Museo delle Cappelle Medicee e dintesa con il Direttore dei Musei del Bargello, Paola DAgostino hanno interessato sia le tombe con le celebri statue, sia il parato della Sagrestia Nuova e sono stati condotti da un team tutto al femminile composto dalle restauratrici Daniela Manna e Marina Vincenti, con le quali hanno collaborato Donata Magrini, Barbara Salvadori e Silvia Vettori, ricercatrici dellIstituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISPC-CNR) e Anna Rosa Sprocati e Chiara Alisi dellENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile).

Al visitatore appare un altro Michelangelo, luminoso, splendente, in tutta la sua carnale potenza (le quattro statue del giorno), mentre tutt’attorno l’ambiente è tornato all’equilibrio di luminosità voluto dal grande artista in risposta alla commissione dei due papi Medici: Leone X e Clemente VII, a partire dal 1519.

Ma l’altra sorpresa, musicale questa, ci è arrivata fra capo e collo, per convocazione ufficiale dell’Opera di Firenze, la mattina dopo il debutto di “Siberia”: “Il maestro Daniele Gatti è stato designato direttore principale del Maggio Musicale Fiorentino. L’impegno a partire dal mese di marzo 2022 avrà una durata triennale”. Una scelta pienamente condivisa tra il sovrintendente Alexander Pereira e il maestro Zubin Mehta, direttore emerito a vita del Maggio. Il suo impegno a Firenze prevede tre titoli operistici e almeno cinque concerti sinfonici a stagione, come ha confermato la conferenza stampa alla presenza del sindaco di Firenze e presidente della Fondazione del Maggio Dario Nardella e del sovrintendente Alexander Pereira. Ho accettato con gioia la proposta del sovrintendente Pereira, del sindaco Nardella, del maestro Mehta, figura che incarna il Maggio – ha spiegato Gatti -; sono felicissimo di poter collaborare con lui, perché mi è stato concesso di essere creativo e di poter ampliare lo spazio del Festival che è riconosciuto come uno dei più importanti, prestigiosi e di altissima qualità. Creeremo due festival satelliti, due costole di quello principale, raggruppando tre o quattro opere secondo un filo conduttore, un tema, unassonanza drammaturgica, un legame dal punto di vista storico o filosofico e collocheremo i titoli verso la fine dell’autunno e allinizio del nuovo anno insieme a una serie di concerti sinfonici tematicamente connessi ai titoli, anche con nuove commissioni, per accendere i riflettori su Firenze e il Maggio in altri due periodi prima di quello tradizionaledel Festival principale”.

Gindividuati i temi: Un omaggio al Verdi maturo”, Il mito di Faust”, La Fiaba”, La Seconda scuola di Vienna”, Un omaggio a Puccini. Il tema del Festival nelle edizioni del 2023 e 2024 sarà L’uomo cantore e il soprannaturale, concepito come un solo grande Maggio articolato in due anni e dedicato a Richard Wagner: Zubin Mehta dirigerà Lohengrin” mentre Gatti “Die Meistersinger von Nürnberg”; nel 2024 Gatti affronterà “Parsifal” mentre Mehta dirigerà Tannhauser.

Daniele Gatti dunque entrerà in carica a partire dall11 marzo 2022 con il suo primo concerto da direttore principale, in quello che sarà il penultimo appuntamento della stagione sinfonica prima dellavvio del Festival, l’84esimo, che sempre Gatti inaugurerà il 12 aprile 2022 con “Orphée et Eurydice” di Christopher Willibald Gluck; il secondo titolo operistico a lui affidato, sarà Ariadne auf Naxos” di Richard Strauss nel nuovo allestimento di Matthias Hartmann nel mese di giugno. Gatti inaugurerà anche la sezione sinfonica del Festival con il primo concerto il 26 aprile. Alla ripresa invernale, con lavvio del primo satellite” dedicato al Verdi maturo, il maestro Gatti in dicembre dirigerà “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi con la regia di Gabriele Salvatores e due concerti sinfonici in dicembre, uno dei quali proprio il 31. Gli altri suoi titoli, nove nel triennio, saranno “The Rakes Progress” di Stravinsky, “Die Zauberflöte” di Wolfgang Amadeus Mozart, “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini e “Wozzeck” di Alban Berg.

Il progetto che vede coinvolto Daniele Gatti con il Maggio Musicale Fiorentino – dice il sindaco di Firenze Dario Nardella, diplomato in violino – mi emoziona e mi rende contentissimo. È una collaborazione che fa bene al teatro, fa bene alla città, alle maestranze e che consolida il livello di altissima qualità del Maggio e della sua programmazione musicale. Questo è un anno molto particolare per il Maggio; è l’anno della rinascita dopo il Covid, è l’anno dellinaugurazione del nuovo auditorium ed è l’anno dellarrivo del maestro Gatti. Il Maggio diventerà uno dei più importanti poli musicali dEuropa, per grandezza, per livello tecnologico e per livello artistico. Sono grato al maestro Gatti per le sue idee innovative, per il suo progetto che cambierà il volto al nostro teatro”.

Due grandissime personalità artistiche al Maggio – chiude il sovrintendente Pereira -: da una parte il maestro Zubin Mehta, praticamente una istituzione mondiale del podio e dallaltra un importantissimo direttore italiano, una delle più eminenti figure musicali di questi tempi il maestro Daniele Gatti. Due artisti in equilibrio tra loro con un medesimo numero di produzioni e presenze a testa. Che un teatro possa avere con sé due personaggi di tale levatura è un asset molto importante, un elemento di grande qualità e di forza per il Maggio Musicale Fiorentino.

Verrà dunque la prossima primavera, e una primavera rivoluzionaria per la Firenze musicale; ma nel frattempo? Nel frattempo Daniele Gatti è ancora il direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, il cui sovrintendente, Carlo Fuortes, è diventato in questi stessi giorni il nuovo Amministratore Delegato della Rai, per volontà del presidente Draghi. E poi dicono che in Italia in campo culturale non succede mai niente…

Gatti e Fuortes, nella tremenda stagione che abbiamo alle spalle, sono quelli che con l’Opera di Roma hanno riaperto la musica con il concerto nei giardini del Quirinale in diretta su Rai1, quelli che col “Rigoletto” al Circo Massimo di Michieletto, il “Barbiere di Siviglia”e“Traviata” al Teatro Costanzi di Martone, hanno fatto con Raicultura la rivoluzione dell’opera in tv. E per una caso del destino, pochi giorni prima, ho intercettato il nuovo “Trovatore”di Gatti al Circo Massimo di Roma, regia di Lorenzo Mariani, maestro del coro Roberto Gabbiani.

Un Verdi fra i gabbiani a sinistra e i rumori del traffico di via del Circo Massimo a destra, con amplificazione discreta, sì, ma insufficiente. Anche perché era la sera della qualificazione italiana alla finalissima di Wimbledon, la sera di Italia-Spagna, e da un certo punto in avanti sono arrivati anche i boati e i primi caroselli dei tifosi. In compenso, dopo una giornata romana dal caldo africano,era una serata fresca e deliziosa, senza vento ne afa. Ci siamo goduti le luci e le grafiche in video, gli equilibri di Gatti in orchestra nel segno di un Verdi intenso e profondo, anche se soffriva, nei sussurri e nei pianissimi, del poco spessore di suono che esce da quella falsa buca: bastava un motorino o il rombo di un autobus al semaforo (per non parlare delle sirene) a sconfiggerlo. “Aridatece Caracalla”, insomma. Solo la Leonora di Roberta Mantegna, in forma smagliante, era competitiva con le ambulanze, magari con laiutino dellamplificazione.Più sacrificati il conte di Luna di Giovanni Meoni, L’Azucena di Clémentine Margaine, il Manrico di Piero Pretti e il Ferrando di Marco Spotti.

Ma la mattina dopo, di buon’ora, appena prima di partire per Firenze, l’ultima sorpresa della riapertura me l’ha regalata la Galleria Borghese, con la nuova mostra di DamienHirst a cura di Anna Coliva e Mario Codognato: oltre 80 opere della serie “Treasuresfrom theWreckoftheUnbelievable” dell’artista inglese affiancavano in tutte le sale del museo i capolavori antichi, con sculture sia monumentali che di piccole dimensioni, realizzate in materiali come bronzo, marmo di Carrara e malachite. Anche i dipinti di “HirstColourSpace”, in Italia per la prima volta, erano allestiti allinterno della collezione permanente, mentre la sua scultura colossale “Hydra and Kali” invadeva lo spazio esterno del Giardino Segreto dellUccelliera.

Le opere di Hirst, fra il mostruoso e il kitsch, fra il citazionismo dell’antico e le false corrosioni marine, convivevano insomma con la superba collezione di capolavori della statuaria romana classica, della pittura italiana del Rinascimento e di quella del Seicento, con Caravaggio, Raffaello e le importanti sculture di Bernini e Canova. In un luogo che oltretutto possiede una ricca e originale decorazione fatta da una varietà di materiali e colori: marmi, stucchi, mosaici. I lavori di Hirst insomma completavano la molteplicità di invenzioni e tecniche presenti nella collezione museale e il desiderio di multiformità del suo fondatore, il Cardinale Scipione Borghese.

Una riapertura anomala insomma, fra le tante di questa nuova Italia della cultura che, mascherina obbligatoria, prenotazioni ferree e ingressi contingentati, prova a rinascere. Noi ci crediamo, se l’estate sarà prudente e intelligente.

ROME, ITALY - JUNE 07: A general view during Damien Hirst Archaeology now exhibition, sponsored by Prada at Galleria Borghese on June 07, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Elisabetta Villa/Getty Images for Prada)A view shows

Articolo proveniente da Huffington Post Italia