• Mar. Set 28th, 2021

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Critical Race Theory, l’ultimo mulino a vento a stelle e strisce

Il capitolo politico dell’estate del 2021 sembra essere quello delle battaglie contro i mulini a vento. A ognuno il suo: in Italia è l’articolo 7 del DDL Zan, mentre il torreggiante mulino a vento a stelle e strisce dell’ultimo mese è la ormai famigerata e temibile Critical Race Theory, o CRT.

Mettiamoci nei panni di Don Chisciotte: la Critical Race Theory, agli occhi dei cavalieri che vi si scagliano contro, è una reinterpretazione storica radicale che sostiene che gli USA siano un paese fondamentalmente razzista, le cui stesse basi sono disuguaglianza e oppressione delle minoranze. Proporrebbe di stravolgere il sistema e costringere i bianchi ad accettare la loro colpa, partendo dall’educazione e insegnando sin dai primi anni di scuola ai bambini bianchi di essere intrinsecamente ed involontariamente razzisti, da sempre e per sempre favoriti ed inevitabilmente destinati a diventare parte del problema, mai della soluzione.

Mettiamoci ora nei panni del mulino a vento: la Critical Race Theory è un concetto accademico nato negli anni ’70 alla Harvard Law School come chiave di interpretazione legale di un sistema equo sulla carta, ma iniquo nella pratica. Secondo la CRT, che successivamente si è diffusa anche all’ambito delle scienze sociali e dell’economia, il razzismo non è soltanto un pregiudizio e un comportamento individuale, ma può essere ricamato nella tela delle istituzioni stesse, il cosiddetto “razzismo sistemico”. Sostiene la necessità di cambiare punto di vista nel considerare il sistema legale, focalizzandosi non sulla forma ma sul suo risultato reale, empiricamente impari.

Il dibattito ferocissimo che si è scatenato è l’ultimo esempio dell’efficacia dei media conservatori nel dettare l’agenda mediatica del paese, costruendo guerre culturali su campi di battaglia in realtà deserti. L’attenzione mediatica attorno alla Critical Race Theory, infatti, è iniziata nel 2020, quando il lavoro del giornalista conservatore Chris Rufo sui training anti-razzismo proposti in alcune agenzie federali è stato ripreso prima da Fox News e poi dall’allora presidente Trump. Il concetto di Critical Race Theory, che Rufo trovò nelle note a piè pagina dei dépliant informativi, è diventato il nemico ideale.

In groppa a Ronzinante, sono già state approvate o proposte leggi in 16 diversi Stati per proibire la Critical Race Theory in tutte le sedi federali, scritte in modo talmente nebuloso che alcune, come per esempio in Tennessee, impediscono completamente di parlare di razzismo nelle scuole, e quindi anche di insegnare la Guerra di Secessione o il movimento Civil Rights senza rischiare il licenziamento.

Poco importa che si tratti di un costrutto accademico, insegnato in alcune Università come corso a scelta a studenti maggiorenni, non ai bambini – in un survey condotto dalla NBC il 96% degli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori hanno ribadito che in nessuno dei loro istituti è insegnata la Critical Race Theory, e per giunta specificano di non avere nessun interesse a inserirla nel piano formativo. I consigli d’Istituto delle scuole americane sono già diventati teatro di scontri durissimi tra dirigenti e genitori convinti che venga insegnato ai loro figli ad odiare sé stessi in quanto bianchi.

Addirittura la recente istituzione della festa nazionale del Juneteenth – in memoria 19 giugno 1865, liberazione degli ultimi schiavi del Texas – è stata bollata come “critical race theory”, nonostante piuttosto che riscrivere la storia sia un tentativo di ricordarla.

Chris Rufo è stato piuttosto candido in una intervista con il New Yorker sulle ragioni per cui ha avviato questa crociata: “Serviva un nuovo linguaggio” per vincere il conflitto culturale, ha spiegato. “’Politically correct’ è un termine datato, e che non si applica più (…), ‘cancel culture’ è un termine vago privo di programma politico, ‘woke’ è un buon epiteto ma è troppo generico, troppo semplice da schivare. ‘Critical race theory’ è il nemico perfetto, i suoi connotati sono tutti negativi per la maggior parte della classe media americana (…); messe insieme, le parole ‘critical race theory’ sono ostili, accademiche, divisive, ossessionate dalla razza, velenose, élitarie, antiamericane”.

Nessun riferimento al contenuto perché, come Don Chisciotte, non c’è tempo per capire contro cosa ci si scaglia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia