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Calata San Francesco: la passeggiata dalle colline del Vomero al Lungomare

DiRed Viper News Manager

Lug 13, 2021

La Calata di S. Francesco ha inizio da via Belvedere, l’antica via per colles che fino all’apertura della Crypta Neapolitana collegava Neapolis con la piana di Bagnoli, divenuta poi asse portante dei traffici tra i villaggi collinari di Posillipo e del Vomero. Il toponimo attuale deriva dalla villa dei Carafa, principi di Belvedere, originaria residenza extraurbana del banchiere fiammingo Ferdinando Vandeneynden trasformata nel corso del Settecento in un’articolata costruzione qualificata da ampi terrazzi e logge aperte sul golfo.

Dalla metà Cinquecento, i collegamenti tra la collina e la spiaggia di Chiaia verranno invece garantiti dall’utilizzo di un antico ‘cavone’ scavato naturalmente dalle acque piovane, divenuto una ‘calata’ denominata poi di S. Francesco per la presenza del monastero francescano di S. Maria degli Angeli, fondato nel 1587 e ancor oggi ben visibile nonostante lo stato di diffuso degrado accelerato dalla dismissione ottocentesca e dalle successive superfetazioni.

Poco dopo l’innesto con via Aniello Falcone (tracciata tra il 1893 e il 1925 per favorire le comunicazioni con il nuovo quartiere del Vomero), si fronteggiano le settecentesche masserie Mezzacapo e Vellusi, ultime propaggini del tessuto edilizio collinare letteralmente a strapiombo sulla città sottostante. Di qui, in un singolare equilibrio tra dimensione urbana e paesaggio naturale, la calata assume l’aspetto di una ripida e a tratti disagevole scalinata, fiancheggiata da muri in tufo che non impediscono, tuttavia, straordinarie vedute verso Capri e Posillipo.

Tra gli accessi alle antiche proprietà rurali, oggi profondamente trasformate, spicca nella sua elegante facies originaria la piccola cappella di S. Maria delle Grazie, fondata nel 1784. Da via Tasso, lì dove trascorse vent’anni della sua tormentata esistenza Vincenzo Gemito, la discesa diventa più dolce e regolare per giungere al corso Vittorio Emanuele, importante direttrice viaria intitolata nel 1853 a Maria Teresa di Borbone, e dedicata dopo l’Unità al primo sovrano d’Italia. Una leggera piegatura della strada, di nuovo carrozzabile, permette di godere appieno dei raffinati stucchi settecenteschi del palazzo Torre di Civitaretenga, interessante testimonianza di masseria trasformata in un’elegante residenza caratterizzata dall’intimo cortile e dall’ariosa scalinata aperta verso la collina. Di fronte, la sobria facciata del palazzo Tarantini nasconde in realtà un’origine ben più antica, quella di un monastero benedettino fondato nel 1625 e dismesso nel 1806 per divenire poi un edificio d’abitazione; solo un anonimo portalino di gusto neoclassico denuncia la presenza dell’adiacente chiesa di S. Benedetto, sorprendente ma poco nota opera del regio architetto Arcangelo Guglielmelli inaugurata nel 1709, e recentemente riportata al suo aspetto originario.

All’innesto con la strada intitolata a Francesco Crispi, che qui morì nel 1901 nella villa realizzata per lui da Antonio Curri, la discesa si incunea fra il Palazzo dei Telefoni (progettato nel 1920 da Camillo Guerra) e il settecentesco monastero delle Carmelitane dei SS. Giovanni e Teresa; la chiesa, commissionata da Carlo di Borbone a Luigi Vanvitelli, doveva in origine ospitare il pantheon della famiglia reale, idea abbandonata dopo la partenza del sovrano nel 1759. Poco più in basso si innalza la severa facciata del monastero femminile fondato agli inizi del Settecento su iniziativa del mercante Leonardo Scarioni, trasformato dopo l’Unità in Regia Scuola Tecnica d’Arti e Mestieri; la chiesa, completata nel 1721, è ascrivibile all’architetto Giovan Battista Nauclerio.

Dopo poco più di venti minuti di piacevole cammino, la discesa termina lungo la Riviera di Chiaia – la Playa della città antica – tra il neorinascimentale palazzo Guevara di Bovino e la seicentesca residenza dei duchi di Caivano, rilevata agli inizi del Settecento dai Mirelli, principi di Teora: proprio dal supportico che sino al 1873 collegava i due edifici deriva il toponimo Arco Mirelli che ancor oggi identifica la porzione inferiore della calata. Sullo sfondo, via Caracciolo, il monumento alle Quattro Giornate e la nuova stazione della linea 6 della Metropolitana, simboli della Napoli ottocentesca, novecentesca e contemporanea, degna conclusione di un percorso che, attraverso cinque secoli di storia, collega idealmente – tra collina e mare – la città del passato a quella del futuro.

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