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Le proteste per l’uccisione dell’attivista dissidente Nizar Banat e la brutale repressione dell’Autorità Palestinese

Poco più di due settimane fa, il 24 giugno, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese (AP) hanno fatto irruzione in piena notte nell’abitazione dell’attivista e dissidente palestinese 44enne Nizar Banat, a Hebron, in Cisgiordania. Dal racconto dei familiari l’uomo sarebbe stato picchiato brutalmente con spranghe di ferro e calci di fucile prima di essere arrestato.

Neanche due ore dopo Banat è stato dichiarato morto.

«Lo hanno colpito alla testa con spranghe di ferro che avevano usato per rompere le finestre», ha detto il cugino, Hussein. «Lo hanno picchiato per otto minuti ininterrottamente».

Jibreen al-Bakri, governatore di Hebron, ha dichiarato che le condizioni di salute di Banat sono peggiorate durante la detenzione per cui si è reso necessario condurre l’uomo in ospedale dove poi è deceduto.

Banat, noto per le sue denunce di corruzione contro l’AP ed ex membro del movimento politico Fatah, era stato arrestato altre otto volte in passato e aveva in programma di candidarsi alle elezioni con il partito Freedom and Dignity per occupare un seggio del parlamento palestinese. Le consultazioni elettorali – le prime dal 2006, che avrebbero dovuto svolgersi da maggio a luglio di quest’anno – sono state però rimandate dal presidente Mahmoud Abbas presumibilmente per i timori di subire un’altra sconfitta contro Hamas, il gruppo militante che ha preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007.

I familiari di Banat hanno dichiarato pubblicamente di ritenere responsabile della sua morte il primo ministro Mohammad Shtayyeh.

Durante una conferenza stampa, il padre di Banat, Khalil, ha affermato che le forze di sicurezza palestinesi hanno agito come un’organizzazione criminale, cercando di nascondere le prove e il corpo del figlio.

Muhammed Kharajeh, attivista palestinese per i diritti umani ed esponente di Avvocati per la giustizia – un’organizzazione che fornisce assistenza legale alle vittime di violazioni dei diritti umani – ha riferito ad Amnesty International che il 22 giugno Banat gli aveva confidato che l’intelligence palestinese “gli stava addosso” dopo che aveva postato dei video in cui criticava le autorità in Cisgiordania anche per l’ipotesi di un accordo con Israele per la fornitura di vaccini.

Le proteste e la repressione

La morte di Banat ha suscitato grande indignazione sui social media e proteste sono state organizzate a Ramallah, capitale de facto dell’AP e roccaforte di Abbas e del suo movimento Fatah, e in altre città. Piccoli gruppi formati da anziani, donne e bambini si sono radunati e hanno esposto foto di Banat chiedendo che i responsabili dell’omicidio fossero individuati e condannati.

Proprio a Ramallah, poco dopo l’inizio della prima manifestazione che si è tenuta in piazza al-Manara nel pomeriggio del 24, le forze dell’AP hanno disperso le proteste pacifiche con gas lacrimogeni e granate stordenti non appena sono partiti i cori “La gente vuole la caduta del regime” e “Abbas, non sei uno di noi, prendi i tuoi ‘cani’ e vattene”.

Per tre giorni i dimostranti hanno continuato a scendere in strada in città fino a quando l’AP ha lanciato una brutale repressione contro i manifestanti – soprattutto nei confronti di ragazze e ragazzi – anche nei giorni a seguire, come denunciato da Amnesty International.

«Nelle ultime due settimane, le autorità palestinesi hanno lanciato una deliberata campagna di repressione, con un giro di vite contro manifestanti pacifici ed effettuando arresti arbitrari nel tentativo di instillare un clima di paura e schiacciare il dissenso», ha dichiarato Saleh Higazi, vicedirettore per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

«Il presidente Mahmoud Abbas deve ordinare la fine immediata di questa agghiacciante repressione e garantire che la polizia e gli altri membri delle forze di sicurezza siano ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani», ha proseguito.

Intervistata da +972 Magazine Rita Ammar, una studentessa 22enne dell’Università di Birzeit, ha spiegato di essere rimasta scioccata dalla rapidità con cui le strategie dell’AP sono degenerate contro la sua stessa gente.

«C’è un cambiamento significativo nelle politiche praticate dall’AP nella repressione dei manifestanti e dell’opposizione politica», ha detto la ragazza che circa un mese fa aveva partecipato alle proteste contro gli arresti politici in Cisgiordania.

Durante le recenti manifestazioni, Ammar e alcuni suoi coetanei sono stati inseguiti dalle forze di sicurezza palestinesi nei vicoli del centro storico di Ramallah.

«Ho visto un ragazzo steso a terra circondato da oltre 20 membri della sicurezza che lo picchiavano, nonostante non fosse in grado di muoversi», ha spiegato. Quando Ammar ha cercato di aiutarlo difendendolo con il suo corpo, immaginando che gli agenti non avrebbero attaccato una ragazza perché sarebbe stato considerato deplorevole, è stata aggredita. Le mani e le gambe di Ammar sono tutt’oggi ricoperte da lividi e la giovane ha subito un forte trauma alla cassa toracica.

«Nella mia vita, la lotta contro l’occupazione israeliana è sempre stata chiarissima», ha detto. «Ma adesso è tutto doloroso e confuso, soprattutto quando sai che il tuo vicino o un tassista che conosci, o chiunque altro intorno a te, potrebbe essere usato dall’Autorità Palestinese per reprimerti».

Nel corso delle varie manifestazioni, soprattutto a Ramallah dove Fatah ha maggiore controllo, le forze di sicurezza hanno continuato a sparare gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla, mentre agenti in borghese dell’intelligence palestinese e del servizio di sicurezza preventiva, insieme ai lealisti del movimento, hanno attaccato i manifestanti con pietre e mazze di legno. Molti dimostranti sono stati aggrediti da agenti in borghese e trascinati per strada prima di essere arrestati da uomini in uniforme.

Il trattamento brutale riservato a chi protestava ha suscitato ancora più indignazione sui social media provocando proteste più ampie e frequenti che si sono diffuse in altre aree della Cisgiordania. In risposta, i lealisti di Fatah e i funzionari dell’AP hanno organizzato diverse manifestazioni pro-Abbas a Ramallah, Betlemme, Hebron e in altre zone a cui avrebbero partecipato in larga parte agenti delle forze di sicurezza e membri di Fatah.

Per l’analista politico palestinese Moeen al-Taher queste contro-manifestazioni rappresentano l’elemento più pericoloso degli eventi recenti.

«L’obiettivo è insabbiare la manifestazione originale e dare alle forze dell’AP una scusa per disperderla con il pretesto di fermare gli scontri che loro stesse hanno creato”, ha detto a +972 Magazine.

Attivisti palestinesi e personaggi di spicco hanno pesantemente criticato l’AP per aver imitato le tattiche israeliane nel reprimere le proteste.

Al-Taher ha inoltre sottolineato come l’operazione che ha portato all’arresto di Banat sia stata condotta nell’area C della Cisgiordania che è soggetta al pieno controllo israeliano, secondo quanto stabilito dagli accordi di Oslo.

«Le forze di sicurezza palestinesi non sono ammesse in quell’area», ha spiegato al-Taher, per cui avrebbero dovuto chiedere un’autorizzazione per entrare. L’analista ha anche evidenziato come i metodi usati per arrestare Banat “fossero simili alle tattiche usate dalle forze speciali israeliane quando arrestano i palestinesi”, inclusa quella di far saltare in aria la porta dell’abitazione prima di assaltarla.

Le indagini sulla morte di Nizar Banat

Il portavoce delle forze di sicurezza palestinesi, il generale Talal Dweikat, ha affermato che nel corso delle proteste organizzate dopo la morte di Banat gli agenti hanno agito in “modo propositivo” per evitare scontri, aggiungendo che la commissione incaricata di indagare sulla morte del dissidente palestinese aveva iniziato i suoi lavori.

«Ci sarà piena trasparenza da parte della commissione. Vogliamo scoprire che cosa è successo», ha riferito Dweikat a Deutsche Welle.

I familiari di Banat hanno espresso totale mancanza di fiducia nell’organo istituito dall’AP e hanno chiesto che sia svolta un’indagine indipendente internazionale.

Con una dichiarazione la Commissione indipendente palestinese per i diritti umani (ICHR) ha rivelato che i primi risultati dell’autopsia effettuata sul corpo di Banat – che si è svolta in presenza di un medico in rappresentanza dei familiari e di membri di gruppi per i diritti dei palestinesi – hanno mostrato lesioni “costituite da lividi e abrasioni in molte parti del corpo, tra cui testa, collo, spalle, torace, schiena e arti inferiori, con segni al polso causati dalle manette e fratture costali”.

Gli accertamenti preliminari hanno indicato che la “morte di Banat non è naturale” e che sarebbero stati necessari ulteriori test di laboratorio per determinare la causa del decesso.

A una settimana dall’accaduto il ministro della giustizia dell’AP e capo della commissione d’inchiesta, Mohammed al-Shalaldeh, ha informato che Nizar Banat è stato sottoposto a violenza fisica confermando che non si è trattato di morte naturale.

In un’intervista rilasciata alla TV ufficiale palestinese al-Shalaldeh ha affermato che il primo referto medico ha indicato che l’uomo è stato sottoposto a violenza fisica.

Il ministro ha quindi concluso che la morte di Banat è stata causata da uno shock neurogeno che ha provocato insufficienza cardiaca e polmonare acuta.

La commissione d’inchiesta, secondo al-Shalaldeh, ha svolto il suo lavoro “in modo obiettivo, imparziale e riservato” e il suo rapporto è stato consegnato al primo ministro dell’AP Mohammed Shtayeh che a sua volta lo trasmetterà al capo della magistratura militare al fine di adottare provvedimenti e indagare sui sospetti.

Per alcuni esperti legali palestinesi trasferire il caso alla procura militare – nella speranza che svolga altre indagini e presenti le accuse – è un passo che si sarebbe dovuto compiere fin dall’inizio.

Tuttavia, la famiglia di Banat ha respinto le conclusioni della commissione e ha affermato di non essere stata coinvolta, né interrogata sebbene presente al momento dell’aggressione e dell’arresto.

«Nizar è stato ucciso dopo essere stato tirato via dal letto e tutti gli agenti che hanno eseguito il suo arresto e il suo omicidio dovrebbero subire un processo pubblico», ha detto Khalil Banat.

Le conclusioni a cui è pervenuta la commissione presieduta da al-Shalaldeh potrebbero rappresentare un segnale da parte del governo palestinese consapevole di non poter eludere le responsabilità, almeno indirettamente, attraverso l’arresto di alcuni membri delle forze di sicurezza.

Secondo quanto raccontato ad Hareetz da una fonte legale palestinese indipendente il presidente Mahmoud Abbas, Mohammed Shtayyeh e le due figure più vicine ad Abbas, il ministro per gli Affari civili Hussein al-Sheikh e il capo dell’intelligence Majed Faraj si sarebbero infuriati per le conseguenze scatenate dalla vicenda, comprendendo il danno politico e diplomatico causato. In particolare, Abbas teme che a subirne le conseguenze siano i suoi sforzi di avvicinamento all’amministrazione statunitense di Joe Biden, dopo la rottura dei rapporti con quella precedente.

Così il 2 luglio il generale Dweikat ha annunciato che 14 membri della sicurezza palestinese sono stati deferiti alla magistratura in attesa del “completamento delle procedure istruttorie” per il loro presunto coinvolgimento nella morte di Nizar Banat, confermando la prosecuzione delle indagini.

Ma Nizar Banat non è il primo prigioniero a morire in detenzione. Rapporti di arresti arbitrari e torture da parte dell’Autorità Palestinese e di Hamas lo denunciano da anni.

Nel 2009 un sostenitore di Hamas, Haitham Amro, è morto mentre si trovava in custodia presso i servizi segreti. Un’autopsia ha poi stabilito che il decesso era stato causato dalle torture alle quali era stato sottoposto. Per quell’omicidio cinque agenti dell’intelligence sono stati accusati per poi essere assolti da un tribunale militare.

Il malcontento dei palestinesi e le responsabilità di Fatah

Le manifestazioni dei dimostranti contro le autorità palestinesi per la morte di Banat sono andate avanti anche nel corso del fine settimana successivo.

Sabato 3 luglio a Ramallah si è svolta quella che è stata forse la più grande protesta contro l’AP dall’inizio delle contestazioni.

«Le proteste vanno oltre Nizar – ha detto un dimostrante intervistato da Al Jazeera – le persone sono infuriate con le autorità palestinesi da tempo a causa della corruzione e della loro prepotenza. Le forze di sicurezza dimenticano che devono servire il popolo e che non sono i nostri signori e padroni».

L’Autorità Palestinese, che esercita un autogoverno limitato in alcune parti della Cisgiordania, non è mai stata pensata per essere un organo permanente. Creata nel 1994, era destinata a durare fino a un massimo di cinque anni, quando si supponeva che Israele e i palestinesi sarebbero riusciti a trovare un accordo di pace.

Un sondaggio condotto a giugno dall’istituto di ricerca Palestinian Center for Policy and Survey Research ha rilevato che l’84% dei palestinesi ritiene che l’AP sia corrotta e che molti si lamentano per la cattiva amministrazione e il nepotismo.

Ma se i vertici dell’AP hanno compreso come la repressione possa determinare un effetto boomerang, il movimento Fatah continua a vedere nelle manifestazioni una minaccia all’interesse nazionale e prosegue a rispondere con la forza.

Come spiega Amira Hass su Haaretz, quando il vicepresidente di Fatah, Mahmoud al-Aloul, sostiene che tutte le volte che il movimento viene provocato ha il dovere di reagire per “difendere il sogno dei martiri e il progetto nazionale palestinese” evitando però di commentare il motivo che ha scatenato le proteste – il pestaggio a morte di un cittadino palestinese – lo fa per far passare il messaggio che le manifestazioni sono state organizzate per bloccare lo slancio della resistenza popolare a Gerusalemme e in Cisgiordania e per dare l’impressione che i membri di Fatah portino sulle loro spalle quella missione.

Hass spiega che dietro alla repressione dei dissidenti che criticano l’AP sui social c’è Tanzim, l’ala militare di Fatah, i cui membri incitano e spingono, attraverso la diffamazione, le forze di sicurezza a compiere arresti.

Questo è quello che è successo all’attivista palestinese e fondatore del gruppo Youth Against the Settlements, Issa Amro, che è stato processato da un tribunale militare israeliano per le sue attività non violente. Per lungo tempo l’uomo ha subito calunnie da parte dei membri di Fatah. Lo stesso è successo a Banat. Secondo Hass, l’incitamento di Fatah contro il dissidente potrebbe aver portato al suo omicidio.

L’attacco alla stampa

L’organizzazione palestinese per i diritti umani Al Haq ha riferito che diversi giornalisti che seguivano le manifestazioni sono stati attaccati e che le loro attrezzature sono state requisite.

Durante le marce che si sono tenute a Ramallah le forze dell’AP sono state accusate di aver aggredito i giornalisti e gli operatori dei diritti umani che documentavano le proteste.

Diversi account sui social media hanno raccontato di giornalisti aggrediti fisicamente e verbalmente da agenti in borghese. Ad altri sono state rotte le macchine fotografiche mentre ad attivisti e osservatori per i diritti umani sono stati sottratti i cellulari.

Il generale Dweikat ha negato che agenti in borghese abbiano attaccato i manifestanti, insistendo sul fatto che gli aggressori fossero solo civili preoccupati per “un grave assalto al sistema politico”. Allo stesso modo ha negato di essere a conoscenza di arresti dovuti a post pubblicati su Facebook o di confische di telefoni cellulari.

«Non arrestiamo nessuno per ciò che dice», ha specificato.

Molte denunce di aggressioni fisiche e verbali sono state presentate da giornaliste palestinesi che oltre ad essere state picchiate e prese di mira – nonostante indossassero i giubbotti con la scritta “stampa” – affermano di essere state molestate da agenti in borghese e persino minacciate di stupro.

Cinque giornaliste palestinesi hanno raccontato di essere state attaccate da membri delle forze dell’AP in abiti civili o da membri di Fatah. Si tratta di Shaza Hammad, Najla Zaitoun, Fayhaa Khanfar, Saja A-Alami e Fateh Alwan.

«Era impossibile confondere la nostra identità durante le manifestazioni, sia per il nostro abbigliamento che per i tesserini», ha detto Najla Zaitoun di Quds News Network in una conferenza stampa, come riportato da Haaretz.

La donna ha raccontato di essere stata spinta da un uomo con il volto coperto e nonostante abbia immediatamente mostrato il tesserino stampa e abbia cercato di spiegare che è una giornalista, è stata colpita con forza riportando tumefazioni e lividi sulla spalla e sulla gamba sinistra.

Nel corso di una delle proteste che si sono svolte a piazza al-Manara, Zaitoun ha notato che non appena i dimostranti anti-AP hanno iniziato a muoversi verso la Muqata’a, la sede amministrativa del governo, si sono imbattuti in un’altra manifestazione.

«Si trattava di un gruppo di persone che cantavano slogan a sostegno del governo e del movimento Fatah», ha spiegato la donna. «Poi, all’improvviso, la folla ha iniziato a scambiarsi insulti e a lanciarsi bottiglie d’acqua a vicenda». I sostenitori filo-governativi hanno accusato i manifestanti di essere traditori e spie contro Fatah.

La reporter Fatin Alwan ha raccontato di aver scoperto, al termine di una manifestazione, di essere stata inserita nella “lista della vergogna” pubblicata sulla pagina Facebook dei “membri del movimento Fatah” e di essere stata accusata di avere legami con gli Stati Uniti.

La donna, che stava filmando le proteste a Ramallah e indossava il giubbotto con la scritta “stampa”, si trovava sul lato della polizia, come previsto dalle linee guida per la sicurezza per i giornalisti, quando è stata avvicinata da un agente che le ha strappato il telefono di mano mentre stava filmando e che ha iniziato a tirarla per la borsa.

«Gli ho chiesto di restituirmi il telefono ma ha insistito affinché parlassi con l’ufficiale incaricato», ha detto Elwan. Intanto il telefono della donna passava da un membro della sicurezza all’altro fino a quando non le è stato restituito a condizione che lasciasse il lato della polizia e passasse dalla parte dei manifestanti. A quel punto poiché la polizia stava sparando contro i dimostranti la donna se n’è andata.

Prima delle proteste, Elwan ha raccontato di essere stata avvicinata da un conoscente che l’ha avvertita che avrebbe potuto essere inserita nella lista nera dell’AP se non avesse scelto da che parte stare. «Sapevo che si trattava solo di un intermediario che consegnava il messaggio che ero arrivata al limite», ha spiegato. «Gli ho chiesto di definire le due ‘parti’ per capire come rispondere o proteggermi. Non mi ha saputo rispondere».

Elwan, che teme non solo per la sua incolumità ma anche per quella dei suoi familiari, racconta di come si sia rifugiata nelle strutture delle forze di sicurezza palestinesi per sfuggire agli attacchi dei soldati israeliani durante le proteste contro l’occupazione .

«E adesso dove dovrei rifugiarmi? Chi dovrebbe proteggermi?», si chiede.

La scorsa settimana, un gruppo di giornalisti ha manifestato davanti all’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite a Ramallah per chiedere un intervento urgente e consegnare una lettera affinché siano adottate “misure necessarie e immediate” per proteggere i giornalisti locali.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi (PJS) ha chiesto il licenziamento del capo della polizia palestinese per non aver protetto i giornalisti aggrediti e minacciati da agenti in borghese sotto gli occhi della polizia e ha invitato i giornalisti a boicottare tutte le conferenze stampa tenute dal presidente Abbas e da altri funzionari dell’AP fino a quando non saranno presi provvedimenti e individuati e condannati i responsabili degli attacchi.

Ciononostante sui social media, molti giornalisti palestinesi hanno pubblicato foto dei loro tesserini tagliati per protestare contro l’incapacità del sindacato di proteggerli.

La campagna contro le donne

Oltre agli attacchi ai giornalisti, i lealisti dell’AP e di Fatah hanno organizzato una campagna di molestie sui social contro manifestanti e attivisti, attaccando in particolare le donne.

Durante le proteste a Ramallah sono stati segnalati diversi casi di manifestanti a cui sono stati sottratti i cellulari da agenti in borghese. In seguito si è scoperto che i telefoni sono stati hackerati e che informazioni personali e foto – vere e manipolate – sono state pubblicate su una pagina Facebook. La pagina è stata poi rimossa, ma alcuni temono che sia riuscita nel suo intento di insinuare dubbi sulla moralità delle partecipanti alle manifestazioni – secondo gli standard conservatori-patriarcali – con l’obiettivo di attutire lo shock provocato dalla repressione delle autorità.

Gli arresti dei dissidenti

Nei giorni scorsi si è assistito a un aumento degli arresti operati sia dalle forze di sicurezza israeliane che da quelle palestinesi – che da tempo intervengono in stretto coordinamento come scrive il Washington Post – nei confronti di attivisti, avvocati e accademici palestinesi.

Il 4 luglio le forze israeliane hanno arrestato a un posto di blocco l’avvocato e attivista per i diritti umani Farid al-Atrash mentre tornava a casa a Betlemme dopo aver partecipato a una manifestazione a Ramallah contro il presidente Abbas.

Secondo quanto riportato dalla Commissione indipendente palestinese per i diritti umani – che ha chiesto il rilascio immediato dell’avvocato – al-Atrash sarebbe stato condotto all’ospedale israeliano Hadassah.

L’attivista Issa Amro, amico di al-Atrash, ha raccontato che l’uomo era stato dimesso dall’ospedale qualche ora dopo ma che continuava a essere trattenuto dalla polizia per essere interrogato.

Come Amro anche al-Atrash è stato arrestato più volte in passato dalla polizia israeliana per aver organizzato e preso parte a proteste contro l’occupazione militare della Cisgiordania.

Molti palestinesi hanno ipotizzato che l’arresto dell’uomo sia stato effettuato in collaborazione con l’AP.

Lo stesso giorno Mohannad Karajah, un avvocato che ha assunto la difesa di vari manifestanti arrestati negli ultimi giorni dall’AP, è stato trattenuto per breve tempo dalle autorità palestinesi.

Due giorni dopo aver iniziato lo sciopero della fame e della sete per protestare contro il suo arresto da parte delle autorità palestinesi per aver pronunciato un discorso nel corso del funerale di Nizar Banat è stato rilasciato il giornalista e attivista palestinese Alaa al-Rimawi.

Poco tempo prima l’uomo era stato imprigionato dalle forze di polizia israeliane e rilasciato il 3 giugno, dopo aver trascorso 45 giorni in detenzione amministrativa e aver iniziato uno sciopero della fame.

Nonostante arresti, intimidazioni e violenze venerdì scorso i manifestanti sono scesi nuovamente in piazza a Hebron per chiedere ancora una volta le dimissioni del presidente Abbas e del primo ministro Shtayyeh. È lì che è stato sepolto Nizar Banat, nella città in cui abitava.

All’inizio di maggio, uomini armati avevano sparato proiettili, granate stordenti e gas lacrimogeni contro la sua casa. All’interno c’erano la moglie e i suoi bambini.

Banat aveva incolpato dell’attacco Fatah.

«Gli europei devono sapere che stanno finanziando indirettamente questa organizzazione», aveva detto ad Associated Press, in un’intervista rilasciata dal luogo dove si nascondeva.

«Sparano in aria alle celebrazioni di Fatah, sparano in aria quando i leader di Fatah si combattono e sparano alle persone che si oppongono a Fatah».

Articolo proveniente da Valigia Blu