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Il realismo politico come antidoto ai furori della guerra civile

Appartenere a una comunità politica significa venerarne i simboli, celebrarne gli eroi fondatori, guerrieri e legislatori, rendere onore ai luoghi della memoria. Ma soprattutto considerarsi eredi di una tradizione che ci radica nel presente e ci proietta nel futuro.

Leggendo il saggio di Dino Messina,Italiani per forza.Le leggende contro l’unità d’Italia che è ora di sfatare (Ed. Solferino) e l’intervista da lui rilasciata a Stefano Balbolini su HuffPost, “Un’operazione verità sul Risorgimento, non è esistito un Sud passivo”, si viene colti da un senso profondo di desolazione.

Messina non è  uno storico di archivi ma un pubblicista scrupoloso che ha preso molto sul serio i critici del Risorgimento e dell’unità d’Italia—dal tardo Ottocento a oggi—e si è chiesto se i loro giudizi storici e politici reggessero alla luce delle ricerche svolte da studiosi di grande prestigio come Guido Pescosolido, Aurelio Musi, Renata De Lorenzo, Carmine Pinto etc.

Uno studio attento alle argomentazioni dei neoborbonici e dei neomeridionalisti—ma anche di accademici come Roberto Martucci—lo ha convinto che il revisionismo storiografico antirisorgimentale  si fonda su ricostruzioni  prive di riscontri con la realtà, con i documenti disponibili, con le stesse testimonianze dei protagonisti. Nell’intervista, Messina dopo aver ribadito le sue tesi― ”Il problema – e il senso del mio libro d’inchiesta – è che si costruisce una Storia d’Italia fondata su falsi dati. Che non è giusto dire che non c’è stato un Risorgimento meridionale. |…| Che non si possono paragonare i piemontesi ai nazisti. Ma vorrei anche precisare una cosa: il mio non è un lavoro contro i neoborbonici, non è un pamphlet contro di loro. Anzi, gli ho dato anche voce, ho voluto sentire le loro ragioni e le loro fonti, ed esporre le mie”―alla domanda rivoltagli da Balbolini: “E li ha convinti che i loro numeri, le loro teorie, sono sbagliate?” ha risposto con un secco “no!”. Nessuna meraviglia giacché per intellettuali militanti come Pino Aprile , Gigi Di Fiore o Gianni Baget Bozzo—cui si potrebbero aggiungere Angela Pellicciari, Roberto De Mattei, i giornalisti Paolo Granzotto e Alessandro Sallusti—i dati raccolti da specialisti come Alessandro Barbero e Giancristiano Desiderio su episodi come l’internamento dei soldati borbonici a Fenestrelle o la repressione di Pontelandolfo, sono incompleti e approssimativi e in contraddizione con i ricordi dei familiari delle vittime dei Savoia e con le stesse ballate popolari.

Alessandro Sallusti, rispondendo a una lettera di Luciano Salera, autore di Garibaldi,Fauchè e i predatori del Regno del Sud. La vera storia dei piroscafi “Piemonte” e “Lombardo” nella spedizione dei Mille (ControCorrente, 2006)―in cui venivo criticato per aver scritto che i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna, truccati o meno che fossero, fissavano un principio rivoluzionario: che è la volontà dei popoli non quella dei sovrani che fonda gli Stati—ironizzava:

“Caro Salera, non me ne vo­glia il nostro illustre collabo­ratore – non ho titolo per con­futarlo – ma a naso, e nella mia ignoranza, simpatizzo per la sua tesi anche per fat­to personale. Il mio trisavo­lo, Fiore Sallusti, era il capo dei briganti dell’Abruzzo e, raccontano i libri di storia, aveva accesso alla corte di Ferdinando II di Borbone esule a Roma ospite del Pa­pa a palazzo Farnese. La sto­ria, come noto, la scrivono i vincitori e in questo caso l’hanno scritta i piemontesi. Così a scuola ci hanno inse­gnato che i briganti erano dei delinquenti comuni quando in realtà si trattava di partigiani del Regno delle due Sicilie che si battevano contro una annessione subi­ta e non voluta dal popolo. Se l’unità d’Italia fosse dav­vero stata frutto di un gran­de moto popolare e non del­la visione di una stretta élite nordista, probabilmente og­gi avremmo un Paese vero e non quella firmata Brancaleone che siamo”.

In realtà di storie, ne abbiamo tutti da raccontare. Anch’io, nel mio piccolo, potrei ricordare un antenato sannita, liberale e unitario, che venne soprannominato Scialone (scialacquatore) giacché all’arrivo dei Piemontesi aveva offerto una cena a tutto il paese.

Il fatto è che la fiorente letteratura borbonico-meridionalista, al di là della disputa storiografica, rivela lo sfilacciamento definitivo della coscienza e dell’identità nazionale. La conquista dell’unità nazionale che a Rosario Romeo, appariva come un grande traguardo di civiltà, il coronamento dell’aspirazione secolare a portarsi all’altezza dei grandi stati europei, viene ormai riguardata come un evento tragico in quanto fortemente divisivo e distruttivo di antiche comunità naturali che si sarebbero evolute anche senza il trauma della conquista regia.

È in atto—si legge nel magistrale articolo di Romeo, I figli di ignoti (‘Il Giornale’ 22 marzo 1975)―una “grande operazione politico-culturale” che segna

“la graduale separazione degli italiani dalla propria storia, attraverso la recisione di quel vivente legame con l’opera di ieri che solo può dar senso all’opera delle generazioni odierne, e indirizzarla a un avvenire che abbia signifi­cato. Un paese idealmente separato dal proprio passato è infatti un pae­se in crisi d’identità e dunque potenzialmente disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente in cui il passato si pone come premessa e garanzia del futuro.

Certo, non si tratta solo di un’operazione artificiale e studiata a tavolino. Essa ha trovato rispon­denza nella profonda crisi della coscienza nazionale che è sorta dal trau­ma della Seconda guerra mondiale e che ha dato a molti italiani la sensa­zione di appartenere a un paese irrimediabilmente sbagliato. Per uscire dalla crisi alcune forze politiche e culturali si sono richia­mate alla migliore tradizione del paese, da riprendere e portare avanti nella creazione di un’Italia nuova capace di trovare in se stessa le forze necessarie a superare le deviazioni del passato.

Contro questa visione, che salva l’unità della storia nazionale, la sinistra marxista e una parte della cultura cattolica, ancora vittima dei vecchi rancori antirisorgimen­tali, hanno invece sviluppato una decisa ipotesi di rottura; facendo leva su quei soli momenti della storia del nostro paese, dalla resistenza dei ceti contadini al rifiuto del mondo cattolico alle lotte operaie, che in realtà si contrappongono alla storia realmente accaduta come possibilità di una storia alternativa, non realizzata in passato ma realizzabile in av­venire. Visione grossolana e astratta, che recide nessi in realtà ineliminabili tra le diverse componenti dello sviluppo storico del paese, e che oggi non trova riscontro neppure nella storiografia marxista di un certo livel­lo: ma alla quale le forze che credono in un diverso avvenire del paese hanno il dovere di contrapporre la visione, storicamente più fondata e più matura, del graduale sviluppo che, dal rinnovamento settecentesco al miracolo economico, ha condotto il nostro paese a prendere il suo posto tra i grandi membri della società democratica occidentale”.

Romeo aveva ragione nel legare il momento sovrastrutturale della cultura politica a un momento strutturale come ‘il trauma della Seconda guerra mondiale. E tuttavia, a mio avviso, c’è una considerazione da fare che si pone sul piano delle visioni del mondo. Mi riferisco alla comprensione della natura bifronte dello stato nazionale: lo stato nazionale è una comunità politica che fa valere ‘ragioni’ sue proprie—legate all’ambiente, alle risorse naturali, alle culture, alle etnie― non coincidenti e spesso conflittuali con le ragioni degli altri stati; ma è anche una ‘società civile’ che, all’interno del suo territorio, tutela i diritti (prima civili , poi politici, in seguito anche sociali) di tutti i membri, in nome di una legge eguale per tutti. Nei grandi artefici dell’unità italiana i due aspetti convivevano felicemente (almeno in teoria): l’Italia doveva essere una, forte, rispettosa delle altre nazioni ma non disposta a farsi mettere i piedi sopra, garante dei diritti del suo popolo, custode delle sue grande tradizioni artistiche e letterarie.

Con l’età dell’imperialismo, culminata nel primo conflitto mondiale, lo stato nazionale si dimezza come il Visconte di Italo Calvino: la crisi economica, sociale, politica che coinvolge gli stati usciti con le ossa rotte dalla conflagrazione bellica porta, da una parte, il Gramo a preoccuparsi dell’unità della comunità politica lacerata da profonde fratture e a ristabilire la legge e l’ordine anche attraverso la sovversione di istituti e di governi che erano stati incapaci di farlo; dall’altra, il Buono a prefigurare rivoluzioni sociali e democratiche—con proiezioni federali ed europee—in grado di” make the world safe for democracy.” 

Da un lato, un particolarismo (i sacri egoismi delle nazioni) minaccioso per la ‘civiltà del diritto’; dall’altro un universalismo democratico borghese (ispirato a Wilson) o proletario (ispirato a Lenin) privo di realismo ovvero di quei supporti comunitari, senza il cui sostegno nessun progetto politico è in grado di realizzarsi. Se questo è vero, non si può provare un profondo imbarazzo sia davanti alle critiche del Risorgimento, accusato di non aver fondato istituzioni democratiche nel nostro paese e di averne soffocato, al contrario, tutte le autonomie locali; sia davanti alla demonizzazione del fascismo considerato― se non un corpo  estraneo alla ‘vita italiana’ ―una malattia mortale causata dalla miopia  di classi dirigenti contrarie ad ogni apertura democratica del sistema.

Oggi che il Gramo sembra uscito di scena (almeno in Italia) quei pochi che ancora celebrano i due Giuseppe, Mazzini e Garibaldi, offrono uno spettacolo alquanto patetico. Danno quasi a intendere che l’unità nazionale, per i due liguri, fosse solo una tappa verso l’unità europea (e in prospettiva del mondo): le nazioni al servizio dell’Europa e non l’Europa (la ‘Giovane Europa’) al servizio delle nazioni per consentire a ciascuna di essere libera e indipendente nei propri confini e di intrattenere buoni rapporti colle altre (“ripassin l’Alpi e tornerem fratelli’ per citare il Giovanni da Procida di Giovanni Battista Nicolini).

Ma non è meno patetico accusare il fascismo di essersi appropriato, in maniera fraudolenta, del mito risorgimentale e dei suoi eroi giacché nel Risorgimento non c’era solo il senso della società civile mutuato dall’illuminismo, specie anglo-scozzese, ma c’era anche il senso della comunità, cioè dei confini e dell’esclusione, impliciti già nel principio di nazionalità (l’unico stato legittimo è quello in cui i confini politici coincidono con quelli etnici). Se si tenesse presente tutto questo, dovremmo vedere nel fascismo il ramo di una famiglia (Risorgimento/Nazione) alla quale apparteniamo anche noi, che veniamo da un ramo e da una storia diversa, e rinunciare alle demonizzazioni retoriche e perpetuatrici di furori ideologici anche quando un secolo è passato sotto i ponti della storia.

Vorrei concludere con quanto scriveva della Resistenza il compianto Roberto Vivarelli ne La fine di una stagione. Memoria, 1943-1945 (Il Mulino, B  2000): «Il fine ultimo di una guerra patriottica avrebbe dovuto essere quello di recuperare, dopo la dissoluzione operata dal fascismo, un’immagine credibile dell’identità nazionale» ma questa «non poteva comunque ricomporsi senza un impegno di riaffermata fedeltà all’unica tradizione nazionale esistente, che era quella risorgimentale, con la quale nessuna forma di massimalismo era conciliabile». Senza l’accettazione, però,  della duplice natura del Risorgimento e dello Stato nazionale, nessuna ricomposizione è possibile. Cancellata la dimensione realistica della politica restano i moralismi astratti, i giudizi sommari, le fatwe anpiste.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia