• Ven. Set 17th, 2021

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Biennale teatro Venezia, va in scena la diversa grammatica dell’umano

Barbara Voghera in

Pur occupandomi come giornalista di libri, da trent’anni, da altrettanto tempo vado a teatro e oggi credo che solo la scrittura per la scena assolva al ruolo di “ricerca”, col duplice compito di trovare una grammatica alternativa per raccontare il presente che si trasforma.

Rispetto alla medietà linguistica della narrativa e della poesia, a un certo stile più semplice e leggibile, il teatro continua a creare arte, punto. Lo si vede alla Biennale Teatro di Venezia, come anche n alcuni Tetri stabili nazionali, dove non a caso gli artisti presenti sono già passati con le loro opere come anche il duo che ha inaugurato il triennio di nuova direzione artistica, ovvero ricci/forte (Gianni Forte Stefano Ricci) a loro volta innovatori o sperimentatori di linguaggio altro (sempre uso generico, mille distinzioni sarebbero necessarie).

La rassegna, che ha dovuto fare i conti coi limiti della pandemia si appella al “Blue” come momento di oscurità ma anche di promessa di un’alba. Sperimentare non ha però il significato di creazione di una lingua separata: raccontare la “commedia umana” – come hanno detto Ricci e Forte in un intervista – con “grammatica altra” sì ma calata nei sentimenti del presente, affrontati semmai con un pensiero radicale (lo testimoniano le due figure premiate il leone doro, regista polacco Krzysztof Warlikowski e quello d’argento all’attesissima Kae Tempest, poet* e musicista inglese. Lo si è visto anche in due degli spettacoli visti (tra continuità novecentesca e rinnovamento).

Il primo è “Altro Stato” del gruppo Lenz (Federica Maestri e Francesco Pittitto) che riprende “La vita è sogno” di Calderon de La Barca e lo spinge fuori dal binarismo realtà/sogno (forse in favore comunque della “vita”). Binario è lo schema di una condizione senza scampo, nella tragedia dell’essere nati, come nel personaggio di Sigismondo che si sovrappone alla gabbia del corpo e una certa condizione bio-sociale nella storia e nella carne della performer Barbara Voghera, “attrice sensibile” che prende su di sé tutta la sfida di Lenz. Lo fa con la tensione viva della creazione certo artistica ma anche di più. La tensione data dal terzo e “altro stato” che è proprio la performance stessa, ma intesa come un esistere-lì di Barbara Voghera.

Se in Calderon il sogno è solo la porta d’ingresso in un’altra realtà, qui non c’è sogno ma nemmeno spettacolo. Semmai un momento dell’esistere condiviso. Un atto  e un agire (noi immobili che ascoltiamo e guardiamo Voghera) come abolizione del teatro. Certo, tutto il 900 porta a questo punto: i movimenti di avanguardia come quelli di liberazione dei diritti e dei corpi – ma qui portata al punto radicale di Barbara Voghera nell’evidenza del suo corpo, della sua psiche, del suo Calderon introiettato, abitato, dovremmo dire: vissuto.

Come accenna nelle note di regia Pittitto, a fronte dei limiti cromosomici di una natura (Leopardi direbbe matrigna) che ha costretto Voghera a una condizione biologica che poi è diventata marginalizzazione sociale perché non-conforme, o “normale”, ora Barbara Voghera “è”: usa il testo di Calderon, ma per il suo dire, lì di fronte a noi, abolendo anche la nostra condizione di spettatori (anche Clarino, il servo in Calderon è spettatore che muore).

La sfida è dissolvere il cerchio teatrale. Non è operazione inedita, ma Lenz Fondazione lo fa con un rigore estremo. Con umanità (o come se riscrivesse il senso di ‘umanesimo’). La scena vede quasi sempre Voghera dietro uno schermo su cui la vediamo ombra proiettata, e la ascoltiamo con una voce che non dice e non recita, è qualcosa d’altro. Nelle sue parole divora i personaggi e li assimila, vengono divorati dall’essere-qui di Barbara Voghera. Diversamente dalla marionetta di Mejerchol’d o Bene, negare l’umano conforme non necessità più della negazione della coscienza, stando dal lato del Negativo.

Ora l’opposizione al conforme si fa in affermazione, è questo corpo stesso ad essere “altro stato” per il suo essere-qui con noi. Non un mondo di ombre contrapposto alla realtà di luce, come nello schema binario del Barocco ( che è poi alla base della metafisica dell’essere). Barbara Voghera si muove dentro la logica formale del barocco, nella variazione  continua (risuonano le variazioni Goldberg ) come fosse un museo che però frantuma. Tra arte e etica, tra natura e rappresentazione, la scelta di Lenz è tutta a favore di una metamorfosi del “teatro” in una affermazione possibile di un’ etica, di riconoscimento dei viventi così come sono.

Abolito il cerchio di scena, si va a un possibile che si afferma nell’alleanza dei corpi, oltre i ruoli attore-spettatore. Il corpo, la sua verità non discorsiva (la sua voce, una phoné che non arriva da luogo noto)  è tale solamente in relazione allo sguardo dell’Altro, anzi l’inizio stesso della corporeità si dà nella dimensione del riconoscimento. Il lavoro di Pittitto e Maestri con Voghera è di dare vita a una sorta di etica altra, un riconoscimento dell’irriconoscibile, perché va ascoltato e accolto nella sua singolarità, così come accade per le forme realmente artistiche.

Superando però l’arte, Lenz persegue l’obiettivo di farci essere di fronte a una vita, a un soggetto con un corpo che chiede di non essere ingabbiato. Barbara Voghera lo fa accettando anche la sfida di un esser vista nella sua imperfezione (se la perfezione è Goldberg o la “recitazione”) il “sogno altro” è la singolarità di altra realtà, né “reale” né sogno, ma un essere singolare da riconoscere a tutti i viventi.

C’è umanità e forza anche in “Hard to be a god” l’altro spettacolo, di Kornel Mundruczo. La scelta del regista ungherese (acclamato due anni fa per il suo “Imitation of life” e regista cinematografico di successo) è però meno radicale, più brechtiana, privilegiando allegorie, narrazione, politica. Tutto si svolge tra due Tir, portati in un punto periferico di Mestre, sopra una sartoria abusiva dove le cucitrici offrono anche in vendita il corpo, soggiogate da una donna, Mamy Blu (come la canzone anni 70, cantata più volte) a cui il figlio di un politico corrotto e stupratore fa una richiesta: usare le ragazze per un film che dovrà accendere scandalo e rivolta in un’Europa cinica e perduta, e una ribellione verso l’oligarca che domina il paese.

Il risultato comico – Hard to be God è un testo grottesco, cinico – sarà invece uno snuff movie, come una banda di soliti idioti, faranno uno dei tanti porno girati in Ungheria e il progetto farneticante di cospirazione fallisce per le miserie umane e le bassezze, la degenerazione, anche di questo nucleo di “demoni”, che invece di ribellarsi precipita in un abisso di violenze sulle ragazze. Proprio l’espediente del film da girare fa usare al regista la tecnica POV del porno: non vediamo le “oscenità” sulla scena, ma solo attraverso un gioco di rimandi di telecamere – una tecnica che tuttavia Milo Rau usa meglio – e attraverso uno schermo.

La cam è tenuta dal porno attore che invece di rispettare un’improbabile sceneggiatura politica, dà sfogo al suo repertorio di brutalità sadiche, porno-splatter a cui lo spettacolo finisce alla fine per assoggettarsi. Non scandalizza, semmai si tratta di un già-visto. L’intento di Mundruczo è politico, anche perché Hard to be a God è del 2010, l’anno in cui in Ungheria ci furono le elezioni con la vittoria della coalizione del presidente Orban. Attori bravissimi e regia ben congegnata, non bastano per superare i limiti di uno stile che non è innovativo e risente forse della rabbia del momento. L’Europa sentita allora come quella della troika, a cui rispondeva una decadenza dell’Est liberale sconfitto dalla destra identitaria.

Oggi le cose sono cambiate e quella visione apocalittica, che sa di mix tra effetto-Kusturica e l’estetica del crollo post-sovietico, scivola verso un romanticismo ideologizzato e un po’ naif che fa perdere le capacità artistiche che Mundruczo ha mostrato in altre sue opere più riuscite.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia