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Barcellona Pozzo di Gotto, la denuncia dei familiari: “È una casa di lavoro ma il lavoro non c’è, diritti negati”

DiRed Viper News Manager

Lug 12, 2021

“Chi sta in carcere è veramente l’ultima ruota del carro”. Lo dice con amarezza Emanuela Belcuore, garante casertana dei detenuti. In questi giorni sta vigilando su tutto quanto sta accadendo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e per questo motivo denuncia un’altra situazione per lei critica. Quella del carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto.

“Lì ci sono detenuti che provengono dal casertano – racconta – i loro familiari si sono rivolti a me preoccupati per la situazione in cui versano: non sono rispettati i loro diritti. In particolare la famiglia di un quarantenne casertano denuncia che l’assistenza sanitaria è carente e gli fanno fare colloqui di 30 minuti e non di un’ora come previsto da regolamento. Non sempre gli spediscono la posta. In più ha avuto coliche forti e non è stato soccorso adeguatamente. Questa persona ha una figlia minore e una moglie malata. Come potranno rincontrarsi in questa situazione, considerata anche la lontananza? Ho scritto spesso al garante della regione Sicilia e al carcere, per far luce affinché non ci sia un Santa Maria Capua Vetere due”.

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto nasce nel 1925 come manicomio criminale volto ad ospitare autori di reato affetti da patologia psichiatrica. Con la riforma dell’ordinamento penitenziario diventa ospedale psichiatrico giudiziario. Oggi è una Casa Circondariale con sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile, una Casa di Lavoro. Ed è proprio in questa ultima sezione che si trova internato il quarantenne di origine casertana.

“Hanno detto che il mio assistito è stato mandato lì per garantirne il recupero e il reinserimento nella società. Ma di tutto questo non ne vedo assolutamente la possibilità”, spiega l’avvocato Sosio Capasso. La misura della casa lavoro è poco conosciuta ma potrebbe essere una buona occasione di reinserimento e recupero, almeno come idea o comunque secondo i dettami della Costituzione. La sua definizione precisa è la seguente: “Misura di sicurezza personale detentiva prevista nel codice penale: vi si riuniscono i condannati per far svolgere loro attività di tipo artigianale o industriale”.

La struttura è assolutamente inadeguata a tutto ciò – dice l’avvocato Capasso – Questa misura dovrebbe avviare il detenuto a un lavoro. Ma lì lavoro non ce n’è. A questo si aggiunge la piaga di molte carceri, il sovraffollamento”. Ma per l’avvocato c’è ancora un’altra criticità: “Questo tipo di pena vuole che vengano favoriti i contatti con la famiglia con permessi di vario tipo. Invece il mio assistito non ne ha mai avuti”. Se dovesse essere avvicinato a casa, rimanendo internato in una casa lavoro, la più vicina sarebbe quella di Aversa. “Il paradosso è che anche lì il lavoro manca completamente”, aggiunge la garante Belcuore.

“Il giovane che difendo ha avuto problemi di tossicodipendenza – continua Capasso – Ma è stato mandato lì per reinserirsi attraverso il lavoro. Invece per lui non ci sono attività educative di nessun tipo, dalla scuola al giardinaggio. Nulla. È una persona fragile e il suo stato di detenzione peggiora la sua situazione invece di migliorarla”.

L’articolo Barcellona Pozzo di Gotto, la denuncia dei familiari: “È una casa di lavoro ma il lavoro non c’è, diritti negati” proviene da Il Riformista.