• Gio. Set 23rd, 2021

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A Cannes seduce “Bergman Island”. Good vibrations nell’isola sacra del maestro svedese

Teodora Film

Se al posto di Spike Lee a presiedere la giuria di Cannes ci fosse Woody Allen – cosa purtroppo impossibile in tempi di #MeToo – da bergmaniano di ferro gradirebbe molto “Bergman Island” di Mia Hansen – Love. Vera protagonista del film è l’isola di Faro, dove Bergman ha girato “Come in uno specchio”, “Persona”, “Vergogna”, “Passione” e in parte “Scene da un matrimonio” , e dove ha vissuto per trentacinque anni.

A tutta prima l’approdo a Faro di Tim Roth, regista, e della moglie sceneggiatrice Vicky Krieps (deliziosamente rivelata da “Il filo nascosto”), ti fa paventare un giro turistico per feticisti cinefili. C’è il lettone di “Scene da un matrimonio”, c’è il piano di Ingrid Bergman in “Suonata d’autunno”, c’è la saletta di proiezione del maestro svedese dove la prima fila con il suo posto è ancora off limits, e via spigolando, con un pullmino “Bergman Safari” che commercializza il pellegrinaggio.

Poi piano piano ti immergi in un esercizio di meta-cinema sottile e insinuante, perché dal soggetto che lei sta scrivendo i personaggi prendono vita, diventano storia vissuta e sofferta, in quei luoghi, da Mia Wasikowska e Anders Daniels Lie, attore prediletto da Joachim Trier. Da ex amanti, i due si ritrovano casualmente per un matrimonio, c’è un ritorno di fiamma, ma non con gli stessi sentimenti.

E la sceneggiatrice sarà risucchiata nel parto della sua fantasia, tanto da condividere, su un set a venire immaginario o reale, i sussulti d’amore di Mia Wasikowska. Ha un fascino inquietante, l’operazione, che  ti irretisce e ti passa sottopelle, anche perché c’è sensualità vera su quella linea d’ombra in cui immaginario e realtà vanno in cortocircuito. Ci sono istanti precisi, lampi, illusioni e risvegli che prima o poi ognuno di noi ha vissuto.

E’ un film colto senza supponenza. Imperdibile il chiacchiericcio tra esperti che mescola il sacro dell’arte al profano dei pettegolezzi: i nove figli avuti da Bergman da cinque donne diverse e la ‘crudeltà’ dei suoi film. Ma è un’eleganza che parla direttamente alla pancia: good vibrations, o forse questione di feeling. Un film dentro un film dentro un’isola sacra del cinema: è una mise en abyme in cui perdersi fa bene al cuore. Al Festival ha incantato la critica internazionale, la nostra no. Ma Teodora, che lo distribuirà in Italia, ci aveva scommesso da prima.

  

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia