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La riforma della giustizia è una cosa seria, non per loro

 

La riforma della giustizia deve servire solo a farla funzionare meglio con tempi dei processi più veloci. Questo, e solo questo, deve essere l’obiettivo, del resto chiesto dalla UE come condizione per il finanziamento del PNRR. Non deve, invece, rappresentare un pretesto per un regolamento di conti dentro la politica e tra questa e la magistratura né, quindi, per incidere sul ruolo e sulle prerogative di indipendenza ed autonomia della magistratura: la stessa UE lo censurerebbe, come è avvenuto per le leggi di Ungheria e Polonia che hanno ridotto l’indipendenza dei giudici. Italia dei valori ha sempre fatto della giustizia un terreno da difendere dalle incursioni della politica, sapendo che una giustizia meno efficiente ma amministrata da giudici imparziali è infinitamente meglio di una giustizia controllata dalla politica al comando. 

Perciò Italia dei valori sosterrà o migliorerà solo le misure di efficientamento ma si opporrà ad ogni intervento che depotenzia o declassa la magistratura da potere a ordine o che ne riduce l’indipendenza o che tende ad assoggettarla al potere politico di turno. E contrasterà ogni modifica della Costituzione che alteri il rapporto tra poteri dello Stato. Questo vale per la complessiva riforma civile, penale e soprattutto ordinamentale, compreso il CSM.

Quanto alla giustizia penale, approvata dal consiglio dei ministri dopo palesi contrasti e con sanguinosi strascichi, non ci soffermiamo sulle misure per l’efficientamento: sono un atto dovuto dal governo in carica e dal precedente con Bonafede ministro, evidentemente insufficiente. Voglio occuparmi qui solamente delle previsioni che destano maggiore criticità o sono del tutto inaccettabili alla luce dei principi fondamentali della Costituzione e dell’intero ordinamento. 

Si sapeva che il tema della prescrizione era incandescente, caricato com’era da valenze politiche generali. Parte del M5S con i fucili carichi stava a vedere come il governo Draghi e la ministra Cartabia avrebbero trattato la riforma Bonafede; ma senza considerare che questa, con il principio “fine processo mai” riferito a quelli che registravano una condanna in primo grado, avrebbe dovuto fare i conti con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, contro il quale andava a sbattere. D’altra parte, la riforma della riforma a firma Cartabia conteneva termini troppo brevi per i giudizi di appello e di cassazione dopo i quali far scattare la nuova “prescrizione processuale”, che estingue non il reato ma il processo. Era l’occasione per affrontare responsabilmente il nobile tema del confronto tra i due interessi in gioco, quello dello  Stato alla conclusione dei processi e quello di ogni individuo a che dopo un certo tempo non si parli più di lui (è il principio, già accolto nell’ordinamento giuridico sia pure in relazione alla cancellazione dei dati personali, del diritto all’oblio contenuto nell’art. 17 europeo del Regolamento 2016/679). Invece si è scatenato un poco apprezzabile conflitto, tutto e solo politico, che ha lasciato in ombra i veri e sostanziali aspetti del tema della prescrizione. Questa rappresenta la patologia del mancato funzionamento del processo in tempi giusti: il sistema non riesce a definire nel merito tutti i procedimenti e così una parte di essi si chiude con l’estinzione del reato dopo il decorso di un certo tempo. Ma c’è un fatto che nessuno dice: una rilevante parte dei dossier si chiude nel corso delle indagini preliminari, a cominciare da quelli che sono pervenuti a conoscenza degli inquirenti molto tempo dopo la commissione del reato (data dalla quale oggi decorrono i termini per la prescrizione). In questi casi questa non discende dall’inefficienza della giustizia ma dal poco tempo residuo a disposizione: se la “notitia criminis” su un fatto di corruzione arriva dopo otto anni dalla sua commissione ne restano solo due (con l’eventuale aggiunta di un quarto) per portarlo a compimento; cosa pressoché impossibile specie quando è complesso. Quindi, solo la casualità del tempo della conoscenza del fatto, e non l’efficienza della giustizia, determina la possibilità della sua conclusione o estinzione. 

Italia dei valori, invece, storicamente si batte per un’altra soluzione. Il problema sarebbe risolto alla radice se il termine per la prescrizione venisse fatto decorrere dalla data non della commissione del reato ma della sua conoscenza da parte dell’autorità. Ciò metterebbe tutti i processi alla pari e legherebbe di fatto la conclusione del procedimento o del processo all’efficienza del sistema giustizia. In tal senso presenteremo sub-emendamenti. Nella situazione data, se non venisse accolto questo semplice criterio, riteniamo che sarebbe stata ragionevole la durata di tre anni per il processo d’appello e di due anni per quello in cassazione ai fini dell’estinzione del processo per decorso del tempo, e non solo per alcuni reati tra i quali quelli contro la pubblica amministrazione: previsione, peraltro, di incerta costituzionalità perché pone differenze di trattamento di non sicura ragionevolezza. 

Ma bisogna anche dire che, non appena la riforma avrà fatto conseguire l’obiettivo della capacità di esaurimento di tutti i processi iscritti, il problema non avrà più rilievo se non in pochissimi casi, che non costituirebbero un fenomeno. 

Si può, però, rilevare che il ricorso alla prescrizione si ha quando i processi non possono essere smaltiti tutti; ma se entro un numero ragionevole di anni, con le riforme approvate, si va alla pari, il problema va a sgonfiarsi da solo. Denunciamo, quindi, il malvezzo di erigere muri ideologici e aprioristici su temi di tale importanza, e cioè non perdere e non far vincere, compresa la vita dello stesso governo.

Vediamo almeno altri due punti critici o inaccettabili. Il primo è la devoluzione al Parlamento dei criteri direttivi dell’esercizio dell’azione penale. Il secondo e costituito dalla nuova disciplina del processo di appello, che lo rende difficilmente accessibile o che gli sottrae numerosi poteri. 

Su questi punti, per noi ancora più gravi del tema della prescrizione, ritorneremo per rendere la comunità politica consapevole dei rischi sistemici che si produrrebbero. 

Avvertiamo anche fin d’ora, anche se ci ritorneremo sopra, che ci opporremo a qualunque modifica della Costituzione in materia di ordinamento della magistratura, palese o surrettizia. Italia dei valori difende le prerogative della magistratura come garanzia per i cittadini e non come privilegio dei magistrati. Anche noi siamo preoccupati delle deviazioni e desideriamo che vi si ponga rimedio; ma questo si può e si deve fare nell’ambito della legge ordinaria e dei rimedi ordinari e non con modifiche costituzionali, nelle quali si inserirebbero disegni sconvolgenti. In particolare, ci opporremo alla separazione delle carriere, che sarebbe foriera di gravi danni invece che di benefici.

In definitiva, nel Parlamento vigileremo perché la giustizia sia riformata per farla funzionare meglio e non per depotenziarla e assoggettarla al controllo politico. 

Per queste ragioni denunciamo anche la logica perversa dei referendum radical-leghisti sulla giustizia che portano i temi fuori dalla dialettica del parlamento e del governo, depotenziano i poteri dei magistrati, li intimidiscono invitandoli al conformismo e aizzano il popolo contro i suoi giudici, compiendo così un’ignobile operazione.

 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia