• Dom. Set 19th, 2021

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Tra gli italiani di Londra il biglietto per la finale di Wembley vale come l’oro. Le pagine social dei nostri expat sono piene di persone che cercano disperatamente di acquistare un lasciapassare per l’ultimo atto dell’Europeo, che avrà luogo poche ore dopo la finale di Wimbledon che vedrà impegnato per la prima volta un italiano, Matteo Berrettini.

La Uefa ha venduto pochi biglietti agli italiani residenti a Londra, che hanno raccontato di essersi collegati al portale in fretta e furia dopo avere ricevuto una mail dagli organizzatori. Nel giro di pochi minuti, i tagliandi sono andati a ruba. I più svelti che sono riusciti ad acquistare quattro biglietti – questo era il massimo consentito dalla Uefa – li hanno distribuiti agli amici più stretti, guadagnando la loro eterna gratitudine. La Figc ha riservato mille posti per i tifosi provenienti dall’Italia, mentre la parte restante del pubblico azzurro verrà rappresentato dagli expat. Tuttavia, la Uefa non è riuscita a quantificare il numero di tifosi italiani che saranno presenti a Wembley.

Gran parte degli italiani d’Oltremanica non guarderanno la partita né allo stadio né al pub, dove si rischia di essere circondati e messi in minoranza dalla tifoseria inglese. Dunque molti di loro troveranno rifugio nei bar e ristoranti italiani, dove si può tranquillamente esibire il tricolore e cantare l’inno senza timore di essere zittiti. Uno dei luoghi di riferimento degli italiani di Londra è la trattoria napoletana Da Maria nel quartiere trendy di Notting Hill, che è gestito dalla signora Maria e da suo marito Pasquale Ruocco, trasferitosi a Londra nel 1975, quando ancora non veniva trasmessa la Rai in Gran Bretagna e, racconta con amarezza, “eravamo costretti a seguire l’Italia con la telecronaca in inglese”. Il luogo è un santuario del tifo partenopeo – le pareti sono tappezzate di magliette azzurre vintage e fotografie con i campioni del Napoli di diverse epoche, da Maradona a Mertens – ma quando gioca l’Italia i gestori del locale mettono da parte il campanilismo. 

Pasquale si aspetta il pienone per la gara di domenica, e ha dovuto sistemare alcuni tavolini e un maxischermo all’esterno per smaltire le tante richieste di prenotazione. “Saranno tutti italiani a parte un gruppo di otto scozzesi, che sono già venuti per le altre partite e ovviamente faranno il tifo per noi”, spiega Pasquale, che tira fuori uno smartphone con la foto della prima pagina del quotidiano scozzese e filo-indipendentista The National, che ritrae Roberto Mancini in versione Braveheart e lo sprona a battere i cugini inglesi. 

Durante la nostra chiacchierata, irrompono nel locale vari tifosi italiani che domandano: siete pronti per domenica sera? Una signora romana entra in compagnia della figlia nata e cresciuta in Gran Bretagna che, ci racconta, “tiferà al 50 per cento l’Italia e al 50 per cento l’Inghilterra”. Londra è la capitale degli italiani all’estero. Stando ai dati più recenti, 441.837 italiani sono iscritti all’AIRE nel Regno Unito, ma il numero effettivo dei residenti è assai maggiore dato che circa 552 mila connazionali hanno fatto domanda all’EU Settlement Scheme, che riconosce ai cittadini europei il diritto di continuare a vivere Oltremanica dopo la Brexit. 

I veterani italiani a Londra anni raccontano che l’immigrazione dal Belpaese è cambiata molto negli ultimi decenni. Negli anni Sessanta e Settanta i nostri expat svolgevano delle professioni umili: camerieri, muratori, gelatai. Questo era il contesto in cui l’Italia espugnò Wembley per la prima volta nel 1973 grazie al gol di Fabio Capello, che dedicò la vittoria ai ventimila camerieri italiani che lavoravano in Inghilterra. All’epoca la Gran Bretagna era un luogo straniero e poco accogliente, distante anni luce dal paese cosmopolita e multikulti di oggi. La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, che si è trasferita dalla Sicilia a Cambridge per imparare l’inglese nel 1963 e ha trascorso gran parte degli anni successivi in Gran Bretagna, ci racconta che al tempo i negozi non vendevano l’olio di oliva e il parmigiano e l’unica pasta che si trovava erano i “macaroni” (così gli inglesi pronunciavamo i maccheroni). 

Ripensando agli anni Sessanta, Agnello Hornby ci spiega che il pregiudizio inglese nei confronti degli immigrati, che non è mai del tutto scomparso, era molto più forte rispetto a oggi. “La mia padrona di casa fece una scenata quando seppe che mi sarei fidanzata con quello che sarebbe poi diventato mio marito. Disse: ‘I nostri ragazzi di Cambridge non devono accasarsi con una straniera. Possono divertirsi con voi, ma poi devono sposare una connazionale’. Da lì ho capito che gli inglesi ti accolgono con cortesia e buona educazione, ma se cerchi di rimanere o di inserirti si tirano indietro. Ciò che trovo più triste è la tendenza degli italiani, particolarmente diffusa tra gli uomini, di atteggiarsi ancora oggi come gli inglesi e imitare i loro comportamenti per essere accettati dalla società. Lo trovo un segno di inferiorità”. 

Col passare del tempo, molti immigrati della prima ora hanno avuto fortuna in Gran Bretagna e, in particolare negli ultimi decenni, migliaia di italiani laureati si sono trasferiti Oltremanica in cerca di lavori qualificati. Ciononostante, l’atteggiamento altezzoso e supponente degli inglesi è stato duro a morire, anche nel calcio. Una buona parte dell’opinione pubblica inglese già pensa a come festeggiare la vittoria dell’Europeo – arrivando a proporre la creazione di una nuova giornata di festa nazionale – come se non ci fosse di mezzo una finale altamente incerta. 

Questo atteggiamento si verifica in ogni torneo internazionale, come ci racconta Aaron Rutigliano, il proprietario del ristorante Gola nel quartiere di Fulham, che è molto frequentato dai calciatori della Premier League e dal jet set londinese. Nel 2012, durante i quarti di finale dell’Euro tra Italia e Inghilterra, una tavolata di inglesi gli ha proposto una scommessa: se vince l’Inghilterra siamo ospiti tuoi ma se vince l’Italia puoi raddoppiare il conto. Una volta accettata la scommessa, i clienti hanno iniziato a ordinare i vini più pregiati e gli spumanti più costosi contando sul fatto che sarebbero passati loro. 

Ovviamente non è andata così – il cucchiaio di Pirlo ai calci di rigore ha condannato i Three Lions all’ennesima delusione – e la tavolata ha dovuto pagare un conto da 18 mila sterline. All’indomani, quando gli inglesi sono tornati al locale per ritirare alcuni bagagli, il ristoratore ha offerto a ognuno di loro un caffè espresso con il cucchiaino piegato. “Quel giorno hanno imparato a loro malgrado cosa significa ‘fare il cucchiaio’ in Italia’”, racconta oggi Aaron facendosi quattro risate e augurandosi che la finale di stasera sera riservi lo stesso finale. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia