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A Cannes “Flag Day”. Sean Penn recluta i figli per un film da sbadigli

CANNES, FRANCE - JULY 10: (EDITORS NOTE: Image has been converted to black and white.) (L-R) Jadyn Rylee, Dylan Penn, Sean Penn, Katheryn Winnick and Beckam Crawford attend the

Sean Penn, Dylan Penn, Hopper Jack Penn: il cast di “Flag Day” è un album di famiglia. Penn dirige se stesso, la figlia e il figlio suoi e di Robin Wright in una piatta rimasticatura delle storie di loser, di fallito senza redenzione, che ama tanto interpretare. Il romanzo autobiografico alla base del film, “Flim-Flam  Man- The True Story of my Father’s Counterfeit Life”, di Jennifer Vogel, offrirebbe zero spunti di interesse se non fosse, con evidenza, il pretesto per mettere a fuoco certi grumi irrisolti delle vere dinamiche familiari di casa.

Va detto che Penn si ritaglia un ruolo da ‘spalla’ per illuminare d’immenso la ragazza Dylan, molto carina, anche brava, ma un aiutino di papà per la carriera non guasta mai. Gli aiutini difettano invece nelle gesta dell’inaffidabile genitore del film, che pianta in asso moglie e prole per inseguire business fumosi e collezionare debiti insolvibili, fino a finire in galera per una maldestra rapina in banca. John Vogel è un bugiardo seriale e un megalomane sciagurato, persuaso – dice la madre – che il ‘giorno della bandiera’, il Flag Day del 14 giugno, festeggi il suo compleanno. Ma è “un principe” agli occhi dei figli bambini.

Certe memorie di formazione sono da brividi. Come quando in auto, di notte, piazza Jennifer undicenne al volante e si addormenta sereno. Coprendo un arco di tempo che va dal 1975 al 1992, il film ti costringe a seguire il poco interessante riscatto della figliola, che riesce a studiare e a diventare giornalista a dispetto di una madre alcolista e di un patrigno stupratore. Ma il suo è anche un viaggio di scoperta della vocazione autodistruttiva del padre.

È una dinamica padre-figlia da frusto clichè pseudo-indy, come stravista è la palette, da euforico a patetico, con cui Penn-attore sfrutta ogni solco del suo patrimonio di rughe. Ma soprattutto l’abuso di ralenti, di domestici filmini sgranati e di interminabili parentesi solo-musica-e-immagini è una zavorra soporifera. Muggiti in sala, alle proiezioni stampa, ma secondo “Variety”, tanto per dire, è ‘il più potente’ tra i sei film di Penn. Se pensiamo che ha diretto gioielli come “Into the Wild” e “La Promessa”…

Non basta una smagliante colonna sonora per spremere emozioni da un film, ma basta saper catturare lampi di verità umana, con poverissimi mezzi, per colpire al cuore. Come fa il finlandese Juho Kuosmanen con il suo ”Hytti n.6”( Compartimento n.6), agli antipodi del film di Penn. In viaggio da Mosca a Murmansk su un treno scassato, una studentessa di archeologia e un minatore russo chiuso e aggressivo dividono uno scompartimento di seconda classe. Nulla accade di memorabile, ma i rispettivi dolori si sfiorano e trovano sfogo. Ho provato a immaginare, senza riuscirci, i nostri attori ‘da cartellone’nei panni di Laura ( Seidi Haarla ) e di Ljoha ( Jurij Borisov ). Forse, per dire qualcosa di nuovo, bisogna riconquistare quella ‘fame di libertà’ che in “Flag Day”esiste solo a parole.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia