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Wimbledon, quel che Berrettini ci ha già detto (e che molti non hanno saputo capire)

FILE PHOTO (EDITORS NOTE: COMPOSITE OF IMAGES - Image numbers 1327830074, 1327856485 - GRADIENT ADDED) In this composite image a comparison has been made between Matteo Berrettini of Italy (L) and Novak Djokovic of Serbia. They will meet in Men’s Single’s Final of The Championships - Wimbledon 2021 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 11,2021 in London, England. ***LEFT IMAGE*** LONDON, ENGLAND - JULY 09: Matteo Berrettini of Italy celebrates match point in his Men's Singles Semi-Final match against Hubert Hurkacz of Poland during Day Eleven of The Championships - Wimbledon 2021 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 09, 2021 in London, England. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images) ***RIGHT IMAGE*** LONDON, ENGLAND - JULY 09: Novak Djokovic of Serbia celebrates breaking serve in his Men's Singles Semi-Final match against Denis Shapovalov of Canada during Day Eleven of The Championships - Wimbledon 2021 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 09, 2021 in London, England. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

C’è da chiedersi dove guardassero – prima di ieri – i giornalisti italiani che ora fanno a gara a trovare gli aggettivi più tonitruanti per descrivere le imprese di Matteo Berrettini. I più onesti ammettono d’essere stati strabici o almeno disattenti: “Eravamo impegnati a non perderci ogni plissé di Jannik Sinner ed ecco che spunta questo romano cinque anni più vecchio”, mi dice stupito il vicedirettore di un quotidiano che non citerò per carità di patria. Usa proprio il verbo “spuntare”, quasi che nessuno finora desse credito a Matteo, considerandolo poco più di un fenomeno passeggero che i ragazzini terribili del tennis italiano, il sudtirolese e il carrarino Lorenzo Musetti, avrebbero spazzato presto via, rottamato come le cariatidi postcomuniste nelle intenzioni esplicite di Matteo Renzi.

Chi come me segue il tennis per trecento giorni l’anno ha, ovviamente, una percezione diversa, che deriva dalla conoscenza dei fatti e dei numeri. Anzitutto, Matteo Berrettini è maturato lentamente e, grazie a questo, si è evitato l’attenzione spasmodica del grande pubblico che gratifica e, insieme, maciulla. Non ha registrato exploit a livello giovanile (il pari età Gianluigi Quinzi, trionfatore nel torneo junior  di Wimbledon nel 2012, ha annunciato il ritiro dal circuito ATP la scorsa settimana), né ha scalato da teenager le classifiche mondiali. Ha invece lavorato, soprattutto a livello Challenger (la serie B del tennis professionistico), per migliorare i fondamentali, potenziando ulteriormente il servizio e rendendo meno fragile il rovescio. La sua progressione nel ranking ATP (per omogeneità considero la posizione di Berrettini a metà di luglio di ogni anno) fornisce chiari elementi di giudizio: numero 648 nel 2016 quando ha vent’anni, 236 nel 2017, 81 nel 2018, 20 nel 2019, 8 nel 2020, 8 oggi. Il suo coach è da sempre Vincenzo Santopadre, già tennista di qualità in una famiglia di ristoratori romani di qualità, numero 100 al mondo nel maggio 1999, buon doppista ed eccellente motivatore. È lui che ha ispirato e in parte programmato, insieme allo staff, il profilo sia sportivo, sia pubblico di Matteo, improntati all’understatement perfino quando si fidanza con una delle più affascinanti colleghe, la croato-australiana Ajla Tomlianovic, all’educazione dentro e fuori il campo, all’ottimismo anche se gli infortuni fanno temere pause tanto lunghe da compromettere la carriera del ragazzo. L’ultimo in ordine di tempo, un serio strappo agli addominali, ha fermato il suo percorso nello slam australiano d’inizio anno, impedendogli di scendere in campo contro Stefanos Tsitsipas negli ottavi di finale e poi di partecipare ai primi tornei primaverili. Tre mesi dopo, invece, Matteo approda alla sua prima finale in un Masters 1000 a Madrid, battuto da Alexander Zverev.

I risultati, appunto. Dal 2018 ha alzato la coppa nei Masters 250 di Gstaad, Budapest, Stoccarda e Belgrado. Tre settimane fa ha trionfato sull’erba del Queen’s Club, il più importante torneo sull’erba prima, temporalmente, dei Championships di Church Road (è un ATP 500). Oltre che nella finale dell’Open di Spagna il maggio scorso, Matteo ha perso una sola altra volta, nel 250 di Monaco di Baviera due anni fa. In più, nel 2019 è stato semifinalista agli Us Open. Un palmares così non ha tanti paragoni nel circuito, tant’è che da quasi due anni è costantemente un Top Ten.

Cosa si pretendeva di più da Berrettini per considerarlo il più vincente tennista italiano dai tempi di Panatta? Perché accorgersene solo dopo la straordinaria campagna d’Inghilterra che si concluderà con la finale di domenica a Londra contro il numero 1 ATP Novak Djokovic?

Se la vicenda sportiva e umana di Matteo ha dunque molto da insegnarci (in particolare, che il lavoro serio e senza condizionamenti paga), anche sui piani organizzativo e mediatico si possono trarre utili indicazioni. Da quando la Federazione Italiana Tennis ha messo a punto la strategia della stretta collaborazione tra pubblico e privato (c’è uno specifico programma di aiuti tecnici ed economici per gli over 18), i nostri ragazzi migliori possono crescere con maggiore serenità, con i coach federali come Umberto Rianna che hanno un ruolo di primo piano nella loro preparazione “a domicilio”; se i media non mettono troppa pressione, non si rischia di creare aspettative che, quando non mantenute in fretta, si trasformano in difficoltà psicologiche strutturali. Insomma, la Berrettini story ci dice che è il lavoro di squadra a creare situazioni dove i campioni potenziali diventano reali. Sono convinto, peraltro, che questo valga nella maggioranza degli sport e dei casi della vita, non solo quando si gareggia davanti a un pubblico pagante.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia