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Pm imparziali? Ormai non ci crede più nessuno…

DiRed Viper News Manager

Giu 22, 2021

Paura del referendum. “Reagire” per paura di dare la parola ai cittadini. Proprio come un tempo si esortava a “resistere” sulla linea del Piave per paura nei confronti delle riforme di un governo non amico. La democrazia è come una scossa elettrica, a volte. Se il sindacalista dottor Giuseppe Santalucia, capo della casta togata più potente, teme che il referendum del Partito radicale e della Lega possa istigare gli elettori a impugnare la matita rossoblù e dare il voto alla magistratura, allora può rilassarsi. La smetta di difendersi “dal” processo. Eventualmente, se si sente giudicato insieme ai suoi colleghi, si difenda “nel” processo.

Ma si rilassi, perché sull’amministrazione della giustizia gli italiani hanno già le idee piuttosto chiare, senza bisogno di un ulteriore referendum, dopo le decine di sondaggi da cui emerge che almeno i due terzi degli intervistati con crede nell’imparzialità dei magistrati. E la fiducia nelle toghe, persino in tanti che votano Movimento cinque stelle, è in caduta verticale. Diciamo che quello del referendum non sarà un processo indiziario, ormai sono state raccolte numerose prove. Del resto, per capire che “c’è del marcio in Danimarca”, anche senza metter mano ai sondaggi o aver letto il libro di Sallusti e Palamara, basterebbe esaminare la documentazione che nei giorni scorsi il Ministero di giustizia ha inviato al Parlamento sulle ingiuste detenzioni. E subito dopo esaminare la giurisprudenza della Commissione disciplinare del Csm, per vedere se e in che misura i magistrati vengono sanzionati per i loro, chiamiamoli così, “errori”.

Prima domanda: è uno Stato di diritto quello in cui solo nel 2020 lo Stato ha dovuto pagare 37 milioni di euro per risarcire 750 casi di ingiusta detenzione, sia per le assoluzioni, ma anche per la tortura della custodia cautelare? I casi più frequenti riguardano i tribunali delle città del sud: Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, Bari. E non è perché da quelle parti i magistrati siano più incapaci. Temiamo che il problema sia un altro. Che riguarda l’uso spesso improprio dei reati associativi, in particolare dell’aggravante mafiosa, comodo grimaldello per poter arrestare e intercettare. Ma che spesso è destinata a cadere già al primo esame del gip o del tribunale del riesame e poi della cassazione. Troppo spesso i procuratori hanno l’abitudine in certe zone d’Italia di guardare tutto con le lenti di una certa visione ideologica, quella che fa confondere fenomeni sociali con criminali, o reati “comuni” con l’attività dei boss. Del resto, a che cosa servirebbero le pompose conferenze stampa allestite dopo gli arresti, se non per comunicare di aver sgominato qualche potente cosca mafiosa che esiste solo nella mente di chi ha organizzato il blitz?

Ma è impellente, a questo punto, la seconda domanda: è uno Stato di diritto quello in cui, a fronte di questa valanga di rimborsi dovuti a coloro che hanno patito il carcere ingiustamente, nessuno (o quasi) paga per gli errori fatti? E teniamo presente che stiamo parlando solo di detenzione ingiusta. Considerando che, come diceva Calamandrei, già il processo è qualcosa di violento da subire, anche senza passare per il carcere, per tutte le migliaia di cittadini trascinati in un’aula di tribunale anche quando era da subito evidente che l’imputazione era quanto meno temeraria, c’è qualcuno che paga? Qualcuno che viene processato e giudicato?

Vediamo, nella stessa relazione del Ministero, i dati sulle responsabilità disciplinari dei magistrati non solo del 2020, lo stesso anno in cui dobbiamo risarcire con 37 milioni di euro i cittadini indebitamente tradotti in ceppi da chi non doveva, ma addirittura dell’ultimo triennio. Tra il 2018, il 2019 e il 2020 la giustizia deve aver funzionato in modo meraviglioso in Italia, dal momento che le azioni disciplinari promosse nei confronti delle toghe sono state in tutto 61 (57 su iniziativa del ministro guardasigilli, 4 del pg della Cassazione). Considerando che dei 61, 25 procedimenti sono ancora in corso (non tutti sono veloci come quello nei confronti di Luca Palamara), su 17 si è già stabilito di non doversi procedere, 12 sono state le assoluzioni e 4 le censure. Non c’è bisogno di una laurea in matematica, per vedere il nulla sanzionatorio da parte delle toghe del Csm nei confronti dei propri colleghi. La sentenza è: nessun colpevole, il magistrato non sbaglia mai. Neanche quando si accanisce, e ne abbiamo visti tanti.

Non avevano forse ragione i padri costituenti quando avevano ipotizzato, nei primi atti, di comporre il Consiglio superiore di un numero pari di togati e di laici, attribuendo a questi ultimi, con l’aggiunta del Presidente della repubblica, la maggioranza? Una bestemmia, ovvio. Ma potrebbe pensarci la ministra Cartabia, dopo aver sostituito il capo della commissione che se ne sta occupando, ovviamente. Sarebbe una buona riforma del Csm, questa, senza tanto arzigogolare sui sistemi elettorali. Ma la vera bestemmia è il concetto di “autogoverno” della magistratura, un potere che, come ricorda (in un’intervista al Giornale) il presidente emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese, la Legge delle Leggi non ha mai attribuito all’ordine giudiziario e che non va confuso con l’indipendenza.

La paura di qualunque forma di cambiamento dell’ordinamento giudiziario, senza arrivare ai toni ultimativi da capopopolo del presidente del sindacato unico dei magistrati, era stata espressa, da quando era apparso all’orizzonte il referendum, anche da toghe (o ex) più autorevoli, e con toni più eleganti. Come l’ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati (sul Foglio) o l’attuale presidente della corte d’appello di Brescia, Claudio Castelli (su Domani), ambedue di Magistratura democratica. C’è uno dei referendum che sta loro particolarmente a cuore, quello (secondo me troppo timido) della separazione delle carriere tra il giudice e il rappresentante dell’accusa. La loro contrarietà usa argomenti apparentemente sofisticati, ma un po’ troppo furbetti e poco degni della loro autorevolezza. Il pm separato dal giudice, dicono in sintesi, diventerebbe un personaggio pericoloso, una specie di superpoliziotto che perderebbe dal suo dna la “cultura della giurisdizione”, quella che gli impone di trovare anche le prove a favore dell’imputato. Ora io sfido i due illustri magistrati, e tutti i loro colleghi ormai collaboratori fissi di quotidiani (Pignatone, Davigo, Caselli) a scrivere un bell’articolo ricco di casi in cui ciò è accaduto e in cui il pm si è speso per portare in giudizio le prove in favore dell’imputato. Io ne ricordo solo uno, un caso piuttosto clamoroso quanto assurdo capitato a Milano, su cui conviene stendere un velo pietoso perché sembrava più che altro un caso di sintonia politica tra accusato e accusatore. Credo che i milanesi Bruti e Castelli non lo ignorino.

Del resto, cari magistrati, per stare sulla cronaca, vogliamo parlare del processo Eni dopo che due pubblici ministeri, quelli con la cultura della giurisdizione, sono indagati per averle nascoste, le famose prove che avrebbero potuto scagionare gli imputati? O preferiamo sbirciare dal buco della serratura e ricordare le registrazioni del trojan sul telefono di Palamara in cui si diceva per esempio che Salvini aveva ragione ma che bisognava attaccarlo? Cultura della giurisdizione le conferenze stampa dopo i blitz o la convocazione del premier Berlusconi a mezzo stampa mentre presiedeva un convegno internazionale sulla criminalità? Convocazione tanto urgente per un reato da cui sarà assolto? Cultura delle giurisdizione –per restare su fatti più recenti- indagare il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, nome forte per la conferenza stampa, per associazione mafiosa per aver partecipato a un pranzo di cui non c’è neanche uno straccio di intercettazione a supportare l’ipotesi accusatoria? E che poi viene stralciato, quando le luci delle telecamere sono ormai spente, dalla stessa Procura?

Tutto questo si chiama potere, e non c’entra niente con la cultura della giurisdizione e neanche con il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Che è una finzione e lo sanno i magistrati per primi. Luca Palamara ha spiegato che lui e i suoi colleghi brigavano per le carriere. Quel che c’è da chiedersi è se lo spintonarsi l’un l’altro per occupare i posti di vertice, soprattutto delle Procure, fosse solo un fatto di ambizione professionale o se non fosse qualcosa di peggio, di molto più grave, finalizzato al controllo dell’intera società, a partire da quella politica, attraverso l’uso della giurisdizione. L’uso politico della giustizia. Per questo il referendum fa paura. Perché il suo esito, come lo fu quello successivo all’arresto di Enzo Tortora, comporta davvero un giudizio dei cittadini sulla magistratura. Per questo il suo sindacato vuole “reagire”. Vuole difendersi “dal” processo, invece che “nel” processo. Come spesso le toghe hanno rimproverato ai politici.

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