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“The dissident” e il silenzio internazionale sull’atroce assassinio di Jamal Khashoggi

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Ho visto nella trasmissione “Atlantide” su La 7 il coraggioso documentario “Il dissidente”, e sono rimasto sbalordito. Sbalordito dalla ferocia persino gratuita, nella sua dismisura, con cui gli assassini sauditi hanno massacrato Jamal Khashoggi nel chiuso della stanza delle torture del consolato di Riad in Turchia. Sbalordito dalla forza ricattatoria dell’Arabia Saudita che negli ultimi anni ha suggerito ai grandi network internazionali di non trasmettere questo formidabile documentario. Sbalordito che persino Jeff Bezos, il potente padrone del “Washington Post” sul quale scriveva il giornalista Khashoggi, alla fine abbia deciso di non premere sul pedale della denuncia internazionale. Sbalordito per l’ignoranza, la superficialità, il cinismo con cui la politica italiana, e con il regime saudita inutile far nomi già abbastanza noti, ha dimostrato e continua a dimostrare un’accondiscendenza anche un po’ indecente con regimi che violano così platealmente i diritti umani fondamentali: non solo l’Arabia Saudita, ovviamente, se si vuole ampliare lo sguardo critico da Pechino a Teheran, da Damasco a Minsk.

C’è una documentazione inoppugnabile che fa da spina dorsale narrativa al racconto “The Dissident” diretto dal premio Oscar Bryan Fogel e distribuito in Italia da Lucky Red. Ascoltare cosa si sono detti i sicari che hanno ucciso Khashoggi e poi lo hanno fatto a pezzi (con un carnefice che si lamentava per non poter agire con più comodità se il corpo fosse stato appeso ai ganci, come si usa dai macellai), inoltrarsi nel mare di menzogne con cui il regime saudita ha occultato l’assassinio di un dissidente nelle stanze di un consolato all’estero è un’esperienza sconvolgente che ci fa capire fino a quali vette di atrocità una tirannia possa ispirare la sua condotta. A chi minimizza e straparla di “Rinascimento” saudita si potrà dire: guardati “The dissident”, e vergognati.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia