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Sagrantino, il calice ribelle che ha dentro la forza del rock

DiRed Viper News Manager

Giu 21, 2021

Pensate a una canzone dei Deep Purple o dei Led Zeppelin, degli Ac/Dc o degli Aerosmith, dei Van Halen o dei Guns N’ Roses. Rock bello duro, nato tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, caratterizzato da sonorità aggressive, strumenti fortemente amplificati, ritmo incalzante e ripetitivo. Il suono distorto della chitarra elettrica, i riff incalzanti, gli assolo melodici, lo stile vocale hard. E poi aprite una bottiglia di Montefalco Sagrantino, la Docg più rappresentativa dell’Umbria, e bevetene un sorso: scoprirete probabilmente più di una assonanza tra quella musica e uno dei vini rossi più potenti del mondo. Strano davvero, per una regione come l’Umbria, una terra che ispira dolcezza e tranquillità. Ma il Sagrantino è questo: un’uva difficile da domare, un concentrato di tannini, un vino che parte duro, con una frequente impronta ‘dark’.

“Il Sagrantino è rock!”. Ne è convinto Giampaolo Farchioni, giovane titolare della cantina Terre de la Custodia con sede a Gualdo Cattaneo, in provincia di Perugia. Per introdurre una verticale storica del Montefalco Sagrantino aziendale – svoltasi nella sala degustazione della cantina, nel quadro dell’Anteprima 2021 del Montefalco Sagrantino – Giampaolo parte dall’ascolto di Thunderstruck, un brano degli Ac/Dc. Un titolo che si traduce “folgorato”. E la canzone è davvero un concentrato di tuoni e fulmini. Tanto, tanto rock. D’altra parte, il Sagrantino, questo tipico vitigno umbro, vanta il record assoluto di concentrazione di tannini nel mondo, insieme al Tannat francese. Ecco perché la metafora del rock appare così azzeccata.

L’Anteprima per la stampa organizzata dal Consorzio tutela vini di Montefalco, svoltasi dal 7 al 9 giugno scorso, ha messo al centro delle degustazioni l’annata 2017: una delle più siccitose della storia, caratterizzata da una gelata primaverile e da un’estate asciutta e torrida che ha anticipato la maturazione delle uve. Come racconta Filippo Antonelli, presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco, «il 2017 è iniziato con un inverno molto asciutto, mentre luglio e agosto sono stati molto caldi. Anche il 2003 si caratterizzò per un’estate torrida. Ma in quasi quindici anni di esperienza in vigna siamo diventati molto più attenti e il risultato nel bicchiere credo sia di molto superiore al 2003». Annate come questa, continua, «servono per offrire vini godibili da giovani, diversamente da altre annate in cui il vino necessita di un tempo maggiore per esprimersi al meglio».

Dai circa 70 assaggi di prodotti non ancora sul mercato (ci sono anche alcuni campioni di botte), emergono vini già pronti, dotati di equilibrio e piacevolezza, pur dovendo fare i conti con un vitigno segnato da potenza e calore. Diversamente da altre annate, quando l’impatto dei tannini acidi rendeva spesso il sorso ostile, i vini sono adesso più accessibili e leggibili, nonché piacevoli da bere, anche subito. Tra gli assaggi migliori meritano una citazione, tra gli altri, i vini di Arnaldo Caprai, Romanelli, Moretti, Agricola Mevante, Terre de la Custodia, Montioni, Adanti, Fattoria Colleallodole, Tabarrini, Antonelli. In generale, i produttori riescono sempre meglio a domare le asperità di un vitigno scontroso che ha comunque bisogno di evolvere in bottiglia (anche per 10 e più anni). Ma che fa la sua bella figura sulla tavola quando accompagna carni di manzo, di maiale e di selvaggina particolarmente succulente.

La metafora rock ritorna valida per suggerire una ripartizione dei caratteri identitari delle cantine. Alcune aziende, infatti, suonano un rock più “classico” e “convenzionale”: i vini sono equilibrati e riconoscibili, i tannini sono gestiti sapientemente e tutto ciò che gira intorno ai tannini, dall’acidità all’alcol, aumenta la piacevolezza del sorso. Altre cantine si orientano sempre più sul “country” rock scegliendo pratiche agronomiche biologiche con qualche sperimentazione tecnica che, in alcuni casi, conduce a quelle versioni più “wild” che sono nelle potenzialità del vitigno. Infine, alcuni produttori, alla ricerca di versioni più “melodiche” o “romantiche” del rock di partenza, ricorrono all’aiuto delle botti per ammorbidire fin da subito le caratteriali intemperanze del Sagrantino.

In molti casi, gli assaggi raccontano vini risolti, capaci di raggiungere livelli di qualità importante e aziende ormai stabilmente collocate nella fascia più alta. In altri casi i prodotti sono meno riusciti. C’è ancora del cammino da fare per garantire una elevata qualità media – alcune cantine esprimono alti e bassi in cerca di identità e coerenza – ma il Sagrantino comincia a ritagliarsi uno spazio tutto suo, abbandonando il cliché tradizionale di un vino da bersi solo nella versione dolce del passito. Un successo sancito anche dai numeri. Cresce la superficie dei vigneti, dai 66 ettari del 1992 ai 760 del 2018. E cresce anche la produzione di bottiglie: erano 660mila nel 2000, sono triplicate oggi (un milione e mezzo quest’anno). Aggiunge Antonelli: «In 25 anni, il Sagrantino è molto cambiato.

All’inizio, nella fase della riscoperta dei vitigni autoctoni, le vigne erano molto giovani e noi produttori eravamo alle prese con un puledro di razza non domato. Oggi le vigne sono mature e noi siamo più esperti sia nei vigneti che nell’affinamento in cantina. Col risultato che il Sagrantino di oggi dà vita a vini molto più equilibrati ed eleganti». Da qualche tempo, inoltre, l’area di Montefalco non si esaurisce nel Sagrantino. Qui si coltiva anche il Sangiovese che è la base della doc Montefalco Rosso: vini notevoli che nulla hanno da invidiare a quelli più celebri della confinante Toscana. Montefalco, infine, è anche Grechetto e Trebbiano Spoletino, due vitigni di grande prospettiva: in questo distretto, famoso per i vini rossi, i vini bianchi promettono un grande futuro. Questo ventaglio di varietà vitivinicole unito all’incremento – sia qualitativo che quantitativo – dei flussi turistici, ben al di sopra delle aspettative, rende la piccola Umbria sempre più centrale e attrattiva.

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