• Mar. Ago 3rd, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Hate Speech e Free Speech. Il nuovo confronto tra destra e sinistra

19/03/2019 Roma, Camera, comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul Consiglio europeo e sul Documento di intesa tra il Governo italiano e il Governo della Repubblica popolare cinese. Nella foto con Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento

“Il linguaggio politico—ha scritto Claudia Bianchi in Hate Speech. Il lato oscuro del linguaggio (Ed. Laterza 2021)—è un elemento chiave nella creazione, mantenimento e rinforzo delle identità sociali, e di conseguenza anche delle asimmetrie e delle ingiustizie sociali”. Di qui l’interesse ventennale della filosofa del linguaggio, per l’hate speech― linguaggio di odio―ovvero per tutte le espressioni verbali che umiliano, cristallizzano le ineguaglianze, cancellano la dignità degli esseri umani collocati nei gradini più bassi della piramide sociale: gruppi etnici caratterizzati dal colore della pelle, ‘pecore nere’ che rifiutano l’integrazione, sessualmente anomali, seguaci di religioni  lontane dallo spirito occidentale. Almeno in Italia, la via è stata segnata  dal saggio del compianto  Flavio Baroncelli, Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del politically correct (Ed. Donzelli 1996) Per il filosofo morale, il politically correct nasceva come  diritto, rivendicato in America, dai gruppi sociali discriminati (i neri, le donne, i portatori di handicap, i gay) di   essere etichettati non secondo vecchi stereotipi—grondanti disprezzo ed emarginazione—ma in base all’autoidentificazione di ciascuno: in sostanza, il diritto di essere chiamati col nome che ci si è dati (ad es., gay) e non con quello che ci è stato imposto da altri (ad es., frocio). In polemica col Robert Hughes de La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto (Adelphi 2003), Baroncelli scriveva che “l’uso di certi termini serve anche a distinguersi, a darsi coraggio e vicenda, e a prendere, ogni volta che si usa un termine critico, una specie di microimpegno con se stesso”.

Chi viene definito ‘non vedente’ può trarre conforto dalla “circoscrizione della sua menomazione (non vede, ma per il resto è eguale agli altri): chiamarlo ‘cieco’ al contrario, significa inchiodarlo a un destino di permanente inabilità, segregarlo dalla società dei ’normali’. In realtà, come avrebbe rilevato Michela Nacci―recensendo, su ‘L’Occidentale’ del 9 dicembre 2007, Della democrazia in America, vista da sinistra.—il saggio Viaggio al termine degli Stati Uniti. Perché gli americani votano Bush e se ne vantano (Donzelli 2006), che potrebbe considerarsi la continuazione ideale de Il razzismo è una gaffe, la denuncia dell’hate speech era motivata da una critica da sinistra della democrazia americana. ”Nel Sud degli Stati Uniti, l’autore si imbatte in un idealtipo: quello dell’individualista anti-statalista e a cui stanno a cuore le libertà proprie (e assai meno quelle degli altri), profondamente razzista e maschilista, attaccato alla famiglia, alla tradizione, alle piccole patrie”.

A sfogliare l’imponente letteratura oggi disponibile sul politically correct in quanto rimedio all’hate speech, è diventato un topos il nesso tra la società chiusa, col suo culto delle idealità funzionali all’imperialismo del mercato (l’etica della famiglia tradizionale ,la religione come sublimazione di pulsioni egoistiche, la scuola come trasmissione di saperi e stereotipi rassicuranti) e il linguaggio scorretto ed emarginante. I nemici del privilegio, quanti non tollerano che i propri simili siano umiliati e offesi o perché vinti nello struggle of life o perché  non bianchi o perché nati nell’altra metà del cielo o perché gay, transgender etc. non possono non essere sensibili a una legislazione che restituisca all’onor del mondo i gruppi perseguitati, esclusi dal banchetto della vita che i progressi nella lotta contro la natura garantirebbero a tutti.

A un quarto di secolo dalla pubblicazione del primo libro di Baroncelli, però, le giuste esigenze di far valere la dignità di tutti i diversi discriminati, si sono tradotte in una messa sotto accusa delle istituzioni e delle culture che hanno portato a tali discriminazioni. I fustigatori dell’hate speech hanno sempre più legittimato un hate speech  in senso contrario ovvero l’odio contro i seminatori (veri o presunti) di odio . Mi sembra significativo quanto afferma Claudia Bianchi, in una recente intervista: ”Il fenomeno delle parole d’odio online tocca in modo particolare le donne, da sempre fatte bersaglio di epiteti violenti, che spesso rimandano alla prostituzione e segnalano il peso del controllo sociale sulla sessualità delle donne – nonché la sostanziale riduzione delle donne alla loro sessualità. Tali termini denigratori vengono però usati non solo per aggredire le donne dalla condotta sessuale considerata troppo disinibita, ma più in generale per stigmatizzare atteggiamenti e condotte non conformi alle norme di genere, prima fra tutte la partecipazione alla sfera pubblica. Per fare solo qualche esempio, la ex presidente della Camera Laura Boldrini, la scrittrice Michela Murgia, l’attivista Caroline Criado Perez |…| la classicista Mary Beard (“rea” di aver espresso opinioni favorevoli ai migranti in una trasmissione sulla BBC) sono state tutte vittime di minacce di morte e di stupro – volte non tanto a condannare le loro opinioni quanto a delegittimare la loro presenza attiva nello spazio pubblico”. E’ fin troppo facile constatare che gli hate speech rivolti a leader politici o a esponenti di culture diverse da quella della Bianchi per lei non fanno testo: le minacce solo verbali delle sardine a Matteo Salvini (‘A Piazzale Loreto c’è ancora un posto!’) non stanno sullo stesso piano  di ‘sporco negro tornatene a casa!’.

Come ha scritto Luca Ricolfi in un memorabile commento― Hate Speech ,’Il ’Messaggero del 2 novembre 2019—del testo istitutivo della Commissione Liliana Segre:” Siamo di fronte a un testo le cui sacrosante e condivisibili intenzioni, combattere l’odio e l’istigazione alla violenza, convivono con due limiti che, almeno nella tradizione liberale, appaiono difficili da accettare. Il primo è la completa mancanza di consapevolezza di quanto delicato sia l’equilibrio fra il diritto a non essere insultati e offesi, e il diritto alla libera manifestazione delle opinioni, specie in campo politico. Il secondo limite è l’incapacità di vedere che, ove si decida di percorrere la rischiosa strada di tutto monitorare, controllare, sorvegliare e punire, anche nei casi in cui l’aggressività è confinata al piano verbale, allora occorre essere veramente neutrali, imparziali, universali: il diritto della Boldrini di non subire una campagna d’odio sul web vale quanto l’analogo diritto di Salvini, che di insulti – presumibilmente – ne riceve anche di più, e di assai più organizzati. Qualcuno ha dimenticato la copertina dell’Espresso (Uomini e no) in cui il leader della Lega veniva presentato come un non-uomo? Se è impossibile, nell’era di internet, impedire a legioni di imbecilli frustrati di sfogare il loro odio e le loro antipatie sul web, potremmo almeno cercare, come sistema dei media, di accordare a tutti il diritto di essere trattati come esseri umani”.

Le ’sacrosante e condivisibili intenzioni’ da trent’anni a questa parte si sono tradotte in una crociata illuministica che ha rimesso in questione le fondamenta stesse della civiltà occidentale. Come documenta un’ampia  saggistica, il punto di approdo della lotta alla discriminazione sembra essere la cancel culture con la relativa iconoclastia di cui fanno le spese statue, monumenti cimeli che ricordano i costruttori dell’Occidente, bollati come razzisti maschilisti, suprematisti bianchi. Autori come Mathieu Bock-Coté―L’empire du politiquement correctEssai sur la respectabilité médiatique, Les Editions du Cerf  2019―,Eugenio Capozzi―Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Ed. Marsilio, Venezia 2018―Michael Kent Curtis―Free Speech, ’The People’s Darling Privilege, Duke U.P. 2000―, Jonathan Friedman―Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, Meltemi 2018―,Nigel Warburton―Libertà di parola. Una breve introduzione, Raffaele Cortina, Milano 2013― hanno raccontato e analizzato fenomeni inquietanti che mostrano come il politically correct stia divenendo la neolingua orwelliana che minaccia una delle conquiste più preziose della civiltà euro-atlantica, la libertà di parola, il free speech. Non meraviglia che “150 intellettuali in gran parte liberal, tra cui Noam Chomsky, Salman Rushdie, Michael Walzer, Kamel Daud, Margatet Atwood, Ian Buruma, Martin Amis” abbiano firmato in America “ un appello pubblicato da ’Harper’s contro il ’clima di intolleranza che cova dentro la democrazia, indebolendo la tolleranza per le differenze di pensiero e rendendo più difficile un vero dibattito”. La vecchia sinistra ne prende atto ma seguita—con Francesca Rigotti e altri― a ritenere il politicamente scorretto il vero nemico da esorcizzare. Il richiamo insistente alla libertà del pensiero per Ezio Mauro ―La democrazia e la rivincita del free speech ,’La Repubblica del 13 luglio 2020― può far sì che il politicamente scorretto possa diventare “norma sociale, soprattutto quando pretende di legare tradizione e nazione a sangue, religione e addirittura a razza, prefigurando una discriminazione identitaria, una degradazione escludente. Dunque è giusto chiedere alla sinistra di rivedere il suo canone della parola corretta: ma intanto, nel silenzio degli intellettuali (non per forza 150, basterebbero anche molti di meno) chi pensa alla destra, e alle sue parole come pietre?”.

A ben riflettere, in questo rinnovato conflitto tra eguaglianza (sinistra) e libertà (destra liberale), riaffiora un antico  pregiudizio cristiano-illuministico: e cioè che la libertà ,e il free speech in particolare, ha valore solo se è libertà per il bene, se le parole veicolano valori di giustizia, di lotta al privilegio, di eguaglianza morale, sociale e politica. La libertà di chi non si propone di riversare su tutti gli esseri umani le ‘benedizioni della modernità’ non solo va repressa ma diventa un reato. Di qui una sterminata serie di leggi che dall’apologia di fascismo (il regime politico divenuto il simbolo stesso del Male radicale) vanno all’omofobia., alla criminalizzazione persino di ricercatori che fanno rilevare (è capitato alla moglie di Jonathan Friedman, l’etnologa svedese Kasja Ekholm-Friedman) come la convivenza tra etnie religiose diverse possa creare ‘qualche’ problema di convivenza sociale. E’ la rimozione della grande lezione liberale di John Stuart Mill. Nel suo capolavoro On Liberty(1859), il filosofo inglese scriveva a) un’opinione censurata potrebbe essere vera e censurarla significa solo che ci riteniamo infallibili; b) un’opinione erronea può contenere una parte di vero e solo il conflitto tra le opinioni, può farla emergere; c) anche se un’opinione contenesse tutta la verità sottrarla alla critica significherebbe perdere di vista le sue ragioni; d) una dottrina che diventa  dogma è un ostacolo alla realizzazione del bene e azzera la ragione e l’esperienza personale.

Anche ”un’opinione erronea può contenere una parte di vero!”. Sono parole che dovrebbero venir scritte in tutte le aule scolastiche e in tutti gli istituti di ricerca.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia