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A lezione da Mandel’štam, poeta perseguitato a caccia del vero sapere

DiRed Viper News Manager

Giu 13, 2021

Nei momenti estremi i classici possono aiutarci a trovare la luce per uscire dal tunnel: non salvarci, no, questo sarebbe impossibile, ma insegnarci a scoprire quello che Sant’Agostino definiva il nostro “maestro interiore”: la dote spirituale presente in ogni essere umano – attitudini, sensibilità, caratteri – spesso nascosta e inaccessibile all’interno delle false rassicurazioni imposte dalle abitudini. È stato così nella storia tragica del ventesimo secolo, soprattutto grazie a Dante Alighieri, faro d’orientamento della civiltà occidentale, a cui hanno guardato alcuni spiriti eletti quando erano segregati per cause di forza maggiore, ricavando dal sommo fiorentino la forza necessaria a scrollarsi di dosso l’ingiustizia patita e procedere oltre.

Nel fatidico 1933, mentre Adolf Hitler prendeva il potere in Germania, Osip Ėmil’evič Mandel’štam, uno dei più grandi poeti russi moderni, si trovava in Crimea. In autunno avrebbe composto il celebre Epigramma di Stalin, sorta di invettiva contro il dittatore sovietico, che gli risulterà fatale, ma già da tempo era stato segnalato dalla polizia segreta come elemento sovversivo e pericoloso da tenere sott’occhio prima che l’ansia di libertà che lo animava potesse coinvolgere altri come lui. Morirà cinque anni dopo in un oscuro campo si smistamento presso Vladivostok, perso nella società totalitaria siberiana come una pietra grezza nel rigagnolo. In quel magico intermezzo sulle rive del Mar Nero dettò alla compagna Nadežda, che gli starà sempre vicina e custodirà la sua memoria fin quando potrà, la Conversazione su Dante appena pubblicata da Adelphi (pp. 116, 13 euro) che la curatrice, Serena Vitale, giustamente definisce “un poema critico”. Si tratta di un libro inclassificabile, al tempo stesso oscuro e luminoso: una scheggia di lava incandescente nel grande mare mosso del Novecento.

Speculazioni logiche e ardite metafore si alternano in queste pagine cariche di passione vitale. Il confronto con il padre della lingua italiana non potrebbe essere più frontale, coi rimandi a personaggi celeberrimi come il conte Ugolino o l’immortale Beatrice, nell’analisi puntuale e sempre calibrata dei brani citati, tuttavia sin dall’inizio Mandel’štam, che aveva incredibilmente imparato la nostra lingua studiandola sulla Divina Commedia, si scrolla di dosso, con gesto quasi imperioso, la necessità di spiegare per filo e per segno le nostre emozioni di semplici lettori: «Nella poesia conta soltanto la comprensione attiva, che non ripete né parafrasa. L’appagamento semantico è pari a ciò che si prova dopo aver eseguito un ordine. Compiuto il loro lavoro, le onde-segnali del significato scompaiono: quanto più forti sono, tanto più si dimostrano arrendevoli, pronte a dileguarsi. Altrimenti diventa inevitabile l’imparaticcio, il batti e ribatti sui soliti, vecchi chiodi definiti ‘immagini storico-culturali’».

Su queste ultime righe, sia detto per inciso, dovrebbero riflettere molti compilatori di test rivolti alla valutazione standardizzata degli studenti in base alle presunte competenze da loro raggiunte dopo la mera lettura di un’opera della tradizione letteraria. Il risultato di tale impostazione didattica, come sanno molti docenti, è quello di addestrare lo scolaro al superamento dell’ostacolo, prima ancora che guidarlo a una vera comprensione. «Dove si scopre che i versi possono essere parafrasati», afferma invece Mandel’štam, «la poesia, per così dire, non ha trascorso la notte: il letto è intonso, le lenzuola non sono sgualcite». Questo non vale tanto per l’autore della Commedia, le cui intuizioni, almeno in un primo grado interpretativo, come ben sappiamo, possono essere decifrate punto per punto e se resta qualcosa di misterioso dipende solo dalla nostra insufficienza a capire, quanto per la suggestiva idea lirica che il grande scrittore russo vuole comunicarci.

Quando leggiamo un testo in versi, egli scrive, «bisogna attraversare velocemente, in tutta la sua lunghezza, un fiume ingombro di giunche cinesi che si muovono in più direzioni: è così che si crea il significato del linguaggio poetico. Il percorso compiuto – il significato – non può essere ricostruito interrogando i barcaioli: non sapranno dirci come e perché siamo saltati da una giunca all’altra». Mandel’štam, certo, sta pensando alla letteratura ma forse, ancor più, alla vita, i cui tracciati sembrano ai nostri occhi incomprensibili e bislacchi, anche se quasi sempre lasciano dietro di sé speciali fiammelle che, se interrogate, potrebbero spingerci a trovare un possibile senso da attribuire a ciò che abbiamo fatto o vorremmo provare a compiere.

E così, osservando i ciottoli trascinati a riva dalla risacca del Mar nero, il poeta perseguitato dal regime sovietico si accosta alle terzine dantesche rifuse, a suo dire, alla maniera di metallo, apprezzando “la mostruosa regolarità” del loro succedersi, senza mai perdere di vista l’insieme: «Non una strofa, ma una figura cristallografica, un solido attraversato da un’incessante tensione generatrice di forme». Come non riandare con la mente al capitolo sul “Canto di Ulisse”, al centro di Se questo è un uomo di Primo Levi? Il deportato torinese, nel campo di Auschwitz, mentre accompagna Jean verso il piazzale dove si distribuisce la zuppa e alza gli occhi verso le cime innevate dei Carpazi, ne richiama alla memoria qualche immagine.

Tornando all’indimenticabile avventura dell’eroe greco, oltre le colonne d’Ercole poste a guardia dello stretto che apre all’oceano, Levi percepisce tutto lo scarto fra la brutalità della prigionia che sta vivendo e la potenza fantasmatica del mondo alle sue spalle: «Ecco, attento, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca: ‘Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute e conoscenza.’ Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo do tromba, come la voce di Dio.” Fino a confessare: “Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono”».

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