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Pillola dei 5 giorni dopo, lasciateci libere di scegliere

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La pillola dei 5 giorni dopo è acquistabile in farmacia senza ricetta anche dalle minorenni. Lo aveva stabilito l’AIFA lo scorso ottobre e lo ha ribadito il 4 giugno il TAR del Lazio respingendo un ricorso di alcune associazioni pro-life.

La ElleOne, come la pillola del giorno dopo, è un farmaco utilizzato per la contraccezione di emergenza – in questo caso fino a cinque giorni dopo un rapporto sessuale a rischio – e ciò significa che non è in grado di interrompere una gravidanza, ma il suo scopo è impedire l’ovulazione.

Una buona notizia quella del Tar Lazio che arriva a pochi giorni dal 43esimo anniversario dell’approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, ma gli ostacoli alla libera scelta delle donne italiane sui propri corpi sono – evidentemente – ancora troppi.

Negli anni un’applicazione della legge “a macchia di leopardo” sul territorio nazionale ha generato differenze enormi non solo tra Regioni, ma anche tra le varie provincie e aziende sanitarie locali. Il tutto a discapito dei diritti delle donne.

Ciò è legato da una parte all’eccessivo ricorso al diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza. Il 68,8 per cento dei ginecologi negli ospedali pubblici nel Lazio è obiettore di coscienza, tra gli anestesisti l’obiezione si attesta al 54,2 per cento, mentre per gli operatori sanitari si ferma al 50 per cento. Nel complesso, quindi, l’obiezione nel Lazio raggiunge il 54,8 per cento.

La pandemia, inoltre, ha esacerbato la situazione limitando ulteriormente l’accesso ai servizi di interruzione di gravidanza. Le difficoltà riguardano anche la RU486, introdotta in Italia nel 2009, ma ancora utilizzata appena nel 20,8 per cento dei casi. Molti ospedali, a causa della riduzione dei posti letto disponibili, sono stati costretti a chiudere i servizi di IVG poiché – oltre alla procedura chirurgica – anche la procedura farmacologica, viene ancora fatto in regime ambulatoriale e spesso comprende un ricovero di due giorni.

Ai limiti strutturali di applicazione della legge, si aggiungono anche sostanziali differenze rispetto ai governi regionali. Mentre Regioni come le Marche e l’Umbria continuano a indietreggiare sul tema della salute e dei diritti riproduttivi, il Lazio ha avviato un percorso differenti di aggiornamento e innovazione.

È tra le poche Regioni che hanno recepito – anche a partire dalle criticità emerse dal contesto pandemico – le nuove linee di indirizzo emanate dal ministro della Salute  nello scorso mese di agosto. Linee guida che dopo ben dieci anni dall’introduzione del metodo farmacologico in Italia hanno equiparato finalmente il nostro paese a quelli europei.

La determina regionale si propone di rimuovere gli ostacoli all’accesso alla metodica farmacologica, nell’ottica di assicurare a tutte le donne che richiedono l’IVG un servizio di alta qualità e rispettoso dei loro diritti.

E lo fa in maniera rivoluzionaria, intanto precisando che il metodo farmacologico è sicuro ed efficace, ma anche che può essere utilizzato, oltre che per l’interruzione volontaria, anche nel trattamento di varie condizioni cliniche quali l’interruzione di gravidanza spontanea, incompleta o la morte fetale intrauterina. Si tratta di un’indicazione importante poiché libera una procedura che ha costituito una grande novità nel campo della medicina riproduttiva, dal giudizio morale che la legava esclusivamente all’interruzione di gravidanza volontaria.

Un’importante innovazione del provvedimento regionale riguarda il fatto che tra le strutture ambulatoriali vengono inclusi anche i consultori che – oltre a essere previsti dalla legge 194 – rappresentano una struttura più che adeguata ad affrontare la richiesta di IVG.

Questo processo è stato sicuramente facilitato dall’emergenza sanitaria riguardante e la relativa necessità di limitare il più possibile gli accessi e i ricoveri negli ospedali, ma che al contempo rimette al centro anche l’autodeterminazione femminile perché è la donna a gestire la procedura.

Perché essere donna in Italia ai tempi del Covid-19 non è stato e non è facile. Si è tradotto nella maggioranza dei posti di lavoro persi e del lavoro di cura non retribuito aggiuntivo. E anche nel subire ulteriormente l’impatto di una cultura e una società che ostacolano costantemente l’accesso ai servizi di salute essenziali per la salute femminile.

Per questo bisogna tenere alta l’asticella dei diritti che non sono mai scontati, ma sempre vivi e combattuti. Negli anni ’70 le nostre madri e nonne in piazza gridavano “Il corpo è mio, decido io”. Sta a noi oggi custodire quell’eredità e gridare ancora più forte che il diritto all’interruzione di gravidanza non si tocca, la contraccezione d’emergenza non si tocca, il diritto all’autodeterminazione delle donne non si tocca.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia