• Gio. Giu 17th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

La coalizione di Lapid e Bennet alla prova del voto. Non sarà una rivoluzione

In Israele l’opposizione è al lavoro per abbattere il “falco”, Benjamin Netanyahu. Domenica 13 Giugno l’arena parlamentare della Knesset sarà chiamata a decidere o meno la svolta del cambiamento. Rivoluzione? No. Siamo difronte a un passaggio delicato della storia, è in atto un processo di trasformazione degli assetti politici, e di una poltrona in particolare.

Il governo di unità nazionale che dovrebbe nascere è un agglomerato fragile e trasversale, non facilmente catalogabile. Dentro 8 forze, destra, centro e sinistra. Con un solo chiaro mandato: sostituire Netanyahu con Naftali Bennett. Leader di Yamina, partito di destra che ha ottenuto alle ultime elezioni 7 dei 120 seggi che compongono il parlamento. Poca cosa rispetto ai 30 del Likud di re Bibi. Ma con un sistema elettorale proporzionale a liste chiuse (l’elettore vota per il partito e non per il singolo candidato) – ogni partito per entrare in Parlamento deve superare la soglia di sbarramento del 3.25% – anche Yamina è in grado di diventare l’ago della bilancia negli equilibri: «Ho detto ai miei figli che avrei fatto una scelta che mi avrebbe reso l’uomo più odiato di Israele».

In realtà, Bennett ha presentato ufficialmente la sua OPA all’intero arco politico della destra. Un’area frammentata in vari principati e protettorati, inconciliabili e spesso in lotta, elettoralmente maggioritaria nell’attuale società israeliana. Ispiratore del progetto è stato Netanyahu, il fruitore potrebbe essere Bennett.

Se spostiamo le lancette dell’orologio indietro di due anni ci accorgiamo che lo scenario politico pre-pandemia non prevedeva la sua figura. Caduto nella tentazione di emulare re Bibi aveva fondato un suo movimento. L’operazione si dimostrerà un disastro, e alle elezioni legislative di Aprile 2019 resta fuori dal parlamento. Paga la cannibalizzazione dei voti imposta da Netanyahu nel rush finale della campagna elettorale. Per rilanciarsi non ci vorrà molto tempo, in meno di un anno e due elezioni Bennett è di nuovo in gioco.

La frattura con Netanyahu si ricompone ed entra al governo, l’idillio tuttavia non dura. E Netanyahu lo scorso anno lo sostituisce con Benny Gantz. Passato all’opposizione critica aspramente la gestione dell’emergenza sanitaria, raccogliendo consensi. Che punti in alto, a rovesciare il premier, è confermato quando pubblica il suo vademecum sulla lotta al coronavirus: “Quello che avrei fatto questa notte se fossi stato il primo ministro”.

L’offensiva è respinta a dicembre 2020, almeno così pare. Netanyahu ha cambiato passo e lanciato il piano vaccini. Successo internazionale che dovrebbe garantire tranquillità interna al leader del Likud. A Marzo invece le urne confermano lo stallo. Parte la manovra per accerchiare Netanyahu, intanto orfano di Donald Trump. Il tessitore è il liberale Yair Lapid di Yesh Atid. Bennett accetta la rotazione a capo del governo. L’accordo, nebuloso ancora nei dettagli, prevede che resterà in carica fino al 2023 prima di passare il testimone. Adesso manca solo che l’intesa si traduca nella fiducia al futuro esecutivo, necessari alla maggioranza sono 61 parlamentari. Ciascuno dei quali in queste ore è finito sotto il cannoneggiamento della corazzata Netanyahu.

Intenzionato ad affondare le aspirazioni dei rivali, con ogni mezzo. I rapporti tra Bennett e il suo padre “virtuale” sono vere e proprie montagne russe. Netanyahu da parte sua non si fida, e tutte le volte che può mette l’apprendista non alla prova ma alla porta, peccato per lui che poi gli rientri dalla finestra.

Questa novella ha inizio nel 2006, il giovane Bennet è convinto da Ayelet Shaked ad entrare nell’ufficio dei collaboratori di Netanyahu. Due anni dopo gli ambiziosi Shaked e Bennet, invisi a Sara, moglie di Netanyahu e signora di casa, che ironicamente li definisce i “fidanzatini”, lasciano la corte: scacciati come appestati. Il tarlo dei Netanyahu è che avrebbero passato informazioni compromettenti alla stampa.

Per Bennett e la Shaked da allora è un peregrinare senza sosta da un partito di estrema destra all’altro. Senza distaccarsi troppo dal perimetro disegnato da Netanyahu. La Shaked ricorda una versione al femminile del longevo premier, da cui copia la visione neoliberal, la convinzione della necessità di stravolgere il sistema giuridico e l’ostilità per la nascita di uno Stato palestinese. Mentre, Bennett è molto più autonomo e trasformista, e decisamente meno laico di Netanyahu. È un ebreo osservante che indossa sempre la kippah.

Ideologicamente schierato nel campo nazional-religioso. Portatore della tesi della costruzione della Grande Israele. Come il suo mentore – al figlio maggiore ha dato il nome di Yoni in memoria del fratello di Netanyahu caduto ad Entebbe nel leggendario salvataggio degli ostaggi del volo Air France 139 – dimostra una innata idiosincrasia per i generali, sviluppata durante il servizio militare. Un passato da ufficiale dei corpi speciali, nel 1996 comanda la sua unità in territorio libanese. L’incursione entra in contatto con Hezbollah e Bennett richiede l’intervento dell’artiglieria. Alla fine della battaglia si contarono decine di vittime civili. Lascia la carriera militare per lanciarsi nel business. Appena trentenne diventa milionario grazie a una start up specializzata in sicurezza bancaria. Finita anche questa parentesi vira con interesse alla politica. E c’è chi pensa che presto si stuferà anche di quella. Intanto, lo aspetta il voto alla Knesset e sullo sfondo l’ombra di Benjamin Netanyahu.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia