• Ven. Lug 30th, 2021

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Governare il futuro. Lo sfruttamento sessuale corre in Rete come da nessuna altra parte

La relazione annuale sullo sfruttamento sessuale negli Stati Uniti d’America – ma è difficile immaginare significative differenze rispetto a quello che accade in Europa – parla chiaro: la più parte dei casi di sfruttamento sessuale dei quali la giustizia americana si è occupata nel corso del 2020 sono almeno iniziati online.

Nella stragrande maggioranza dei casi le vittime di sfruttamento sessuale sono adescate online e il 59% è stata adescata – o si sospetta sia stata adescata perché il processo è, magari, ancora pendente – su Facebook.

Numeri che non possono non far riflettere su un’altra faccia del web e dei servizi social rispetto alla quale, magari, spesso non ci si ferma abbastanza a riflettere concentrandosi di più su altri casi e questioni.

Ma la relazione contiene, anche, un altro numero che lascia senza parole e che non può non suggerire di far suonare l’allarme: negli ultimi vent’anni, nel 50% dei casi di sfruttamento sessuale le vittime sono state bambini, nella più parte dei casi ragazzine.

Le storie cominciano più o meno tutte allo stesso modo: un’offerta di lavoro, spesso come modella o modello o, comunque, nel mondo dello spettacolo o convincendo la vittima che cupido abbia scoccato la sua freccia e che il carnefice sia il suo principe azzurro.

E la relazione sgretola anche un mito per la verità piuttosto diffuso secondo il quale normalmente lo sfruttamento sessuale sia un fenomeno gestito dalla criminalità organizzata.

Specie nei casi che hanno origine online, infatti, secondo la relazione le vicende nelle quali l’aguzzino è un singolo che, magari, in maniera seriale e attraverso uno stesso cliché abusa in sequenza di una pluralità di vittime sono sempre più frequenti giacché, evidentemente, le piattaforme social, in un modo o nell’altro, finiscono con il fornire inconsapevolmente agli aguzzini mezzi e strumenti che, probabilmente, un tempo erano appannaggio esclusivo o quasi delle grandi organizzazioni criminali.

Il problema, insomma, esiste e gli sforzi – dei quali non si può tacere – messi in campo sia dai gestori delle piattaforme che dalle istituzioni e organizzazioni pubbliche e private specializzate nel contrasto al fenomeno non sembrano capaci di arginarlo.

Parlarne, farne conoscere l’esistenza, raccontarne le dinamiche, seminare educazione alla prevenzione tra i più giovani come tra gli adulti, probabilmente, rappresenta una delle direzioni nelle quali bisogna investire di più.

Gli aguzzini, naturalmente – e la relazione questo le evidenzia senza mezzi termini – sfruttano le debolezze delle vittime, debolezze rese, il più delle volte, note dalle vittime stesse attraverso i social network: la difficoltà di trovare lavoro, il bisogno di soldi, la voglia di innamorarsi o la fine di una storia d’amore sulla quale si era scommesso tanto.

E, quindi, probabilmente anche un po’ di prudenza in più nella condivisione di così tanto della propria vita personale talvolta varrebbe magari non a salvare una vittima dal tentativo di adescamento ma a rendere più difficile la vita al suo aguzzino.

Internet è e rimane teatro e strumento di straordinarie opportunità per tutti noi ma, al tempo stesso, può essere – e purtroppo spesso è – teatro e strumento di alcune delle maggiori atrocità che appartengono da sempre alla società.

Il punto, naturalmente, non è criminalizzare Internet ma acquisire consapevolezza di entrambe le facce della stessa medaglia e provare a usarlo massimizzando le opportunità e minimizzando i rischi.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia