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Una storia popolare, la biografia di Formigoni che nessuno vuole ascoltare ma solo giudicare

DiRed Viper News Manager

Giu 10, 2021

Nel libro di Roberto Formigoni c’è tutto (Una storia popolare, Edizioni Cantagalli, 25 euro), trentaquattro anni di partecipazione alla vita pubblica, fin da quando un ragazzino tredicenne si avvicinò a un movimento ecclesiale, e per 18 anni presidente della Lombardia. Monarca assoluto, si disse, ma intanto la Regione da lui governata diventava la locomotiva d’Europa nel sistema sanitario. Basta spigolare le cinquecento pagine, introdotte dal cardinale Ruini e presentate attraverso l’intervista di Rodolfo Casadei che non è soltanto un giornalista, ma anche un amico e un compagno di cordata, per avere sotto gli occhi la ricchezza di una vita non banale: c’è l’uomo, il militante, l’amministratore, il politico. Ci sarebbe anche di che ucciderlo, volendo. Perché Formigoni è un peccatore.

Ma occorre saper leggere, e nella vita di quest’uomo di 74 anni trovi un po’ di tutto. E nulla è come ti aspetti. Vedi uno vestito un po’ strano, molto glamour, e che ti guarda con un filo di arroganza dal suo 1,87 di altezza. Quello che, quando è finito nel carcere di Bollate, lo obbligava a tenere i piedi a penzolare oltre il limite massimo della brandina. Quasi a dimostrare che lui con quel luogo lì non c’entrava niente, che gli stava stretto persino al corpo. Ma anche per altri due buoni motivi. Perché è stato giudicato da tribunali che parevano istituiti dalle regole del diritto ecclesiastico più che da quelle di uno Stato laico, e che giudicavano i peccati più che i reati. E anche perché, quando avrebbe avuto diritto, da settantenne, a scontare al domicilio la pena di cinque anni e dieci mesi cui era stato condannato, gli cascò sul collo una specie di norma voluta da una specie di ministro e che portava un nome buffo da operatori ecologici (“spazzacorrotti”) e che oltre a tutto gli venne applicata in modo retroattivo. Così, quando la Corte Costituzionale rimise le cose a posto e spazzò via la legge degli operatori ecologici, intanto Formigoni era riuscito a farsi cambiare la branda e aveva scontato i suoi cinque mesi di carcere.

Il libro ha pagine di grande interesse, e varrebbe la pena di discuterne pubblicamente. A Formigoni questo non è consentito. Viene chiamato insieme al suo legale, l’avvocato Domenico Menorello, di domenica sera da Massimo Giletti, ma per parlare di vitalizi, uno dei più noiosi e stupidi tra i mantra grillini, se non fosse per il fatto che si parla della vita delle persone. Formigoni è costretto a mostrare il proprio libro perché il conduttore si limita a un accenno infastidito, poi viene subito aggredito dal giornalista grillino Peter Gomez che cerca di farlo parlare del processo, fingendo di non capire l’imbarazzo di una persona che è ancora ai domiciliari. E che poi gli dice che dovrebbe accontentarsi del reddito di cittadinanza, cioè rinunciare ai contributi versati per farsi mantenere dallo Stato. Imprevedibilmente l’altro giornalista grillino presente, Luca Telese si accapiglia con il collega quasi come se questi gli avesse insidiato la moglie e si improvvisa difensore dell’imputato gridando: “Volete applicargli la pena di morte?”.
Tutto fa brodo, pur di non parlare del libro, cioè di Formigoni uomo e politico e bravo amministratore.

Meglio accanirsi sul prigioniero. Ma chi ha seguito la trasmissione non può non aver notato da subito come colui che era stato invitato per essere messo alla gogna, ne emerga come un gigante in un mondo di lillipuziani. Perché lui è quello della famosa riforma della sanità lombarda del 1997. Quella “rivoluzione” che ha portato alla costruzione di nove nuovi ospedali, che ha azzerato le liste d’attesa e ha consentito, con l’introduzione dell’accreditamento dei privati, a chiunque di accedere all’eccellenza, per le proprie cure. Quella riforma che gli ignorantoni del Fatto quotidiano chiamano “privatizzazione” della sanità e che invece ha portato la Lombardia ai vertici delle eccellenze europee. E che ha consentito alla Regione di mantenere sempre i bilanci in attivo.

Certo, Roberto Formigoni è stato condannato e sta scontando la sua pena. Lo Stato gli ha tolto tutto. Paga il suo essere “peccatore”, il suo esser forse andato oltre i limiti anche del voto di povertà e di castità stipulato quando era entrato nei Memores Domini. Ma nessuno potrà mai dire che lui sia un corrotto, che abbia ricevuto soldi. E anche per quel che riguarda le “utilità” (viaggi e vacanze), occorre, perché uno sia colpevole, come ha detto l’avvocato Coppi, dimostrare il nesso di causalità tra un atto pubblico e la “ricompensa” ricevuta. Cosa di cui non c’è traccia. Infatti la sua non è una storia criminale, ma una Storia Popolare.

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