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Serve un accordo sul climate change tra Usa e Cina

Le emissioni nocive della Cina sono più che triplicate dagli anni ’90, con un peso attuale del 27% su scala mondiale, seguono quelle degli Stati Uniti con l’11%, dell’India e dell’Europa con una percentuale rispettivamente del 6,6% e del 6,4%, e in ultimo del Giappone con il 2,2%.

Nonostante i dati complessivi, resta oggi l’America il paese che inquina di più nel rapporto pro capite e che punta per questo motivo ad un cambiamento significativo.

Secondo un sondaggio condotto negli ultimi mesi dallo Yale Program on Climate Change Communication, il 53% degli americani registrati, sia democratici che repubblicani, ritiene chiaramente che il riscaldamento globale sia una priorità del presidente Biden e del Congresso. 

Il 79% degli elettori censiti afferma, inoltre, l’interesse del Paese ad aumentare la pressione diplomatica e commerciale sulla Cina, dichiarandosi favorevole ad una cooperazione con il Dragone per ridurre il global warming e l’inquinamento da carbonio. È del tutto evidente che un accordo mirato tra Pechino e Washington favorirebbe la riduzione delle emissioni e la tenuta dell’economia mondiale, soprattutto dopo il vertice on line organizzato dalla Casa Bianca con i principali leader.

La transizione ecologica è una necessità per gli Stati Uniti, anche secondo il 72% degli intervistati dallo Yale Program, e dovrebbe riguardare i servizi elettrici, i trasporti, l’edilizia e l’industria, i programmi occupazionali per il reimpiego dei lavoratori disoccupati per via della chiusura dei numerosi pozzi di petrolio e di gas in tutta l’America, e dovrebbe segnare il passaggio dai combustibili fossili al 100% di energia pulita entro il 2050.

Sulla scia di quest’onda ambientalista, il 2020 è stato un anno di successi per gli Stati Uniti, considerato che il settore dell’energia pulita ha continuato a registrare un trend in crescita, sebbene la crisi sanitaria ed economica in atto.

Secondo le stime il 40% dell’energia consumata negli Stati Uniti non ha generato emissioni di CO2, un vero e proprio record secondo quanto riportato dal “Sustainable Energy in America Factbook 2021”, il rapporto annuale del Business Council for Sustainable Energy e di Bloomberg New Energy Finance, che ogni anno osserva la trasformazione del sistema energetico americano, i miglioramenti nei settori dell’efficienza energetica, del gas naturale e delle energie rinnovabili.

Dopo il flop di alcune mosse dell’amministrazione Trump, come l’autorizzazione per le perforazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge, un habitat naturale di oltre 270 specie diverse, e la scelta di uscire dall’Accordo di Parigi, il fermo cambio di passo di Joe Biden evidenzia la spinta degli Usa a riappropriarsi del comando nella lotta al fenomeno del climate change, sempre monitorato dalla Nasa. Il presidente Biden ha infatti annunciato di puntare a raddoppiare il taglio previsto dei gas serra entro il 2030, riducendoli del 50-52%.

A sostegno della salvaguardia del pianeta, i media hanno dato eco alle dichiarazioni di esponenti come Von der Leyen, Draghi, Putin, Trudeau, Bolsonaro, Xi Jinping, apparentemente tutti pronti a convergere su verde, emissioni zero, ricerca e massima responsabilità riguardo all’attuazione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, del Protocollo di Kyoto e dell’Accordo di Parigi.

Gli scienziati, tuttavia, sembrano andare cauti e temere per il rispetto degli impegni pubblicizzati dai diversi Paesi, considerando ad esempio che la stessa Cina ha un fabbisogno energetico che deriva in gran parte dal carbone, detenendo 1058 centrali, un numero corrispondente a più di metà della capacità mondiale.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia