• Mar. Lug 27th, 2021

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Il Pd fa la mossa sui licenziamenti ma non c’è intesa. Spiragli solo sul tessile

ROME, ITALY - MAY 12: Secretary of the Democratic Party (PD), Enrico Letta, speaks during a demonstration held by the Jewish Community of Rome in solidarity with the State of Israel, to via del Portico d'Ottavia, in the heart of the Jewish Quarter on May 12, 2021 in Rome, Italy. The Jewish Community of Rome protested in solidarity with the population in Israel after tensions escalated in the region, where at least three dozen Palestinians and five Israelis have been killed in a cross-border exchange of rockets and aerial bombardment. (Photo by Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)

La mossa per costruire “l’accordo di tutti” che Mario Draghi vuole per cambiare lo schema sui licenziamenti la fa il Pd. Con due emendamenti e già la doppia opzione è un indizio che spiega bene la complessità di una mediazione chiamata a tirare dentro non solo tutte le anime della maggioranza, ma anche i sindacati e Confindustria. Il tentativo non va a buon fine: sulla proroga del blocco fino a fine ottobre solo per il tessile e l’abbigliamento sono quasi tutti d’accordo dentro la maggioranza, ma per la Cgil è ancora troppo poco. L’altra strada – lo stop allungato fino a fine settembre per i settori più in crisi, accompagnato da un accordo con i sindacati – è ancora più impervia: la Lega non ci sta perché è troppo, per i 5 stelle è troppo poco. Il saldo della mossa ha un titolo: lo stallo. A venti giorni dalla possibilità per le grandi imprese di tornare a licenziare. 

Per capire perché i pezzi della maggioranza ancora non si incastrano, e a cascata perché è ancora lontana l’intesa con le parti sociali, basta raccogliere le reazioni ai due emendamenti presentati dal Pd al decreto Sostegni bis. La prima proposta prevede 13 settimane di cassa integrazione Covid in più, fino a fine settembre, per i settori più in crisi: le imprese continuano a usare la cassa pagata dallo Stato e non possono licenziare. Il tutto si regge su “apposito accordo” da sottoscrivere tra le imprese e i sindacati, mentre spetta ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico decidere quali sono i settori in crisi. 

È in questo passaggio – il patto con i sindacati che si declina con l’accordo aziendale – che il Pd lancia un gancio alla Cgil. Non solo per una data della proroga del blocco vicina a quella del 31 ottobre, auspicata dal sindacato guidato da Maurizio Landini. Ma anche la possibilità di tirare dentro più di un settore e di allargare quindi la platea dei lavoratori protetti dal blocco. Più in generale è il tentativo di lanciare quel Patto sociale che può fungere da viatico per spingere il premier a intervenire. Alcune fonti parlamentari dem parlano di un emendamento concordato non solo con la Cgil, ma anche con Cisl e Uil, ma dal sindacato di corso d’Italia provano a smussare l’entusiasmo e a ribadire che per ora la richiesta resta la stessa di quella antecedente all’emendamento del Pd: blocco dei licenziamenti fino al 31 ottobre e per tutte le imprese.

Il punto qui non è tanto la mediazione tra il Pd e la Cgil, quanto la contrarietà degli altri partiti di maggioranza. La Lega dice no, temendo che la lista dei settori possa allungarsi a dismisura, mentre i 5 stelle sono contrari alla logica settoriale. Lo dice l’emendamento presentato dai grillini: blocco per tutti fino al primo settembre. E lo dicono le parole di Giuseppe Conte: “La strada non è individuare i settori particolarmente critici: non è con i codici Ateco che si può affrontare l’impatto sul piano occupazionale che le ripartenze avranno”. Poi c’è LeU che è su una linea ancora più massimalista, allineata alla posizione della Cgil. 

Passiamo al secondo emendamento del Pd: quindici settimane di cassa integrazione Covid aggiuntive, fino al 31 ottobre, e divieto di licenziare per le imprese del tessile-abbigliamento e delle pelli. Su questo fonti del Carroccio di primo livello dicono che “l’accordo si può chiudere in un minuto”, ma è evidente che sarebbe un risultato al ribasso per l’ala sinistra del Governo e per il sindacato. Alla fine il Pd potrebbe starci, Enrico Letta ha citato solo due settori (il tessile e l’auto) per spingere la logica selettiva, ma la Cgil no. 

E poi, al di là delle singole opzioni, c’è il posizionamento di Confindustria. Il presidente degli industriali Carlo Bonomi invita a spostare la discussione dai licenziamenti alla produzione industriale che è aumentata per il quinto mese consecutivo, tornando ai livelli pre Covid. Se si guarda al quadro generale regna il caos. Ma il tempo stringe. Una cosa è sicura: il Governo è pronto a sostenere l’intesa nella maggioranza e con le parti sociali con un decreto ponte da approvare prima del primo luglio. Il decreto Sostegni bis, infatti, non sarà votato dal Parlamento prima di metà luglio e quindi la modifica allo schema dei licenziamenti risulterebbe tardiva rispetto a uno sblocco che in assenza di modifiche scatta dal primo del mese. Il decreto, invece, chiuderebbe da subito la finestra dello sblocco e verrebbe poi inglobato, sotto forma di emendamento, nel decreto Sostegni bis per diventare definitivamente legge. Ma prima serve l’accordo politico dentro la maggioranza. Ci devono stare anche i sindacati e Confindustria. La piattaforma unica del blocco selettivo è ancora troppo debole.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia