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Sul rapimento di Moro Veltroni scopre dopo 40 anni che c’è del ‘marcio nello Stato’

DiRed Viper News Manager

Mag 14, 2021

Ci sono almeno un paio di cose che colpiscono, nel leggere l’ampia intervista che Walter Veltroni rilascia a Stefano Cappellini, e pubblicata su Repubblica («Sul terrorismo clemenza solo se c’è verità»). Un primo passaggio: Veltroni non nega che «Moro non sia stato cercato. Ma è chiaro che Moro libero faceva più paura di Moro morto. Dopo, lo Stato trattò per Cirillo, persino usando la camorra. Il ministro Cossiga, al Viminale, aveva intorno tutti uomini della P2. Non credo all’epoca si avesse percezione di tutti quei centri di potere occulto, uno Stato che aveva il marcio dentro. Anche quando arrivano i consulenti americani il loro obiettivo, poi persino dichiarato nei libri, era che Moro morisse. Per questo fu costruita la grande menzogna sulle lettere di Moro. Quelle missive non erano scritte sotto dettatura, ma esprimevano, certo nelle condizioni date, il pensiero di Moro, la sua idea dei rapporti tra persone e Stato.

Lo si rilegga bene, questo passaggio. Nel 2021 Veltroni dice quello che fin dai primi giorni del sequestro Moro sostiene Leonardo Sciascia; lapidato per averlo detto e scritto; anche dai compagni di Veltroni, dirigenti dell’allora Pci. Si sostiene che Moro è plagiato, drogato, non responsabile; scrive sotto dettatura. Chi ha buona memoria ricorderà il terrificante affidavit di pretesi, sedicenti “amici di Moro”: dichiarano di non riconoscere più il loro amico. Una gara orribile e oscena, “corrono” in tanti: gli amici del partito di Moro, i comunisti nella loro maggioranza (si distinguono Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice, e ne paga qualche conseguenza). Per non parlare di quello che pubblicano i maggiori quotidiani, quello che scrivono commentatori di prestigio, inviati, giornalisti di ogni ordine e grado; per non dire di quello che non vogliono pubblicare (pur avendolo fatto fino al giorno prima): la decisione di “staccare la spina”, interessante osservare chi impartisce quell’ordine. Chi c’era li ricorda senz’altro, quei 55 giorni opprimenti e cupi. Leonardo Sciascia e i pochi che osano dissentire da questa cosiddetta “fermezza” (in realtà, è immobilismo: in attesa del morto, che infine arriva), sono additati come complici conniventi con il terrorismo brigatista.

Sciascia si trova incollato lo slogan-programma che non gli appartiene: “Né con lo Stato, né con le Br”. Invano cerca di spiegare che lui è contro le Br e contro “quello” Stato che condanna a morte Moro. Non una parola, su questo, da Veltroni. Il nome di Sciascia non lo pronuncia nemmeno. E sì che tanti dovrebbero chiedergli finalmente scusa, riconoscere che lui aveva ragione e loro torto. Ora, Veltroni riconosce che «c’erano due fermezze. Quella politica, condivisa da quasi tutti i partiti, e quella opaca, il cui scopo era che Moro non tornasse». Ora. Non è mai troppo tardi, s’usa dire; l’amarezza, comunque, quella c’è tutta. Esilarante, non fosse tragico, un altro passaggio dell’intervista. Cappellini chiede: c’è l’incredibile vicenda della seduta spiritica cui parteciparono alcuni illustri professori, tra cui Romano Prodi, e che diede l’indicazione “Gradoli”, poi girata agli inquirenti. Lei ci crede? Edificante risposta: «L’autorevolezza e l’onestà delle persone che hanno partecipato a quella seduta mi porterebbe a pensare che le cose siano andate come hanno raccontato. Ma certo non è facile farlo. E poi comunque le ricerche si fecero nel paesino di Gradoli, anziché nella omonima via di Roma».

Dunque, Veltroni, per l’autorevolezza e l’onestà delle persone che hanno partecipato a quella seduta spiritica (Romano Prodi, Mario Baldassarri, Alberto Clò, tra gli altri), pur se non è facile, è portato a credere che le cose siano andate come hanno raccontato. Qui un episodio vissuto in prima persona. La scena ha luogo a Perugia, carcere di Capanne. Si celebra il processo per il delitto di Mino Pecorelli, Giulio Andreotti è imputato quale mandante. In una pausa dell’udienza, i giornalisti chiedono ad Andreotti qualche commento sul processo e il suo svolgimento. L’inviato del “Tg2” (cioè chi scrive), “stecca”, quella mattina è altro che gli preme. Chiede ad Andreotti della seduta spiritica. Imperturbabile, risponde: «Lo sanno tutti che si trattava di un artificio per coprire una fonte di Autonomia di Bologna». L’inviato, insiste: Prodi parla di seduta spiritica… Ineffabile Andreotti: «C’era Prodi? Non me lo ricordavo…».

Presidente, devo credere davvero che lei non ricorda? «Lei creda quello che vuole», dice Andreotti con un sorriso. «Questo non mi impedirà di andare tranquillo a pranzo». Intervista finita. Andata in onda un paio di volte, nel corso di notiziari e trasmissioni del “Tg2”. Nessuna reazione. E nessuna significa, letteralmente, nessuna. Ora Veltroni sillaba: «Non credo all’epoca si avesse percezione di tutti quei centri di potere occulto, uno Stato che aveva il marcio dentro». No, caro Veltroni: qualcuno la percezione che ci fosse del “marcio dentro” lo Stato l’ha avuta, l’aveva: Sciascia; i radicali; i socialisti, il giornale Lotta Continua, alcuni vescovi…pochissimi altri. Sono stati silenziati e diffamati. Era contro il “marcio” dentro quello Stato che ci si batteva. Per questo il linciaggio, l’omertoso silenzio, la colpevole inerzia.

L’articolo Sul rapimento di Moro Veltroni scopre dopo 40 anni che c’è del ‘marcio nello Stato’ proviene da Il Riformista.