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“La casa delle madri” di Petruccioli, tra Gadda e il femminismo

DiRed Viper News Manager

Mag 14, 2021

Nel panorama editoriale contemporaneo, saturo di prodotti culturali in serie, definiti da Emanuele Trevi sulle pagine de Il Riformista come «polvere corruttrice per la qualità e l’autenticità di uno scrittore», una casa editrice indipendente pugliese sta emergendo per l’anticonformismo delle sue proposte letterarie. Difatti, nella collana Sperimentali di Terrarossa edizioni stanno trovando collocazione una serie di titoli di pregio destinati a resistere all’oblio e al macero. Come già nello scorso anno, con L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia, Terrarossa ritorna al Premio Strega, questa volta in dozzina, con un romanzo, già selezionato anche per il Campiello 2021, sulle identità divergenti nelle strette maglie dei rapporti famigliari: La casa delle madri di Daniele Petruccioli, ossia un’investigazione sulla vergogna della malattia, intesa come tragedia borghese.

L’esordio alla narrativa di Petruccioli, traduttore dal portoghese e dunque non proprio esordiente, tutt’al più per la prima volta “traduttore di sé stesso”, è un giro armonico intorno a un archetipo molto fecondo nel canone letterario occidentale: la rivalità dei fratelli gemelli per il dominio sulla propria cittadella domestica, che funge da metafora a un’estenuante, e fallimentare, ricerca di completezza identitaria, di unitarietà simbolica. La casa delle madri è infatti una variazione sul mito, sulla tragedia eschilea dei Sette contro Tebe, nella quale Elia e Ernesto, come dei moderni Eteocle e Polinice, si scontrano sul terreno dell’autodeterminazione. Pur imputandosi reciproche manchevolezze e dipendenze, i gemelli, figli di due sessantottini compromessi con gli agi della vita borghese, oppongono una mascolinità altra rispetto al contesto patriarcale di cui sono imbevuti. Sebbene rovesciati nei crismi del perbenismo di un salotto benestante, Petruccioli innesta questa tensione tra due corpi simmetrici su altrettanti topoi della tradizione, quali la rottura dell’ordine costituito da una malattia invalidante – Ernesto è affetto da una grave lesione cerebrale, probabilmente in seguito all’inesperienza di un medico in sala parto, nel tentativo di salvare l’altro gemello dalla stretta del cordone ombelicale – e a questa associa la paura intesa come tendenza alla fuga, la fragilità di una coppia di individui monchi.

Come ci si emancipa allora se non riconoscendo sé stessi al di fuori di un complesso sociale e geneticamente precostituito? Il desiderio di indipendenza delle donne del romanzo, traduttrici, femministe anarchiche, agnostiche – che Petruccioli restituisce brillantemente anche nell’uso di nomi parlanti, come per la madre dei gemelli, Sarabanda, etimologicamente chiassosa e scomposta – rappresenta proprio un tentativo di sottrazione alle aspettative domestiche. Eppure, le stesse madri del titolo, deputate al sacrificio di assorbire sistematicamente i colpi del rancore sotterraneo nelle relazioni famigliari, subiscono il triste fallimento, ovvero una decadenza nel tempo che, in maniera speculare alle case che abitano, si sgretola fino a rivelarne la pietra nuda.

Protagoniste indiscusse dello Strega nell’anno della pandemia, le case, che qui l’autore descrive anatomicamente come cadaveri sezionati, infestate dagli spiriti dei nostri antenati. Esse non si collocano geograficamente in nessun punto per ergersi a condizioni esistenziali condivise, riportando i segni corrosivi di una vita turbolenta fatta anche di sfortune fiscali. Ma la vera casa delle madri è la dimora che custodisce tutte le lingue di Petruccioli. Non solo quelle che traduce per mestiere, piuttosto la costellazione di linguaggi diversi, introiettati, che all’occorrenza affida alla storia di ogni personaggio e, al di sopra di tutti, l’incursione della voce di un narratore, onnisciente e invadente, che muove i fili del racconto a scapito dei dialoghi. La sua prosa si costruisce gaddianamente per addizione, si espande in subordinate che si incastrano a lunghi incisi, varianti d’autore, parentesi, talvolta digressive, talvolta anticipazioni narrative, e porta il lettore sull’orlo di un abisso – altro leitmotiv del libro – affascinato e senza respiro.

«È nel nostro legame con i luoghi che si inscrive la nostra capacità di relazione e sentimento», scrive Petruccioli, e intanto analizza sulle pareti delle sue case le macchie delle colpe, sui pavimenti graffiati trascrive trame di silenzi risentiti, quel pudore di toccarsi che abita in tutte le famiglie, come quella di Elia ed Ernesto, “due rette parallele” che, rincorrendosi tra continue stanze vuote, esperiscono l’impossibilità di essere uno.

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