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Quando la Jihad è donna: il nuovo libro di Marco Cochi

DiRed Viper News Manager

Mag 13, 2021

Marco Cochi, giornalista professionista e blogger (afrofocus.com), già autore di due saggi sull’evoluzione della minaccia del terrorismo islamista nel continente africano, ha pubblicato con la casa editrice Start Insight di Lugano un nuovo e-book sull’argomento (scaricabile gratuitamente a questo link).  Questa volta ha concentrato la sua analisi su un fenomeno poco trattato, la diffusione del jihadismo femminile in Africa, orientando la disamina sul ruolo che esercitano le donne all’interno dei gruppi estremisti più letali del continente: Boko Haram, operativo dalla seconda metà del 2009 nel nord-est della Nigeria e nel bacino del Lago Ciad, ed al-Shabaab, che dalla fine del 2006 opera in Somalia ed è particolarmente attivo anche in Kenya.

Cochi, che è anche analista per l’Istituto di ricerca e analisi del ministero della Difesa (Irad), per l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (ReaCT) e per il think tank di geopolitica trentino “Il Nodo di Gordio”, introduce l’argomento ricordando il ruolo chiave che nel XIX secolo alcune donne hanno avuto nelle organizzazioni estremiste violente. Tra tutte, la rivoluzionaria anarchica russa Vera Ivanovna Zasulich, la prima donna processata per terrorismo, che il 24 gennaio 1878 attentò alla vita del dispotico governatore di San Pietroburgo, il generale Fëdor Fëdorovic Trepov. Da allora, l’autore spiega che «la partecipazione delle donne al terrorismo può essere considerata una progressione naturale rispetto al loro coinvolgimento nelle lotte radicali e rivoluzionarie del passato. Tuttavia, ciò non toglie che nelle organizzazioni terroristiche le donne costituiscono una minoranza, anche perché statisticamente meno soggette alla radicalizzazione che sfocia nella violenza».

Il giornalista ricostruisce con precisione il grado di coinvolgimento delle donne nel propugnare un’ideologia violenta spiegando che per comprendere meglio i processi di radicalizzazione è necessario fare il punto sul pregiudizio di genere tra le donne che abbracciano il jihadismo. Tutto ciò, evitando di minimizzare la violenza che subiscono quando sono coinvolte direttamente o indirettamente dall’ideologia salafita, soprattutto nei contesti dei conflitti armati in Africa.

La terrorista Samantha Louise Lewthwaite

Per approfondire l’argomento, abbiamo rivolto alcune domande a Marco Cochi.

Come nasce l’idea di scrivere un volume sul jihadismo femminile nel continente africano?

L’idea mi è venuta insieme a Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight e direttore esecutivo dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (ReaCT), con cui collaboro fin dall’inizio della sua attività seguendo le dinamiche della minaccia jihadista in Africa sub-sahariana. Abbiamo pensato di approfondire un argomento che finora in Italia non aveva avuto particolare attenzione e così ho iniziato a scrivere il volume. 

Cosa spinge le donne africane ad entrare a far parte dei gruppi militanti islamici?

Diverse sono le motivazioni che inducono una giovane donna ad abbracciare la “scelta estrema”. Comincerei rilevando che in molti casi diventare estremiste può essere considerata una forma di emancipazione, che rende alle donne più facile staccarsi dalle famiglie d’origine, che in Africa sono in gran parte strutturate sull’autorità patriarcale. Tutto questo, lascia spazio alla considerazione che per molte donne africane la scelta di abbracciare la causa jihadista è riconducibile alla speranza in una vita “migliore” di quella sperimentata nella quotidianità. Una speranza che in molti casi concretizzano attraverso l’idealizzazione di un miliziano jihadista con il quale potrebbero contrarre un matrimonio e quindi sentirsi protette. Un approccio  maggiormente sentito nelle ragazze più giovani, per le quali sposare un combattente estremista musulmano garantisce di avere un figlio e diventare rapidamente donne complete. Dietro a una simile decisione, può celarsi anche un elevato grado di ingenuo romanticismo, che porterà la ragazza a identificarsi con l’ideologia sostenuta dai gruppi radicali islamici e a compiere quello che si rivelerà un errore fatale di valutazione.

Quale è la funzione più comune che esercitano le donne all’interno dei gruppi estremisti africani?

Credo sia importante precisare che nei gruppi jihadisti africani prendere parte alle azioni violente non è la funzione primaria delle donne, le quali svolgono ruoli importanti per il supporto del gruppo, come quello di spia e staffetta, oppure mansioni più pratiche come quella di cuoca o lavandaia. Molte di esse sono anche impegnate nella raccolta dei fondi per sovvenzionare i militanti. Senza dimenticare, che talvolta le esponenti di sesso femminile hanno un ruolo cruciale anche nella radicalizzazione e nel reclutamento di altre donne.

 

Cosa succede alle donne che riescono a sottrarsi alla ferocia dei jihadisti? 

Una delle dinamiche più interessanti che ho rilevato nelle mie ricerche è insita nelle difficoltà di reinserimento sociale che incontrano le donne rese schiave da Boko Haram, le quali sono riuscite a fuggire oppure sono state liberate grazie ad operazioni militari condotte dall’esercito nigeriano. Per queste ragazze è difficile riprendere la quotidianità e molte hanno bisogno di essere protette perché spesso vengono rifiutate o cacciate dai villaggi a cui si avvicinano per chiedere aiuto, a causa dello stigma associato alla natura degli abusi subiti. Solo per essere state in contatto con Boko Haram, molte persone le avvertono contaminate dalla brutalità del gruppo. Tutto questo comporta l’ostracismo sociale e di conseguenza anche seri problemi a trovare un marito, rendendole vulnerabili alle aggressioni sessuali e amplificandone le condizioni di disagio. Senza contare, che una volta prese in consegna dalle autorità nigeriane, molte di loro sono rimaste deluse dal trattamento che gli è stato riservato.

Come si è evoluta l’insorgenza jihadista in Africa?

Per spiegare il contesto in cui avviene il reclutamento di un numero così cospicuo di donne all’interno dei due gruppi, nel volume ho anche esaminato le origini le dinamiche operative e la trasformazione nel tempo di Boko Haram e di al-Shabaab. Per questo, ho posto in risalto vari fattori, tra cui spiccano la ferocia, le divisioni interne e l’uso ricorrente di donne kamikaze da parte del gruppo nigeriano. Oltre alla strenua resilienza del movimento estremista somalo, che ha potenziato la capacità di portare a termine attacchi letali su vasta scala per alimentare il clima di tensione nel paese del Corno d’Africa e anche nel confinante KenyaTuttavia, la minaccia jihadista nel continente non è circoscritta solo a questi territori, ma è particolarmente diffusa anche nella vasta regione del Sahel, dove sono attivi gruppi armati affiliati ad al-Qaeda e allo Stato islamico. A partire dall’ottobre del 2017, l’insorgenza si è propagata anche nel Mozambico settentrionale per mano di un gruppo locale affiliato allo Stato islamico conosciuto come Al Sunnah wa Jamaah (Aswj), noto tra la gente del posto come al-Shabaab, sebbene non abbia nessun tipo di collegamento con quello attivo in Somalia. Mentre nell’aprile di due anni fa, lo Stato islamico ha rivendicato il primo attacco nella Repubblica democratica del Congo (RdC) e ha annunciato l’istituzione di una nuova wilaya (provincia) del Califfato in Africa Centrale. 

 

Ci sono figure di spicco all’interno della realtà del jihadismo femminile africano?

Come ho spiegato, le donne jihadiste confluite nelle due organizzazioni non esercitano ruoli di rilievo, ma ce n’è una in particolare che ha drammaticamente guadagnato la ribalta internazionale: la convertita britannica Samantha Louise Lewthwaite, conosciuta anche come la “vedova bianca”. La donna è uno dei protagonisti di World’s Most Wanted, la docuserie di Netflix, che racconta la storia dei cinque criminali più ricercati al mondo. Samantha decise di convertirsi all’Islam all’età di 17 anni con il nome di Sherafiya, ma il suo avvicinamento all’integralismo islamico ricevette un impulso decisivo dopo il matrimonio con Abdullah Shaheed Jamal, nome di guerra di Germaine Maurice Lindsay, uno dei quattro shahid di al-Qaeda che il 7 luglio 2005 seminarono morte e terrore a Londra. Poi nel corso degli anni, la Lewthwaite ha sposato altri due jihadisti il keniano Fahmi Jamal Salim e successivamente uno dei leader di al-Shabaab, Hassan Maalim Ibrahim. Samantha oggi è ancora alla macchia insieme ai suoi quattro figli e per approfondire le tappe della sua ‘spericolata’ esistenza è sufficiente leggere il libro.

L’articolo Quando la Jihad è donna: il nuovo libro di Marco Cochi proviene da Il Riformista.