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Marco Travaglio: il Re Mida al contrario che ha rovinato Ciuro, Davigo e Conte

DiRed Viper News Manager

Mag 13, 2021

Scrivo malvolentieri di Marco Travaglio, anzi mai, per una ritrosia personale. L’ho conosciuto giornalista ragazzino dotato, simpaticissimo, che un milione di anni fa incontrai e facemmo subito amicizia, perché la sua intelligenza sulfurea mi incantava. Poi me lo trovai di fronte come nemico e non come avversario, all’epoca in cui presiedevo la Commissione Mitrokhin e che Marco Travaglio, da una posizione monopolista televisiva e senza concessioni al diritto di replica, contribuì a rendere indecente. Quando chiedevo il diritto di replica, me lo negava con indomito coraggio dicendo che «discutere con Guzzanti sarebbe come discutere con un venusiano». Un argomento alieno.

Da allora lo seguo poco, sempre ammirando il suo piglio aristocratico e temendolo per la sua carriera di influencer che lo ha trasformato in un king-maker, quelli che nominano i Presidenti e formano governi nel cortile di casa. Grillo è un king che a sua volta fabbrica altri king, trasformando sull’esempio di Geppetto ciocchi di legno in capi di governo, leader di coalizione, sindaci, magistrati, giornalisti e all’occorrenza qualsiasi arte o mestiere. Ora però, come capita anche alle capigliature diradate e furiose, tutti i nodi vengono al pettine e si scopre che tanta potenza di fuoco, influenza, invettiva alla fine producono un flop, fallimenti a catena che uccidono i beneficiati. È un processo noto e persino banale. Ma come nella canzone di Charles Trenet, “que reste-t-il”, che cosa resta di tanto casino?

Guardate il povero Ingroia, come è finito. Guardate il dottor Davigo – al quale con mia sorpresa devo dichiarare autentica simpatia – in quali tormenti si ritrova dopo essere stato ospite del travaglismo che uccide chiunque capiti nel suo raggio letale. Non vorrei essere frainteso: non penso di Travaglio che porti sfiga, come si dice delle persone influenti e micidiali. Penso che il suo metabolismo narcisistico abbia bisogno di sacrifici umani consenzienti. Ho accennato al povero Ingroia che a causa di Travaglio cominciò a sentire voci finché non si trovò sovraesposto e arso vivo per l’accusa di aver soggiornato in alberghi di lusso e pranzato a sbafo perché invitato nella tavola dell’ex presidente siciliano Crocetta. Ma povero Ingroia! Fu torturato e intimamente costretto a dar vita a movimenti dai nomi banalissimi come “Rivoluzione Civile”, per poi cadere nella polvere.

E perché? Perché dietro di sé aveva il convitato di pietra, il Visnù che tutto divora e brucia. E il giudice Esposito? Povera stella, che cosa aveva fatto di male? Aveva predetto come qualsiasi bravo meteorologo come sarebbe finito il processo a Berlusconi con la ben nota determinazione ad personam, che lo mise nei guai, accreditando la sensazione, just a suspect – ma per questo bisognerà aspettare Palamara – che i processi al Cavaliere fossero preordinati, manovrati, già preconfezionati allo scopo di evitare gli affaticamenti per districare il vero dal falso e il giusto dall’ingiusto. Embè? Che male c’è? Nulla, e se non fosse stato per Travaglio il quale si rovesciò addosso al povero giudice preveggente come un profeta cieco, con una filippica difensiva che lo fece apparire colpevole dell’impensabile delitto di usare la giustizia secondo criteri deviati. In quell’occasione Travaglio scrisse che «se Esposito si fosse voltato dall’altra parte, il processo avrebbe seguito i tempi normali: sarebbe stato assegnato alla III Sezione della Cassazione che aveva già confermato i proscioglimenti di Berlusconi nei processi milanese e romano per il caso gemello di Mediaset». Povero Esposito, come non sentirci dalla sua parte: quelle parole del suo adorabile influencer lo accusavano di aver usato per uno specifico imputato una procedura eccezionale pur di condannarlo. Ci può essere di peggio per un povero amministratore della giustizia uguale per tutti?

Lasciamo perdere la vecchia storia in cui Travaglio fu costretto a duellare contro Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, in un faticoso bisticcio per la storia del poliziotto Ciuro, nata dal sospetto che quel servitore della legge avesse pagato di tasca sua, o anticipato, il pagamento– sempre la stessa storia, come quella del povero Ingroia – dell’hotel Artale di Trabia. È una storia cretina e – con buona pace del povero D’Avanzo che purtroppo ci ha lasciati – una storia del genere in cui Travaglio sguazza. Lì lo sguazzo sarebbe consistito nell’imbarazzante circostanza che vedrebbe l’agente Ciuro, benché legato da un minimo rapporto in fondo umano con Travaglio in vacanza – implicato nell’accusa di essersi venduto, o affittato, informazioni a gente di mafia. Travaglio non c’entrava: non aveva avuto neanche una pizzetta. Tuttavia emergeva una fosca faccenda di ricevute che non si trovavano, “dove lo ho messe? ora le trovo” e insomma per un bel po’ Ciuro, D’Avanzo e Travaglio fecero titolo finché il giornalista di Repubblica, che aveva aperto la logorante partita, non si stufò e chiuse con un geniale “Ciuro che tacerò”.

Il lettore chiederà: ma perché parlarne? Risposta: per difendere con piccoli fatti talvolta miseri e talaltra miserabili, una tesi che ci sembra affiorare dalla storia: tutti i malcapitati Ciuro, gli Ingroia, Esposito ed ora il nostro amatissimo Davigo, se li metti sulla strada di Travaglio, finiscono nella differenziata. Non è magia nera. Forse energia negativa, eccessiva prossimità con buchi neri nello spazio, va a sapere. Del resto, come ho accennato, Travaglio ha una sua visione galattica nella quale aveva persino intravisto in me un venusiano, e certamente deve aver avuto le sue buone visioni. Morale, per quel che vale. Il fulmicotonante Travaglio – come si diceva del Pelide Achille – “infiniti addusse lutti agli achei” ovvero ha pavimentato il suo inferno con vittime scelte o capitate per caso tra i suoi amici estivi, sostenitori, sostenuti, viandanti malcapitati, poveri cristi che pacificamente crescevano nell’ombra, illuminati d’immenso e poi per tutti fu subito sera. In più ha voluto, accompagnato, creato e sostenuto l’imponente rivoluzione del nulla malefico rappresentato dal mini-firmamento a Cinque Stelle. Ha fatto tutto lui. E guardate in che condizioni sono.

E Conte? Non quello dell’Inter. L’altro. Avete visto com’è ridotto? Da salvaschermo di lusso a mendicante delle liste di un partito che non esiste se non come sintomo patologico di una società intossicata dal travaglismo, malattia senile di una sinistra priva di specchi in cui guardarsi. Tutto ciò che Travaglio ha allattato, pannolinato, scagazzato e messo in pista come nuovo, era già un rottame o ha cominciato a dar segni di malore. Aveva creato un pugno, soltanto un vero pugno di ronzanti mosche e – oplà – non ci sono più. Non è rimasto altro che livore, acidità, miasmi e materiali disseminati come dopo un attentato. È il caso di piangere? Ma no, suvvia! È semmai ora di sorridere e respirare ossigeno puro.

L’articolo Marco Travaglio: il Re Mida al contrario che ha rovinato Ciuro, Davigo e Conte proviene da Il Riformista.