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L’attività di cura è un lavoro e fa bene all’economia

DiRed Viper News Manager

Mag 13, 2021

Mi ha rallegrato vedere amici, anche un poco anziani, festeggiare la mamma. Ora, finiti i festeggiamenti, le emozioni, consegnati i mazzi di fiori bisogna cercare di dire qualche cosa che dia senso e prospettiva a questa fase emozionale.
Inizio con una affermazione: non c’è Festa della Mamma se al centro della nostra società non vengono posti due temi, il lavoro e la cura. Avendo sofferto per più di un anno le incursioni del virus abbiamo potuto costatare che l’epidemia non è più solo questione sanitaria, ma ha risvolti economici e sociali e ha generato una serie di disparità nel nostro sistema sociale.

Ci troviamo a dovere fronteggiare l’incombere di una situazione economica che con l’avanzare del virus s’è fatta, giorno dopo giorno, sempre più pesante e alimenta molti aspetti d’insicurezza, in particolare, come ha rilevato anche il Presidente del Consiglio, per le donne e i giovani. Le donne, a causa del persistere delle disparità di genere e di forti residui paternalistici, sono state “obbligate” ad occuparsi delle responsabilità assistenziali legate al Covid a casa. Ciò è stato dirompente per le singole famiglie e per l’economia in generale. Quindi dobbiamo sapere e tenere a mente che finita l’emergenza sanitaria c’è ancora molto da fare. Omaggiare gli anziani, le mamme, il personale sanitario e i volontari è molto bello se la politica fa seguire al sentimento popolare un investimento radicale in operatori e servizi di assistenza, ma anche la tendenza a rimodulare i tempi della vita e del lavoro.

Credo che sia arrivato il tempo di puntare a una riduzione dell’orario di lavoro per quei lavoratori che per un tempo determinato s’impegnano in attività di cura, sia di quella parentale (anziani, non autosufficienti, disabili, malati cronici, bambini) che di quella collettiva e sociale. Deve avviarsi un cambiamento strutturale da collocarsi sotto la forma di lavoro part-time retribuito e part-time non retribuito. In modo che la possibilità di svolgere un’attività di cura diventi una nuova possibilità per tutti per poter affrontare tre problemi urgenti: lo stress insostenibile per le famiglie; la disuguaglianza persistente per le donne e gli altri che svolgono attività di assistenza e rispondere alle esigenze che la vita richiede anche a fronte dell’attuale situazione demografica. La rivalutazione e l’estensione della attività di cura e assistenza deve essere alla base delle politiche sociali.

Mi rendo conto che questa proposta può suscitare obiezioni e perplessità ma la ritengo necessaria per cambiare radicalmente le opinioni e le azioni, comprese quelle contrattuali, sul rapporto tra lavoro, cura e vita. La mia riflessione parte dalla convinzione che tutti abbiamo bisogno di avere durante la vita il bisogno di essere assistiti o di dover assistere. Questo richiede una riorganizzazione dell’attività lavorativa e dei suoi orari, al fine che non inibisca alle persone di assumersi responsabilità di assistenza relative, ad esempio, a bambini piccoli o genitori anziani, avere a disposizione servizi di assistenza stabili e di alta qualità e mantenere un posto di lavoro. Un modello che possa poggiare su una struttura pubblica flessibile, efficiente e poco burocratizzata, Allo stato attuale, la nostra infrastruttura di assistenza presenta ritardi e contraddizioni che a volte non supporta e offre opportunità di un lavoro sereno per milioni di lavoratori. I costi delle inadeguatezze della nostra infrastruttura di assistenza ricadono in modo sproporzionato sulle donne, che ancora svolgono la maggior parte del lavoro di assistenza e accompagnamento delle fragilità familiare e parentali. Sappiamo che esercitare per necessità o volontà una attività di cura inibisce la partecipazione al mercato del lavoro.

Mentre i cittadini fanno molto affidamento sui servizi di assistenza, i lavori di assistenza sono solitamente poco considerati e valorizzati, anche se l’epidemia ha generato un certo apprezzamento. E a causa di condizioni come la segregazione professionale, la discriminazione e altre disparità del mercato del lavoro legate alla disparità strutturale e al sessismo, le donne sono concentrate in questi lavori. La necessità di lavori di assistenza sta crescendo rapidamente e inevitabilmente. Si prevede che nei prossimi anni servirà più personale sanitario e addetti ai servizi sociali. Ciò significa che serviranno percorsi formativi permanenti e investimenti in strutture e tecnologie adeguate a renderli anche buoni posti di lavoro. Investire nel nostro sistema di assistenza non va visto come costo, anche come possibilità di generare nuovo di posti di lavoro. Gli investimenti nell’assistenza domiciliare possono creare più occupazione rispetto agli investimenti in infrastrutture fisiche come strade e ponti.

Stiamo cominciando a uscire dalla crisi del covid-19 che ha reso impossibile non puntare con decisione sul lavoro di cura. In questo momento abbiamo un’opportunità cruciale per investire nella nostra infrastruttura di assistenza: investimenti a lungo termine nella qualità dell’assistenza e opportunità per i lavoratori a tutti i livelli di reddito di poter lavorare perché hanno un’assistenza stabile e di alta qualità per le persone della loro vita che ne hanno bisogno.
Mentre quest’anno nella prospettiva di poter uscire dalla pandemia festeggiamo tutte le madri e gli operatori sanitari, cogliamo anche l’occasione per pensare in grande. È tempo che soluzioni audaci e strutturali riconoscano che il lavoro di assistenza è un vero lavoro che alimenta la nostra economia. Abbiamo un’opportunità unica di poter trasformare la vita degli operatori sanitari e delle famiglie in tutto il paese.

L’articolo L’attività di cura è un lavoro e fa bene all’economia proviene da Il Riformista.