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I virologi e l’amore per le telecamere: il rischio di straparlare e cestinare il rigore scientifico

DiRed Viper News Manager

Mag 13, 2021

Esco dagli studi Rai di Saxa Rubra, a Roma. Essendo mezzanotte e mezza, il lasciapassare giornaliero è scaduto. Anche questo minimo contrattempo mi risulta un po’ fastidioso, perché il coprifuoco è scattato da quasi tre ore. Non incontrerò nessuno per strada e tra un quarto d’ora sarò a casa, a meno che… essendo quasi la sola macchina in giro, una pattuglia in ricognizione mi fermi per accertamenti. Speriamo di no. Inshallà.

Sono quasi arrivato. Manca un’ultima inversione di marcia, quando vedo chiaramente una macchina e una moto che mi seguono. Ragiono rapidamente. Non hanno sirena, né lampeggiante. Non mi sembra di scorgere neanche la paletta sporta dal finestrino. Saranno agenti della Polizia Speciale che vogliono fare un controllo. Mi fermo. Qualcuno si accosta. Provo a guardare fuori, ma un fascio di luce intenso mi abbaglia. Cerco i documenti, tanto me li chiederanno subito. Risollevo lo sguardo e a quel punto, vedo una sagoma inconfondibile, che scintilla sotto la luce del fanale. È arrivato. Prima o poi doveva succedere. Dicono che, finché non lo ricevi, significa che quello che fai non è preso in considerazione. Infatti è quasi un effetto collaterale inevitabile: se parli in televisione, incorrerai fatalmente in qualche errore. Un lapsus, un vuoto di memoria, un’inquadratura o un gesto inopportuni o, semplicemente, uno sbaglio. Capita anche quello, prendere fischi per fiaschi.

Quindi, se ti ascoltano e ti succede di fare un errore, allora ti consegnano il trofeo smagliante, il Tapiro d’Oro. Te lo porta Valerio Staffelli ed era proprio lui che lo brandiva fuori dal finestrino. Avevo già intuito il motivo della consegna. Non uno dei miei (senz’altro numerosi) errori, ma di essermi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. In breve, la settimana precedente ero stato ospite di Cartabianca, su Rai3, in coda di trasmissione. Il programma, a causa del protrarsi della diretta da Palazzo Madama di una votazione sul Recovery Fund, era cominciato con 20 minuti di ritardo, recuperandone solo la metà. Il conduttore della trasmissione seguente era stato irritato da questo ritardo -a sua detta- ingiustificato e -secondo lui- dovuto alle mie amenità.

In passato una tale critica sarebbe rimasta del tutto inosservata. Invece ora, sorprendentemente, la macchina di Antonio Ricci e di Striscia La Notizia si era subito mobilitata. Gerry Scotti ha fatto un’appassionata perorazione in difesa della divulgazione scientifica e della funzione sociale che svolge. Non paghi, la settimana successiva Staffelli mi ha conferito il dorato trofeo, come pretesto per tornare di nuovo sull’argomento e censurare scherzosamente le intemperanze di conduttori molto solleciti a tutelare i propri spazi televisivi, ma non altrettanto a sforzarsi di comprendere un tipo di comunicazione alternativo (e forse non del tutto irrilevante). Cosa può aver prodotto questa nuova sensibilità verso la comunicazione scientifica? Probabilmente il Covid.

In periodo di pandemia, ha cominciato a godere di straordinaria notorietà una categoria professionale che fino ad allora era ritenuta poco adatta a intervenire in programmi generalisti, se non in rare occasioni. Sono naturalmente i virologi, i cui nomi e volti ci risultano ormai familiari. Per non far torto a quelli che dovessi trascurare, non li citerò. Tanto non hanno più bisogno di pubblicità. Il fenomeno della loro pervasiva presenza in televisione era imprevisto, quanto l’esplosione di una pandemia nel 21° secolo. Illustri clinici, fino ad allora conosciuti solo nei propri ospedali e dediti unicamente alla religione di Ippocrate, sono stati travolti da una fama improvvisa. Io, che non sono di gran lunga altrettanto famoso, ho impiegato parecchio tempo a imparare a gestire la partecipazione televisiva, a reprimere la smania di protagonismo e la sindrome da lampadina rossa.

Molti di loro questo tempo non lo hanno avuto. La sindrome da lampadina rossa è la tensione e la smania che prende quando si accende la lucetta sopra la telecamera che ti sta di fronte. In quel momento sai che non stai più parlando agli amici al bar o tua sorella in macchina, ma a centinaia di migliaia o milioni di persone a te sconosciute. E, tra queste persone, anche al tempo della libera espressione in internet, ce ne sono tante che continuano a considerare la televisione un pulpito e le parole pronunciate, il Verbo. Pasolini, già cinquant’anni fa, rispondeva a Enzo Biagi che lo sollecitava ad esprimersi liberamente, che non è possibile prendersi troppe libertà in televisione, non per timore di censura, ma perché le parole sono pietre, a volte macigni. Faceva notare che la situazione è intrinsecamente asimmetrica, uno parla e milioni ascoltano, senza facoltà di replica immediata. In televisione si sviluppa spesso una tendenza a pontificare, a proclamare verità assolute.

Io, per ovviare a un tale rischio, ho cercato di elaborare registri e moduli di comunicazione che attenuino questa propensione, corredando i miei spazi con esperienze pratiche che -per quanto possibile- dimostrino quanto sto affermando. Con questo espediente, lo spettatore, altrimenti passivo, è in un certo modo coinvolto e scopre l’esito della dimostrazione nel momento in cui lo sperimentatore la mostra. È l’epifania del risultato scientifico, per sua natura condivisibile ed ecumenico. Quando si comunica la scienza, bisogna immedesimarsi nello spettatore, che non è uno studente obbligato a seguire e può non avere l’interesse, la capacità, o la predisposizione ad accogliere verità insondabili. Andare verso il popolo, prescriveva Mao Tse Tung. Il comunicatore scientifico deve fare altrettanto. E qui si riannodano i fili del discorso. Il conduttore irritato, che non si è mai trovato a riflettere sull’importanza e sulla filosofia ispiratrice della comunicazione scientifica, ha confuso l’intrattenimento con la divulgazione e la semplicità con la banalità. La semplicità è il primo ingrediente della scienza, anzi è l’assunto fondamentale della scienza, noto come Rasoio di Occam.

Tra tutte le possibili spiegazioni bisogna privilegiare quella più semplice… I virologi lo fanno? A volte, ma spesso no. Parlano di Rna messaggero, di tempesta citochinica, di anticorpi monoclonali con una disinvoltura discutibile. E ancora, i virologi si ricordano che le parole pronunciate in televisione possono essere macigni e che bisognerebbe astenersi dal voler esprimere a tutti i costi un’opinione personale (per quanto fondata su alcune evidenze sperimentali), come se fosse un teorema di geometria? Perché il rischio è che un collega, basandosi su altre evidenze, possa giungere a conclusioni diverse. Dal contrasto di autorità lo spettatore esce confuso e frastornato, dove invece vorrebbe essere confortato dal suono della voce sola di tutti gli esperti. Il risultato sono parole discordi che si accavallano e stridono ed esperti che si sconfessano e scomunicano a vicenda.

Quindi, qualche regola aurea. In primo luogo, non dare l’ingannevole impressione di riferire un fatto certo, se ci sono margini di incertezza, o se le evidenze sperimentali su cui si basa non sono dirimenti. In secondo, non voler esprimere a tutti i costi un giudizio, temendo di perdere di autorevolezza, se si ammette di non saper rispondere. Quanti virologi a cui è stato chiesto: “Ma quale sarà l’evoluzione dei contagi” hanno risposto: “Non lo so, il virologo non si occupa di questo genere di previsioni e quindi la mia può essere al più una ragionevole congettura”? Eh sì, perché l’evoluzione del contagio richiede una solida conoscenza delle leggi statistiche e dei modelli matematici, competenza di fisici e matematici. Il bravo medico è come il bravo meccanico. Se gli porti la macchina guasta te la ripara, ma se gli chiedi quanto traffico ci sarà al casello autostradale nel weekend, risponde “e che ne so io? Mi hai preso per il Cciss?”. Terzo, contenersi. Meglio rinunciare a una battuta, che farla per il gusto dell’autoaffermazione.

Quando il medico o lo scienziato lasciano corsie e laboratori ed entrano in uno studio televisivo, la loro deontologia professionale si esprime anche in questo modo. Al già evocato Ippocrate si attribuiscono due precetti fondativi della scienza medica così tramandati: primum non nocere, secundum dolorem sedare. Primo non far male, secondo alleviare il dolore. Se il grande vecchio avesse assistito alle attuali dispute tra i suoi discepoli, avrebbe sicuramente aggiunto Tertium, in televisione, noli sine diligentia loqui. In televisione , fai attenzione a quello che dici…

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