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Tangentopoli, storia di come è andata veramente l’inchiesta Mani Pulite

DiRed Viper News Manager

Mag 11, 2021

Hanno fatto il bello e il cattivo tempo per trent’anni, sono stati gli eroi, gli intoccabili, i padroni della vita degli italiani. Ma siamo così sicuri che coloro che ebbero la vanità e la presunzione di definire se stessi come quelli con le “Mani Pulite” fossero così geniali, così professionalmente capaci da meritare rispetto e ammirazione da gran parte dell’opinione pubblica oltre alla totale subalternità servile dei politici, degli imprenditori e dei giornalisti? Il dubbio si fonda prima di tutto su quel che sta succedendo da un po’ di tempo a questa parte. Da quando uno di quelli con le mani pulite, Piercamillo Davigo, ha prima ingaggiato una furibonda battaglia per rimanere nelle stanze del Consiglio superiore della magistratura mentre era già in pensione.

Pretesa stravagante, per noi ignoranti, ma anche per qualche tribunale, che ha addirittura rimproverato all’ex magistrato di aver sbagliato la buca delle lettere dove depositare il proprio ricorso. Ma come, ci siamo domandati noi che non sappiamo di pandette, ma questo non era il “Dottor sottile”, il più intelligente di quelli di Mani Pulite? Il secondo dubbio è arrivato nei giorni scorsi, quando ancora Davigo ha cercato di convincerci come fosse normale e ovvio ricevere da un ex collega carte di indagine secretate e poi trattenerle e parlarne con una serie di persone, tra cui anche con i vertici del Csm ma sempre e solo in via informale. E infine non sapere di come e perché quelle carte (o file) siano volate verso le redazioni di due quotidiani e anche le mani del consigliere Di Matteo forse per colpa della sua segretaria. È successo poi che gli stessi vertici del Csm e poi tutti i magistrati e i giuristi dell’orbe terraquaeo hanno detto che lui ha sbagliato. E questo è stupefacente, perché stiamo parlando del Dottor Sottile. Dobbiamo quindi dedurre che quell’altro suo soprannome “Piercavillo” gli fosse stato attribuito più per quelle astuzie da azzeccagarbugli che lui ha sempre attribuito agli odiati avvocati, che non per la sua genialità negli studi giuridici?

Ecco perché, mentre in tanti (comprendendo anche alcuni vigliacchi ex laudatores ) stanno ritoccando al ribasso l’immagine dell’ormai ex Dottor Sottile, le nostre menti spaziose sono state attraversate dall’atroce dubbio: e se gli altri delle Mani Pulite, quelli che non erano sottili, fossero qualche gradino sotto rispetto a Davigo? E se per trent’anni fossero stati ammirati e venerati dei semplici quaquaraquà? Sulla professionalità in realtà gli uomini di Mani Pulite una brutta figura l’avevano già fatta in quel luglio del 1994, quando si erano presentati in tv un po’ discinti e con la barba lunga a dire con chiarezza di non poter proseguire le indagini sui reati di tangentopoli se si impediva loro di arrestare gli indagati. Erano i giorni successivi al famoso Decreto Biondi del primo governo Berlusconi, che divideva in tre parti il trattamento cui sottoporre l’indagato nell’attesa del processo, stabilendo, a seconda della gravità del reato, la custodia cautelare in carcere o ai domiciliari, ovvero la libertà.

Sulla base di questa nuova norma in quei giorni erano state scarcerate 2.750 persone in attesa di giudizio, 43 delle quali detenute per reati contro la pubblica amministrazione. Quelli di tangentopoli, insomma. Ma erano quelli che interessavano gli Uomini del Pool. E non solo loro. L’esercito dei laudatores della comunicazione, soprattutto televisiva -non c’erano ancora i social- fece il lavoro più sporco che si sia mai visto. Artistiche immagini in bianco e nero, da una parte Di Pietro che legge il foglietto delle dimissioni collettive con voce tremante, insieme a Davigo, Colombo e Greco, dall’altra l’uscita da San Vittore dell’ex ministro De Lorenzo, uno dei più odiati perché sospettato (ingiustamente) di aver lucrato sui farmaci. Inutile ricordare che dopo il putiferio suscitato, in un clima furibondamente pre-grillino, da quelle immagini, il decreto fu ritirato. Ma anche che, coloro che dichiaravano di non poter svolgere indagini senza manette, di quei 2750 scarcerati ne riportarono dentro non più del dieci per cento, e quasi nessuno degli indagati per reati di tangentopoli.

Se l’esame per entrare in magistratura non premiasse i secchioni più che i capaci, al gruppone guidato dal procuratore capo Borrelli e dal suo vice D’Ambrosio dovremmo dare un bel quattro in professionalità anche solo per quell’episodio del 1994. Potremmo forse avvicinare alla sufficienza il solo Di Pietro. Intanto perché alla fine fu proprio lui, che era il proletario in un gruppo di professorini, a essere scaricato per primo proprio da Borrelli (il più aristocratico, cavalli e musica classica), quando gli fu pubblicamente attribuita quella battutaccia che stava a significare la sua volontà di “sfasciare” Silvio Berlusconi. Ma soprattutto perché, da ex (ex?) poliziotto, ha interpretato il ruolo del pm un po’ all’americana, una specie di detective Bosch di Michael Connelly in toga. Anche se negli interrogatori non dava schiaffoni ma offriva Mon cherie, ogni tanto congiungeva in alto i polsi a indicare il rischio manette per gli afasici, i sordomuti, quelli che non confessavano, insomma. Un piccolo encomio a parte possiamo concedere a Di Pietro anche in quanto fu l’unico a mostrare un po’ di commozione dopo i suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari. Ma della foto di famiglia di quelli con le Mani Pulite ha fatto parte a pieno titolo.

Immagini plastiche, discorsi inequivocabili, mentre il suo capo Borrelli, a proposito dell’uso della custodia cautelare, in modo educato affermava: non è che noi li arrestiamo per farli parlare, semplicemente non li scarceriamo finché non parlano. Così, una volta bocciati sulla professionalità, cerchiamo di vedere se possiamo promuovere qualche Mano Pulita per la cultura così come si è manifestata con le dichiarazioni, con la comunicazione. Saverio Borrelli viene ricordato per altri due concetti. Tutti e due rimandano all’odiato Berlusconi, cui lui stesso aveva inviato un vero avvertimento preventivo (chi ha scheletri nell’armadio non si candidi) e poi una convocazione del presidente del consiglio a mezzo Corriere a nove colonne per un reato che in seguito sarà archiviato. Di lui restano famosi il suo “resistere resistere” e poi il rammarico di aver tanto combattuto gli uomini della prima repubblica per poi piombare nel “disastro” della seconda, quella di Berlusconi. Un concetto erroneamente interpretato come autocritica, anche di recente, ma che autocritica non fu. Fu discorso da capo politico sconfitto elettoralmente. Fu ammissione di colpa. Scarsa professionalità, anche in questo.

Non fu da meno il vice di Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, non tanto e non solo perché, dopo aver bloccato la giovane pm Tiziana Parenti per le indagini sul Pds, finì poi in Parlamento proprio con quel partito. Non tanto e non solo, appunto. Ma anche perché, usando argomenti e ricostruzioni rocambolesche di viaggi Roma-Milano in tempi che avrebbero dato la birra a Nuvolari, si esibì nel salvataggio di Primo Greganti adducendo la propria bravura nel trovare, come invano (visto che nessun pm applica questa norma) prescrive il codice, anche le prove a favore dell’indagato. Strumentale politicamente, proprio come quando inneggiava all’immagine di Di Pietro, contadino perfetto con quella mamma con il fazzoletto nero sulla testa. Anche lui bocciato. Se vogliamo escludere la cucciolata dei più giovani o di quelli che sono venuti dopo e hanno comunque respirato l’aria e il profumo di Mani Pulite, di quella foto in bianco e nero dell’album di famiglia restano Gherardo Colombo e Francesco Greco.

Del primo c’è solo da dire che, da uomo delle due Chiese, quella cattolica e quella comunista, è stato uno dei più feroci sostenitori dell’uso del carcere preventivo ai tempi di tangentopoli. Ma stiano un po’ in galera, quelli lì, diceva, quasi come se avesse un problema di rivendicazione di classe, lui di ottima famiglia, nei confronti dei politici borghesi. Con altrettanta convinzione –e non possiamo che rallegrarcene- Colombo è oggi uno dei più fervidi sostenitori della totale inutilità del carcere. Non solo della custodia cautelare, ma proprio della detenzione. Non gli si conoscono dichiarazioni di autocritica sul suo periodo di Mani Pulite, ma noi non siamo gente da autodafé, e ci basta e avanza il fatto che lui abbia capito. Francesco Greco, infine, è quello che ha fatto carriera, diventando il numero uno della procura milanese. E pensare che si diceva fosse il più pigro. Le cose peggiori, e le più tristi, su di lui, le ha scritte il suo ex maestro e amico Ciccio Misiani nel libro con Carlo Bonini Toga rossa. Possiamo ricordarne una, la meno personale.

Di fronte alla sacrosanta lamentela del magistrato romano sul fatto che i milanesi, quelli delle mani pulite, scippassero i procedimenti alle altre città e a Roma in particolare, Greco aveva risposto che il problema non era a chi spettasse la competenza territoriale secondo le regole, ma chi era in grado di fare quei processi. Alludeva al consenso popolare, ovviamente. Chi, e in quale modo, possiamo aggiungere. E possiamo citare, per fare un esempio non solo di competenza territoriale scippata, ma anche di ingiusta detenzione di innocenti, i casi di Clelio Darida e di Franco Nobili, un ex ministro di giustizia e un ex presidente dell’Iri. Sbattuti in galera e poi assolti, quando finalmente l’inchiesta finì nell’alveo naturale della competenza per territorio. Erano bravi? Erano professionali? O solo fortunati perché i politici e gli imprenditori (soprattutto quelli proprietari di giornali) erano terrorizzati dal loro uso delle manette?

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